Occhi puntati su Teheran. Israele aspetta l’attacco e avverte: “Risponderemo”
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliTEL AVIV – In Israele tutto è pronto, anche se non è ancora bene chiaro per cosa. L’Iran attaccherà, non può lasciare impunito lo smacco dell’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta mercoledì proprio a Teheran. Ma rimane il mistero sul quando e sul come colpirà. La finestra temporale si è aperta ieri con la sepoltura a Doha di Haniyeh, e potrebbe rimanere aperta per due o tre notti. Il “come”, invece, determinerà i destini del Medio Oriente.
«Ci prepariamo su due livelli – ci dice Yaakov Katz, analista militare, autore di Israel vs. Iran e a lungo direttore del Jerusalem Post –. Da un lato la difesa, in coordinamento anzitutto con Usa e Regno Unito. E dall’altro il contrattacco». Israele, infatti, questa volta risponderà a sua volta, come ha annunciato il premier Benjamin Netanyahu nella telefonata avuta giovedì sera con il presidente americano Joe Biden, secondo quanto indicano fonti occidentali a Tel Aviv a Repubblica.
La conversazione è stata a tratti «molto diretta…
TEL AVIV – In Israele tutto è pronto, anche se non è ancora bene chiaro per cosa. L’Iran attaccherà, non può lasciare impunito lo smacco dell’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh, avvenuta mercoledì proprio a Teheran. Ma rimane il mistero sul quando e sul come colpirà. La finestra temporale si è aperta ieri con la sepoltura a Doha di Haniyeh, e potrebbe rimanere aperta per due o tre notti. Il “come”, invece, determinerà i destini del Medio Oriente.
«Ci prepariamo su due livelli – ci dice Yaakov Katz, analista militare, autore di Israel vs. Iran e a lungo direttore del Jerusalem Post –. Da un lato la difesa, in coordinamento anzitutto con Usa e Regno Unito. E dall’altro il contrattacco». Israele, infatti, questa volta risponderà a sua volta, come ha annunciato il premier Benjamin Netanyahu nella telefonata avuta giovedì sera con il presidente americano Joe Biden, secondo quanto indicano fonti occidentali a Tel Aviv a Repubblica.
La conversazione è stata a tratti «molto diretta». Biden ha chiesto all’alleato di smetterla di aumentare le tensioni (altrimenti non lo salverà più, secondo la ricostruzione del sito Axios) e di accettare un accordo sullo scambio di prigionieri e su un cessate il fuoco a Gaza, in un negoziato che per Biden «non è aiutato» dall’uccisione di Haniyeh ma che riprenderà oggi visto che la delegazione israeliana tornerà al Cairo. Il sostegno americano, comunque, rimane. E infatti gli Stati Uniti, che già avevano mobilitato nell’area dodici navi da guerra, si stanno preparando ad inviare ulteriori caccia.
Iran contro Israele. Ma non solo. Da un lato infatti il regime sciita attaccherà in coordinamento con i suoi alleati regionali, tra cui ci sono Hezbollah (a cui Israele martedì ha ucciso con un raid su Beirut l’alto comandante Fuad Shukr, e che ieri ha evacuato i suoi dirigenti dalle roccaforti nella periferia Sud della capitale), Hamas (che nel bombardamento di un tunnel, si è scoperto ora, dieci giorni fa ha perso cinque uomini vicini a Yahya Sinwar), e poi Jihad islamica, gli Houti yemeniti e i movimenti della guerriglia sciita in Iraq e Siria.
Dall’altra parte Israele riproporrà la coalizione che il 13 aprile le ha permesso di arginare la rappresaglia scatenata dall’Iran dopo che lo Stato ebraico aveva bombardato la sua ambasciata a Damasco uccidendo il generale Mohammad Reza Zahedi. In prima fila ci sono gli Stati Uniti e il Regno Unito: ieri il ministro della Difesa Yoav Gallant ha parlato con il capo del Pentagono Lloyd Austin e ha incontrato il suo omologo britannico John Healey. Poi la Francia, che vanta un peso nella regione. E infine Giordania e Arabia Saudita, attori sunniti alleati degli Usa e storicamente rivali delle forze sciite.
La grande domanda è se il cosiddetto “Asse della resistenza” replicherà più o meno la risposta – spettacolare ma fallimentare – del 13 aprile, quando lanciarono centinaia di missili e droni, che però Israele sostenne di aver intercettato, con l’aiuto della coalizione, per il 99%. O se invece – nonostante siano stati colti di sorpresa dall’uccisione di Haniyeh – abbiano pronto un altro piano, magari ispirato a quel drone a lunga distanza degli Houti che il 19 luglio si è fatto beffe dell’Iron Dome, il leggendario sistema di difesa aerea israeliano, uccidendo una persona e ferendone quattro nel centro di Tel Aviv.
«La risposta israeliana dipenderà da cosa verrà colpito e da quali e quanti danni saranno fatti», dice Katz: «Nessuno oggi può fare previsioni. Verranno attaccate basi militari o infrastrutture civili? Se ci saranno morti, saranno soldati o semplici cittadini? Davanti a un nuovo 13 aprile Israele può chiudere lì il tutto. Ma mi aspetto che sarà peggio, perché l’umiliazione dell’assassinio di Haniyeh, mentre era ospite dell’Iran il giorno dell’inaugurazione del presidente Massoud Pezeshkian, è stata troppo umiliante. Lo hanno detto loro stessi, e dovremmo imparare ad ascoltare quello che dicono».
A Tel Aviv si va avanti come sempre, ma nel Paese ci sono indicazioni che la paura stia salendo. L’Idf diffonde guide su come comportarsi in caso di attacco: bisogna andare nel rifugio o almeno sulle scale di casa in meno di 90 secondi, ma comunque stare sempre lontani dalle finestre; e fare scorte di acqua e cibo per tre giorni, acquistare medicinali e torce. «Ma sono indicazioni a cui noi israeliani siamo abituati – commenta Katz –. La vera novità è che si è stabilita una nuova equazione: ogni volta che l’Iran sarà colpita risponderà direttamente contro Israele. Presto scopriremo come».