Per le strade di Beirut, in attesa dell’escalation tra paura e fatalismo. “La guerra è alle porte? Qual è la novità? Siamo libanesi”
di Seyda Canepa*Si contano nell’ordine delle migliaia i sostenitori di Hezbollah radunatisi nel complesso di Sayyid Al Shuhada per rendere omaggio all’alto comandante Fuad Shukr. Un centinaio i giornalisti, pochissimi gli Occidentali: sono tutti guardati a vista. Raccolti i permessi, gli operatori della stampa sono scortati nel luogo della commemorazione. Sul badge, la foto del defunto Sayyid Mohsin: preferiscono chiamarlo così, con il suo appellativo di battaglia mentre Fuad Shukr era il suo vero nome. Anche sul palco campeggia la foto del comandante, vicino alla bara avvolta nella bandiera gialla e verde. I telefoni cellulari funzionano a singhiozzo, portare a termine le dirette televisive è un’impresa.
Il ritornello della cerimonia sono gli…
Si contano nell’ordine delle migliaia i sostenitori di Hezbollah radunatisi nel complesso di Sayyid Al Shuhada per rendere omaggio all’alto comandante Fuad Shukr. Un centinaio i giornalisti, pochissimi gli Occidentali: sono tutti guardati a vista. Raccolti i permessi, gli operatori della stampa sono scortati nel luogo della commemorazione. Sul badge, la foto del defunto Sayyid Mohsin: preferiscono chiamarlo così, con il suo appellativo di battaglia mentre Fuad Shukr era il suo vero nome. Anche sul palco campeggia la foto del comandante, vicino alla bara avvolta nella bandiera gialla e verde. I telefoni cellulari funzionano a singhiozzo, portare a termine le dirette televisive è un’impresa.
Il ritornello della cerimonia sono gli slogan intonati contro Israele e le preghiere per accompagnare il riposo del defunto. L’età dei partecipanti è trasversale, dai bambini agli anziani. Il lutto sembra prevalere sulla rabbia, i singhiozzi degli adulti si mescolano con i pianti inarrestabili dei più piccoli. I cori anti-israeliani, tuttavia, tradiscono un sentimento di rivalsa nei confronti di chi ha ucciso il comandante di Hezbollah. Il leader del gruppo, Hassan Nasrallah, prende il microfono e recita il discorso più atteso. Tra le interruzioni della folla che lo incita, promette vendetta contro Israele per l’uccisione di Shukr e di un altro comandante di Hezbollah. Da Tel Aviv, intanto, giungono le minacce di nuovi attacchi missilistici verso il Libano.
Voci del quartiere
I giorni dopo il funerale a Beirut regna una calma apparente. È molto caldo nella capitale libanese. Ci dirigiamo verso il quartiere del Burj Abu Haider, dove la maggioranza della popolazione è composta da musulmani sunniti. Ali, un sarto di 65 anni, sta bevendo un caffè turco con un amico, davanti al suo negozio. Non può lavorare perché manca elettricità. Ha una gamba con la protesi e gli domando se abbia servito nell’esercito. Dice di essere stato ferito nel giugno 1982 dai soldati di Tel Aviv, durante l’invasione israeliana di Beirut. Il proiettile, racconta, lo colpì mentre stava andando in ospedale per visitare la madre e la sorella: si trovavano nella veranda di casa quando furono ferite in un bombardamento, sempre da parte israeliana.
Pare che i soldati abbiano sparato ad Ali perché non ha rispettato un posto di blocco. Così ha perso una gamba. Il suo passato, condiviso mentre si concede l’ennesima sigaretta, è sufficiente: afferma che non ne può più della guerra. Troppo dolore. E aggiunge che gli è piaciuto il discorso di Nasrallah, che Hezbollah saprà dare una risposta adeguata a Israele e che tutti i musulmani del mondo dovrebbero unirsi per distruggere lo Stato ebraico. Arriva un cliente che gli chiede di sistemare l’orlo dei suoi pantaloni. Ali non può, manca l’elettricità appunto. Quando tornerà? Nessuno lo sa. “Inshallah” è la risposta più fiduciosa e insieme rassegnata. Nessuno lo sa, nemmeno Ömer, 38enne proprietario di un bar qui vicino.
Ömer non è preoccupato dalla guerra, un po’ perché i libanesi ci sono abituati e un po’ perché è convinto che Israele non attaccherebbe il suo quartiere, perché non vi abitano sciiti. “Qui a Beirut ogni quartiere è un mondo a sé”, sostiene. “Se Israele colpisce, prende di mira Hezbollah, mica noi”. Secondo la sua narrazione, Dahiya e Jnoub sono i luoghi sensibili. Sembra stupito dalle domande, al punto che inizia a farle lui, incuriosito. Vuole sapere da dove proviene chi lo sta intervistando e come mai si è presa la briga di arrivare sin lì. La vita, per Ömer, va avanti come ogni giorno.
Off limits
La camminata prosegue. Ma all’improvviso, due giovani ci si parano davanti. Uno di loro regge un walkie talkie e ci dice che non è possibile procedere oltre. C’è una moschea, quindi è una zona off limits. Tornando indietro, ci incrocia Mohammed. Si presenta così, ma probabilmente non è il suo vero nome. Sorride mentre racconta di essere un un fashion designer di 56 anni. Lui, a differenza di Ömer, è stanco della guerra. A suo dire, il conflitto è foraggiato dagli interessi di Stati Uniti e Regno Unito: “Devono lasciare il Libano ai libanesi”. Poi si allontana.
Due anziani stanno fumando un narghilè sul marciapiede. In realtà hanno 60 anni uno e qualcosa in più l’altro, ma la pelle raggrinzita dal sole li fa apparire più vecchi. Chiacchierano mentre tengono d’occhio il loro negozio dove si può comprare mangime per uccelli. I canarini all’interno cinguettano. Fuori, i loro discorsi si inerpicano sui massimi sistemi del mondo. Lamentano la troppa influenza delle grandi potenze. Il più anziano, poi, esclama: “Qui non ci sono più soldi, l’economia va a rotoli, la pubblica amministrazione non esiste. Grazie a Dio siamo ancora vivi”. Il ghigno è amaro.
Tra i fumi del loro narghilè, si intravede una donna con i capelli avvolti in un velo. Quando si dissipa la nuvola aromatica, la sua bellezza si staglia inconfutabile: occhi verdi, lineamenti finissimi. Due bambini al seguito e un terzo che sta crescendo nel suo pancione. Il copricapo, fucsia e turchese come il suo vestito, sbiadisce in confronto al suo sorriso: “Sto portando i miei figli al campo estivo, come sempre. Qui non è cambiato nulla, continuiamo a fare la vita di tutti i giorni”. Va via serena.
Nel quartiere di Hezbollah
Arrivati a Sayyid Hadi, quartiere dove la presenza di Hezbollah è più marcata, arrestiamo l’auto sul ciglio della strada. Dobbiamo collegarci per il tg delle 13. Mancano pochi minuti alla messa in onda del telegiornale, quando quattro uomini ci circondano. Uno di loro, bruscamente, ci costringe a spegnere la telecamera. Pretende i nostri documenti e sostiene che il permesso per la stampa del giorno prima non è più valido, almeno nella sua zona. Venti minuti, che sembrano ore, telefonate difficile da decriptare e, infine, l’obbligo di recarci presso gli uffici del ministero delle Comunicazioni. Pare sia impossibile lavorare per la stampa in quel quartiere. Allora proponiamo di andare nell’area a maggioranza cristiana, ma l’interprete sostiene che lì sia ancora peggio: “Non è il caso”. Almeno per oggi.
Ci spostiamo verso Nord, a circa 35 chilometri da Beirut, dove si trova la chiesa di Harissa. All’ingresso del paese ci accoglie una coppia di giovani pasticcere che lavorano in un laboratorio lì vicino. Con un leggero imbarazzo, entrambe ci dicono che per loro la quotidianità non è cambiate: “La guerra è alle porte? E qual è la novità? Siamo libanesi”. Forse i loro genitori la pensano diversamente. Scuotono la testa: no, nemmeno loro. Una signora anziana che ha visto le telecamere, incuriosita, si avvicina sorridente. È felice, ci dà un abbraccio e quando le chiediamo della situazione lei sorride e ripete tre volte: “Salam”. Pace.
È una cantante. Come Fairuz? Quando sente il nome dell’artista, si illumina e comincia a intonare una canzone di una delle voci più famose del Libano. Lei si chiama Hiyam Younes. A un certo punto, interrompe la sua esibizione e usa la delicatezza delle sue corde vocali per recitare una preghiera dedicata alla Madonna. È molto devota. Dice di pregare più volte al giorno, per il Libano e per la pace nell’intero Medio Oriente. Quella notte, promette, avrebbe pregato anche per me: “Che Dio ti faccia congiungere con la persona che hai nel cuore”.
*Corrispondente di NTV Turchia dall’Italia e Inviata