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Venezuela, il piano segreto della sinistra latinoamericana per mediare tra Maduro e González

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Oggi l’opposizione torna in piazza e si prevedono scontri tra manifestanti e polizia
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C’è un piano per convincere Nicolás Maduro a tirare fuori le carte che confermino la sua vittoria alle elezioni presidenziali del 28 luglio scorso. Lo hanno messo a punto i presidenti Lula, Petro e Obrador, secondo quanto riporta El Pais. I tre massimi esponenti della sinistra latinoamericana sono i soli in grado di premere sul leader chavista e portarlo a un tavolo di dialogo con l’opposizione. È un progetto ancora in fase embrionale. Deve superare una serie di ostacoli ed evitare soprattutto di ferire l’orgoglio del due volte presidente che rivendica, con pugno di ferro e brutalità, la sua terza elezione consecutiva.

La call di venerdì

I tre capi di Stato si sono confrontati per un paio d’ore in una call venerdì pomeriggio e insieme hanno fanno un punto sulla crisi venezuelana che rischia di prendere una piega pericolosa. Ci sono già almeno 20 morti, molti fatti fuori con esecuzioni sommarie, una quarantina di feriti e oltre 1000 arresti. Il clima è pesantissimo. La gente a Caracas …

C’è un piano per convincere Nicolás Maduro a tirare fuori le carte che confermino la sua vittoria alle elezioni presidenziali del 28 luglio scorso. Lo hanno messo a punto i presidenti Lula, Petro e Obrador, secondo quanto riporta El Pais. I tre massimi esponenti della sinistra latinoamericana sono i soli in grado di premere sul leader chavista e portarlo a un tavolo di dialogo con l’opposizione. È un progetto ancora in fase embrionale. Deve superare una serie di ostacoli ed evitare soprattutto di ferire l’orgoglio del due volte presidente che rivendica, con pugno di ferro e brutalità, la sua terza elezione consecutiva.

La call di venerdì

I tre capi di Stato si sono confrontati per un paio d’ore in una call venerdì pomeriggio e insieme hanno fanno un punto sulla crisi venezuelana che rischia di prendere una piega pericolosa. Ci sono già almeno 20 morti, molti fatti fuori con esecuzioni sommarie, una quarantina di feriti e oltre 1000 arresti. Il clima è pesantissimo. La gente a Caracas è tornata ad uscire di casa, le attività sono lentamente riprese, gli esponenti più in vista della Piattaforma Unitaria hanno scelto di nascondersi perché temono di essere arrestati come ha più volte minacciato di fare il delfino di Chávez. Sia María Corina Machado sia Edmundo González sono in un luogo segreto e da lì postano sui social brevi messaggi. L’ultimo convoca una manifestazione per stamane alle 10 (le 16 in Italia) nella piazza dove l’opposizione ha tenuto il comizio conclusivo della campagna elettorale. Maduro, assieme a Diosdado Cabello, uomo forte del regime, ha subito chiamato a raccolta la base chavista per un raduno da contrapporre agli avversari.

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Nel confronto, Lula Petro e Amlo hanno ribadito che l’unica soluzione per uscire da questo tunnel è favorire un confronto tra le parti. Senza pregiudiziali, partendo dall’unico punto fermo: la dichiarazione del Consiglio Nazionale Elettorale, il solo autorizzato dalla legge, che attribuisce la vittoria a Nicolás Maduro. Ieri ha emesso il secondo bollettino sul voto: ha corretto leggermente le percentuali che attribuiscono al candidato chavista il 51,95 dei voti e a quello della Piattaforma Unitaria il 43,18. Ma non ha fornito un quadro dettagliato dell’elezione. Non ha tirato fuori i dati sui collegi, i seggi, le province, gli Stati. La nuova dichiarazione serve soprattutto al due volte presidente per ricorrere al Tribunale Superiore di Giustizia chiamato a derimere il contrasto. Ma anche questa scelta non ha fondamento giuridico. Il regista delle elezioni resta il CNE.

Denunce di golpe

Così, di fronte alle minacce crescenti del regime, alle denunce di golpe, alle accuse di interferenza Usa nel paese con le più grandi riserve di petrolio al mondo e tassello strategico nel quadro geopolitico internazionale, i tre padri della sinistra dell’America Latina hanno pensato di rimuovere il primo ostacolo al negoziato. Escludere Maria Corina Machado dal dialogo perché considerata la bestia nera del chavismo e accusata da sempre di propositi golpisti. Una linea rossa che nessuno del governo in carica, Maduro in testa, sarebbe disposta a superare. I tre leader si sono divisi anche i compiti. Gustavo Petro, come Colombia, è quello che ha più rapporti con l’opposizione venezuelana. Si occuperà di parlare con González e anche con la Machado. Spiegherà alla “pasionaria” conservatrice che da un punto di vista formale lei non ha titoli per confrontarsi con il leader chavista. E’ stata esclusa dalla competizione. Il candidato ufficiale delle elezioni era, e resta, Edmundo González Urrutia.

La presenza nel terzetto di Andrés Manuel López Obrador aiuta. Il presidente messicano è stato finora prudente. Ha ribadito che il risultato va rivisto ma anche risposto con toni duri alla dichiarazione di Antony Blinken, Segretario di Stato Usa, che aveva parlato di “prove schiaccianti” sulla vittoria dell’opposizione e chiesto l’avvio di un periodo di transizione per il passaggio dei poteri. “Gli Stati Uniti”, aveva reagito Amlo, “stanno esagerando con il Venezuela. E’ sconsiderato”. Il Messico ha ospitato la prima parte delle trattative che si cono concluse con un accordo preelettorale alle Barbados. Gode di fiducia tra i chavisti. Lula è il vecchio saggio, abilissimo a mediare, leader di peso nello scacchiere latinoamericano e regista della rinascita dei Brics, quindi con una certa influenza anche su Cina e Russia schierate apertamente con Maduro.

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Il luogo dell’incontro

Tutti e tre hanno invitato i contendenti ad abbassare i toni. La tensione è così forte che basta un post su X per far rovesciare il tavolo sebbene ancora spoglio. L’altro giorno Gabriel Boric, presidente del Cile, ha chiamato Gustavo Petro che gli ha chiesto moderazione dopo la sfuriata pubblica per l’espulsione da Caracas del suo ambasciatore. Lo aveva invitato a mantenere segreta la conversazione. Il giovane Boric l’ha invece subito declamata su X e questo ha provocato l’ennesima crisi ricomposta a fatica dopo uno scambio frenetico di telefonate tra Colombia e Venezuela.

Il primo messaggio della “triade” è stata una dichiarazione congiunta in cui chiede una verifica imparziale dei risultati che rispetti la sovranità popolare espressa nelle urne. Si discute dove organizzare l’incontro tra i “duellanti”. Viene escluso Palazzo Miraflores, sede della presidenza, perché non è sicuro. Maduro ha più volte minacciato di arrestare i due leader della Piattaforma Unitaria. Si è visto spesso, in passato, come il delfino di Chávez tratta i visitatori che lo incalzano con domande fastidiose. Ci vogliono dei garanti. Potrebbero essere i militari. Sarebbero questi a tutelare sconfitti e vincitori. E’ chiaro che dietro tante resistenze c’è la prospettiva di finire alla sbarra e perfino l’ipotesi di un arresto per i chavisti. Lasciare il potere dopo 25 anni non è facile. Ci sono molte incognite, la strada è lastricata di trappole e imprevisti. Ma i militari sono fedeli al regime e sono divisi tra loro. Difficile impegnarli in un compito così delicato. La crisi ondeggia sul filo del rasoio. Oggi vedremo cosa accadrà in piazza.

I dati

Sul campo la realtà è ben descritta dai dati offerti dalle Ong locali e istituzioni internazionali. Venerdì ci sono stati altri 835 arresti tra cui 79 adolescenti. Il bilancio dei morti è confermato con 19 vittime. La Piattaforma Unitaria denuncia l’irruzione a notte fonda di un commando di 6 persone incappucciate che hanno messo a soqquadro il quartier generale dell’opposizione con scritte sui muri e furti di materiale.

Il Venezuela resta isolato dopo la decisione del governo di sospendere tutti i collegamenti via aerea. Ci sono ancora due voli operativi per Bogotà e Istambul. I prezzi dei biglietti sono cresciuti del 300 per cento. Sono merce rara. Amnesty International lancia un allarme globale contro la repressione che dal 28 luglio scorso avrebbe portato in carcere 1.062 persone, 700 delle quali accusate di “terrorismo”. Sono 14 i giornalisti internazionali espulsi dal paese e una ventina locali quelli arrestati. L’Ecuador e Panama si uniscono al gruppo degli Stati che riconoscono la vittoria di González, cosa che hanno evitato di fare Brasile, Colombia e Messico. Maduro non si dà per vinto. Si sente all’angolo. Ma tuona contro il progetto golpista, accusa Elon Musk di essere il promotore, annuncia la costruzione di due carceri speciali sull’esempio di Bukele in Salvador. In due milioni si preparano a lasciare il Venezuela se il regime non mollerà la presa. Un vero incubo per i paesi confinanti e gli Usa già travolti da 7 milioni di fuggiti dopo il 2018.

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