Tensioni in Medio Oriente, Teheran rifiuta tutte le mediazioni per evitare il rischio di guerra regionale
di Gabriella ColarussoC’è una vecchia foto, è del 1990, a Teheran: Haniyeh accanto a Khamenei e una nutrita delegazione di Hamas intorno. Si scorge, defilato, un giovane Sinwar. È l’immagine che gira tra funzionari e giornalisti iraniani a riassumere la gravità del momento.
Haniyeh era l’alleato dell’Iran dentro Hamas, amico personale di Khamenei. Con il suo “martirio” Israele ha superato tutte le linee rosse, violando la sovranità nazionale dell’Iran e imbarazzandone la leadership, nella regione e all’interno del Paese. Facile dunque capire perché alla fila di mediatori che in queste contattano Teheran invocando moderazione – dalla Francia all’Italia, dal Regno Unito all’Egitto - la diplomazia iraniana consegni la stessa risposta: Israele sarà colpito, con durezza e in profondità e sarà così anche se questo dovesse scatenare «una guerra regionale».
C’è una vecchia foto, è del 1990, a Teheran: Haniyeh accanto a Khamenei e una nutrita delegazione di Hamas intorno. Si scorge, defilato, un giovane Sinwar. È l’immagine che gira tra funzionari e giornalisti iraniani a riassumere la gravità del momento.
Haniyeh era l’alleato dell’Iran dentro Hamas, amico personale di Khamenei. Con il suo “martirio” Israele ha superato tutte le linee rosse, violando la sovranità nazionale dell’Iran e imbarazzandone la leadership, nella regione e all’interno del Paese. Facile dunque capire perché alla fila di mediatori che in queste contattano Teheran invocando moderazione – dalla Francia all’Italia, dal Regno Unito all’Egitto - la diplomazia iraniana consegni la stessa risposta: Israele sarà colpito, con durezza e in profondità e sarà così anche se questo dovesse scatenare «una guerra regionale».
La differenza con il 13 aprile è tutta qui. Una parte dell’establihsment iraniano è disposto a correre il rischio di una guerra regionale, pur di ripristinare la deterrenza del Sistema. Il quotidiano Kayhan, espressione dell’ufficio della Guida, invoca una rappresaglia “diversificata, dispersa e impossibile da intercettare "che abbia come obiettivo aree come Tel Aviv e Haifa e i centri strategici e le residenze di alcuni funzionari coinvolti nei recenti crimini”. Le intelligence occidentali ragionano sulla possibilità di un attacco multifronte, da 5 Paesi - Iran, Libano, Iraq, Siria, Yemen – e prolungato nel tempo, che scatenerebbe una rappresaglia israeliana difficile da contenere.
Per scongiurare questa sequenza di guerra, ieri è arrivato a Teheran il ministro degli Esteri giordano, Ayman Safadi, una visita storica, l’ultima era stata nel 2005, quasi 20 anni fa. Il 13 aprile Amman aveva fatto parte della difesa coordinata di Israele con gli Usa e altri stati arabi, abbattendo droni e missili iraniani e giustificando quella mossa come difesa della propria sovranità. L’Iran l’accusò di aver “tradito” i palestinesi e minacciò di attaccarla se avesse di nuovo aiutato il “nemico sionista”. In pace con Israele dal 1994, la Giordania ha metà della popolazione di origine palestinese ed è custode dei luoghi sacri a Gerusalemme.
Ospita una base militare statunitense, ma condivide i confini con Siria e Iraq, pressata dalle milizie filo-Iran. Una guerra aperta rischierebbe di destabilizzare il regno hashemita, che ad aprile ha già denunciato un tentativo di destabilizzazione della Fratellanza Musulmana, legata ad Hamas. Safadi ha riconosciuto a Teheran il diritto di difendere la propria sovranità ma proteggendo “la regione da conseguenze catastrofiche". Non è solo la Giordania a pensarlo. Anche nell’establishment iraniano ci sono voci divergenti. Mohammad Sadr, membro riformista del consiglio degli Esperti, erede della dinastia dei Sadr influente in tutta la regione, chiede di mantenere la calma e di non cadere «nella trappola di Netanyahu» che vuole «trascinare l’Iran in una guerra diretta con gli Usa». Perché la Repubblica Islamica sa che questa potrebbe avere conseguenze molto più nefaste per la sua tenuta.