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Le nuove Termopili del generale del Centcom Kurilla: un’alleanza per fermare il nemico persiano

(ap)

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L’inviato Usa persegue una strategia basata sugli accordi con i partner regionali. La prova del 13 aprile offre le basi per far fronte al nuovo attacco
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Da vent’anni il generale Michael “Erik” Kurilla obbliga tutti i suoi collaboratori a leggere “Le porte di fuoco”, un libro sugli spartani alle Termopili. In queste ore la missione del comandante statunitense è costruire porte di fuoco che stronchino la falange dei missili sciiti diretti contro Israele: un compito che ha già svolto nella notte del 13 aprile, coalizzando un’alleanza di caccia Usa e arabi che hanno decimato lo sciame di ordigni decollato dall’Iran, ma che adesso si annuncia ancora più difficile.

“Porte di fuoco” è anche una citazione della Bibbia: quelle che bisogna superare quattro volte per arrivare alla gloria. Kurilla l’ha vissuta sulla sua pelle nel 2004 quando è finito in un’imboscata a Mosu…

Da vent’anni il generale Michael “Erik” Kurilla obbliga tutti i suoi collaboratori a leggere “Le porte di fuoco”, un libro sugli spartani alle Termopili. In queste ore la missione del comandante statunitense è costruire porte di fuoco che stronchino la falange dei missili sciiti diretti contro Israele: un compito che ha già svolto nella notte del 13 aprile, coalizzando un’alleanza di caccia Usa e arabi che hanno decimato lo sciame di ordigni decollato dall’Iran, ma che adesso si annuncia ancora più difficile.

“Porte di fuoco” è anche una citazione della Bibbia: quelle che bisogna superare quattro volte per arrivare alla gloria. Kurilla l’ha vissuta sulla sua pelle nel 2004 quando è finito in un’imboscata a Mosul ed è stato ferito tre volte in pochi minuti: solo, sotto una pioggia di proiettili, ha continuato a dirigere il contrattacco dei suoi uomini in un’azione documentata passo passo dalle foto di un reporter. Paracadutista, 62 anni, dal 1988 ha combattuto tutte le guerre americane e ha passato più tempo al fronte tra Balcani, Iraq, Afghanistan e Siria che non negli States.

Una carriera che lo ha portato due anni fa al vertice del Centcom, il comando che dirige tutte le operazioni in Medio Oriente. Come ricorda spesso, è stato creato nel 1983 per fronteggiare gli ayatollah che avevano umiliato l’America con gli ostaggi dell’ambasciata e scatenato un’ondata terroristica in tutto il mondo. Poi però il Centcom ha dovuto occuparsi di altro: la liberazione del Kuwait, la lotta contro Al Qaeda, il lungo conflitto contro i talebani, l’occupazione dell’Iraq e la campagna contro l’Isis. Ora torna all’incarico originario, anche se con un grave ritardo: "Teheran non sta pagando un prezzo per i suoi misfatti”, ha dichiarato il generale nello scorso marzo davanti al Senato, con una critica alla strategia della Casa Bianca.

Le relazioni in Medio Oriente

Kurilla è sempre diretto, senza sfumature politiche. Ma questo parà massiccio - tanto da venire soprannominato “Gorilla” - viene ritenuto indispensabile: all’indomani dell’invasione dell’Ucraina è stato spedito di corsa in Germania per organizzare il ritorno delle truppe statunitensi in Europa. Non ama stare alla scrivania: la sede del Centcom è in Florida, in un bunker di Tampa che controlla la situazione via satellite, ma lui passa il 60 per cento del tempo in giro per il Medio Oriente. Sa che nei Paesi arabi quello che conta sono i rapporti personali e dal Bahrein all’Egitto ha conquistato la fiducia dei capi militari e dei ministri della Difesa: “Non siamo d’accordo su ogni argomento, ma non è necessario esserlo. Quello che conta è confrontarci in maniera sincera e superare le sfide per potenziare le nostre relazioni”.

Questa in pratica è la sua strategia per battere l’Iran: “L’impegno statunitense nella regione finora veniva misurato in termini di boots on the ground, di soldati schierati sul terreno. Questa è la vecchia scuola di pensiero. Invece, dovrebbe essere valutato sulla forza delle nostre alleanze” E spiega: “In questo momento, Teheran sta perseguendo quella che vede come un’opportunità che accade una sola volta nell’arco di una generazione per ridisegnare il Medio Oriente a suo vantaggio, usando le milizie in Libano, Siria, Gaza, West Bank e Yemen. Ma sa che questa visione portata avanti da decenni non potrà essere realizzata se i Paesi della regione continueranno ad aumentare l’integrazione reciproca e ad approfondire il legame con gli Stati Uniti”.

Prove generali

Il primo sorprendente risultato della sua linea c’è stato il 13 aprile. All’improvviso sotto la sua regia si è materializzata una lega di aviazioni arabe che hanno mandato i loro jet a proteggere Israele: caccia giordani, sauditi e del Bahrein assieme a quelli americani, francesi e britannici si sono gettati nella mischia distruggendo decine di droni e cruise iraniani. Un intervento che ha permesso alle Israeli Defence Forces di concentrare i suoi intercettori sui bersagli più insidiosi: i velocissimi missili balistici. È stato un successo: su 330 ordigni, solo otto sono arrivati sull’aeroporto di Navatim senza causare danni.

Il piano di battaglia

Ora Kurilla deve allestire uno scudo ancora più potente, perché si teme che ci sarà un assalto sincronizzato di centinaia di missili balistici dall’Iran, dal Libano, dalla Siria e dallo Yemen, a cui potrebbero seguire altre ondate di bombe volanti. Armi perfezionate dai consiglieri russi per puntare sugli obiettivi anche in presenza di contromisure che disturbano i sistemi di navigazione. Questa volta pure gli egiziani saranno mobilitati, per evitare che i velivoli teleguidati degli Houti si muovano lungo il Nilo per aggredire Israele.

Come sua abitudine, il generale Kurilla è già sul campo per preparare il piano di battaglia, muovendosi tra la base aerea in Qatar e quella navale nel Bahrein, parlando con i piloti e convincendo i comandanti alleati a fare il massimo. Oggi è atteso a Tel Aviv. E c’è da scommettere che a tutti citerà l’esempio delle porte di fuoco e dei trecento spartani che fermarono l’arroganza imperiale persiana, antenata di quella iraniana.

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