Israele e Libano, campagne in fumo. La guerra dei fuochi lungo la Linea blu
di Rosella TercatinGERUSALEMME – Terreni carbonizzati, alberi ridotti a scheletri anneriti, bestie incenerite. Mentre Israele resta in attesa dell’attacco che potrebbe vedere Iran, Hezbollah e Houthi unirsi per mettere in ginocchio lo Stato ebraico, nel nord del paese foreste e campi coltivati bruciano da mesi, in conseguenza di missili e droni lanciati dalla milizia sciita che in Libano rappresenta un vero Stato nello Stato.
Nella bollente estate mediorientale, basta pochissimo per provocare un incendio e così anche la scintilla scaturita da un frammento di razzo sventato dalla contraerea può scatenare l’inferno. "Sono pochissimi i paesi al mondo che hanno dovuto affrontare incendi sotto il fuoco nemico”, ha spiegato al quotidiano israeliano Haaretz Shay Levy, vice comandante dei vigili del fuoco.
I pompieri affrontano molte difficoltà. Normalmente gli incendi estivi sono provocati dall’uomo e scoppiano in siti facilmente accessibili. I missili però raggiungono territori in mezzo al nulla, diffic…
GERUSALEMME – Terreni carbonizzati, alberi ridotti a scheletri anneriti, bestie incenerite. Mentre Israele resta in attesa dell’attacco che potrebbe vedere Iran, Hezbollah e Houthi unirsi per mettere in ginocchio lo Stato ebraico, nel nord del paese foreste e campi coltivati bruciano da mesi, in conseguenza di missili e droni lanciati dalla milizia sciita che in Libano rappresenta un vero Stato nello Stato.
Nella bollente estate mediorientale, basta pochissimo per provocare un incendio e così anche la scintilla scaturita da un frammento di razzo sventato dalla contraerea può scatenare l’inferno. "Sono pochissimi i paesi al mondo che hanno dovuto affrontare incendi sotto il fuoco nemico”, ha spiegato al quotidiano israeliano Haaretz Shay Levy, vice comandante dei vigili del fuoco.
I pompieri affrontano molte difficoltà. Normalmente gli incendi estivi sono provocati dall’uomo e scoppiano in siti facilmente accessibili. I missili però raggiungono territori in mezzo al nulla, difficili da raggiungere. L’uso dei velivoli antincendio è limitato per il rischio che i mezzi vengano presi di mira. E spesso gli uomini si trovano a operare indossando giubbetti e caschi antiproiettili.
Tra Galilea e le alture del Golan, aree verdi e habitat di una ricca fauna, sono già 15mila gli ettari divorati dal fuoco, oltre tre volte i danni causati dai due incendi peggiori nella storia di Israele, quello della foresta di Sha’ar Hagai nel 1995 e Monte Carmel nel 2010. Una situazione che rende ancora più cupe le prospettive per l’area, dove di fatto la guerra è già totale, con attacchi quasi quotidiani che nonostante i 60mila cittadini evacuati dalla fascia più vicina al confine hanno fatto oltre 40 vittime, in maggioranza civili, inclusi i dodici bambini e ragazzi drusi uccisi dieci giorni fa a Majdal Shams.
Gli incendi di guerra stanno causando gravi danni anche nel sud del Libano. Secondo Haaretz nel Paese dei Cedri sono 6000 gli ettari di boschi e campi andati in fumo in seguito ad attacchi israeliani, vicino al confine. Fonti militari hanno spiegato al quotidiano che approfittando della vegetazione fitta, i miliziani, e in particolare l’unità di élite Radwan, hanno costruito trincee fortificate, bunker e postazioni per il lancio dei missili proprio a ridosso del territorio israeliano.
"Solo quando l’area sarà spogliata della vegetazione potremo passare alla fase di bonifica di ciò che si trova sotto i cespugli”, ha spiegato un ufficiale. A giugno, alcuni video che ritraevano soldati israeliani usare armi medioevali come catapulte e balestre per appiccare gli incendi sono diventati virali.
In Libano non è stato dato alcun ordine di evacuazione. Ma la stima è che circa 95mila i cittadini abbiano lasciato il sud del paese. Gli attacchi israeliani hanno causato oltre 450 vittime, in stragrande maggioranza miliziani ma anche una novantina di civili. Per Israele, la priorità è che quella di allontanare Hezbollah dai suoi confini. Alla vigilia della guerra, c’erano circa 2400 combattenti delle forze di Radwan nell’area. L’esercito stima ora che ne rimangano alcune centinaia, combattenti pronti a passare all’offensiva con un preavviso di poche ore. Una situazione che dopo il 7 ottobre non può più essere tollerata.