L’editrice Rasha al Amir: “La vita impossibile di noi libanesi, sempre in guerra e costretti al silenzio”
di Francesca CaferriNella casa di Rasha al Amir ci sono scatole ovunque. L’editrice libanese le prepara da ottobre insieme alla cognata Monika Borgman: all’interno c’è una parte fondamentale della Storia del Libano. Video e documenti della Guerra civile. Filmati, immagini, testimonianze delle centinaia di detenuti scomparsi nelle carceri siriane negli anni del dominio di Assad padre sul Paese vicino: racconti di tortura, di morti e di (pochi) ritorni.
È un archivio unico, in un Paese che coltiva l’oblio come una virtù, quello che al Amir impacchetta da ottobre, quando ha capito che la crisi in Israele avrebbe potuto da un momento all’altro arrivare in Libano. Ora il momento è arrivato e lei è pronta. Una cosa sola non può portare via dalla sua casa nel cuore di Dahie, la periferia Sud di Beirut, il quartier generale di Hezbollah colpito da Israele una settimana fa e devastato nella guerra del 2006: la tomba di suo fratello Lockman Slim, uno dei principali intellettuali libanesi, sciita, ucciso nel 2…
Nella casa di Rasha al Amir ci sono scatole ovunque. L’editrice libanese le prepara da ottobre insieme alla cognata Monika Borgman: all’interno c’è una parte fondamentale della Storia del Libano. Video e documenti della Guerra civile. Filmati, immagini, testimonianze delle centinaia di detenuti scomparsi nelle carceri siriane negli anni del dominio di Assad padre sul Paese vicino: racconti di tortura, di morti e di (pochi) ritorni.
È un archivio unico, in un Paese che coltiva l’oblio come una virtù, quello che al Amir impacchetta da ottobre, quando ha capito che la crisi in Israele avrebbe potuto da un momento all’altro arrivare in Libano. Ora il momento è arrivato e lei è pronta. Una cosa sola non può portare via dalla sua casa nel cuore di Dahie, la periferia Sud di Beirut, il quartier generale di Hezbollah colpito da Israele una settimana fa e devastato nella guerra del 2006: la tomba di suo fratello Lockman Slim, uno dei principali intellettuali libanesi, sciita, ucciso nel 2021 in un’esecuzione a sangue freddo attribuita a Hezbollah. La sua colpa, aver puntato il dito – da dentro, dalla comunità sciita - contro il gruppo di Hassan Nasrallah per la strage del porto di Beirut un anno prima: 235 morti e, a oggi, nessun colpevole.
Signora al Amir, che atmosfera c’è intorno a lei?
Di fuga generalizzata. Tutti stanno andando via: verso la montagna, verso il Nord, dove possono scappare. Restano indietro solo gli anziani e i malati. Hezbollah ha avvisato tutti: è tempo di lasciare Dahie, è il primo obiettivo sule mappe degli israeliani. Io sto andando in montagna, ma conto di tornare qui ogni giorno: se sarà possibile, se i ponti saranno in piedi, se gli israeliani non bombarderanno a tappeto come nel 2006. Difficile ora fare previsioni.
Un’intera fetta di città in fuga, per una crisi voluta da pochi: nessun segno di rabbia?
Certo che c’è rabbia. Ma la gente qui ha paura. Non di Israele, ma di Hezbollah. Criticarli significa mettersi a rischio; questa è gente che uccide. Chi critica riceve prima un avvertimento, poi muore; come è successo a mio fratello Lockman. Era scomodo, era autorevole, parlava: lo hanno ucciso. Nella crisi perenne che vive il Libano, la gente si attacca alla sua identità: sono sciita e appartengo alla comunità sciita e dunque a Hezbollah. Anche se stanno portando il Paese alla distruzione, non posso criticarli né mettere in discussione le loro scelte. Di nuovo, come tante volte hanno fatto in passato. In fondo è quello che accade a Gaza: Hamas ha portato Gaza alla rovina ma la gente non si ribella perché di fronte al nemico esterno ti compatti.
Lei parla…
Io non sono abbastanza importante per loro. Né io né Monika, mia cognata, che con me porta avanti il lavoro di Lockman: hanno ucciso lui. Per loro va bene così, noi non contiamo. Ora il pericolo per noi è Israele, più che Hezbollah.
Nessuno ha mai trovato i colpevoli di quel delitto, che nel 2021 scosse il Libano e non solo…
E nessuno ha trovato i responsabili della strage del porto, o di tanti delitti politici in questo Paese. Questo è il Libano. Lockman si batteva anche per questo: la giustizia, la memoria e quindi il futuro della nostra nazione.
Avete ricevuto aiuto nelle indagini per la sua morte?
Qualcuno, ma non è bastato. Il problema però è a monte: è la scelta di ignorare l’Iran, che Obama ha fatto nel nome della pace, di non creare un altro conflitto. Si ignora la questione Iran e dunque si chiudono gli occhi di fronte a ciò che fanno i suoi alleati: quindi Hezbollah. Ma questo significa far finta che non ci sia un regime dittatoriale che sta distruggendo questa regione: non solo il Libano, ma anche la Siria, l’Iraq. Ora vuole fare lo stesso con Israele.
Sta facendo un parallelo fra Israele e Libano?
Credo che molti israeliani, come me, siano paralizzati da quello che accade intorno a loro: cento anni di guerra, nessuna pace attorno, il pericolo costante, l’intera regione che può esplodere da un momento all’altro. L’Iran vuole una guerra eterna ma devo dire che anche tante persone in Israele la vogliono: perché se così non fosse, capirebbero che qualcosa devono concedere. Ai palestinesi, a noi libanesi… Così non si può vivere.
Può spiegare ai nostri lettori cosa intende quando dice “così”?
Un minuto prima che lei chiamasse, un aereo israeliano è passato qui sopra a bassa quota. Ci siamo spaventati moltissimo, anche se non portava armi, lo so per esperienza. Ma le chiedo: Perché io devo avere questa esperienza? Perché devo sapere quale aereo porta quali armi, riconoscere il rumore dei droni o delle bombe? Perché mi devo sentire come un soldato in guerra, costantemente, da dieci mesi a questa parte? La risposta probabilmente è che sono libanese: siamo un piccolo Paese sempre in mezzo al caos provocato dai Paesi della regione.