Le squadre di incursori si sono infiltrate nei boschi oltre la frontiera nella notte tra lunedì e martedì, mentre uno sciame di droni colpiva le basi russe del distretto di Kursk. Poco prima dell’alba, hanno cominciato a sparare contro i posti di blocco e i camion militari in transito sull’autostrada. Il quartiere generale ha pensato che si trattasse di un raid dell’intelligence di Kiev o dei miliziani di “Russia Libera”, come accaduto più volte nella scorsa estate, e non si è preoccupato particolarmente. Invece con la luce del mattino tutti gli avamposti lungo il confine sono stati travolti da un’offensiva su larga scala, la prima mai lanciata dall’esercito ucraino nel territorio di Mosca.
Sono entrati in azione reparti di almeno due unità scelte, con mezzi corazzati e veicoli di supporto. Un battaglione della 82ma brigata parà è andato alla carica con le autoblindo americane Stryker a otto ruote motrici; sull’altro lato si sono mossi i cingolati Bradley forniti sempre dagli Usa e i…
Le squadre di incursori si sono infiltrate nei boschi oltre la frontiera nella notte tra lunedì e martedì, mentre uno sciame di droni colpiva le basi russe del distretto di Kursk. Poco prima dell’alba, hanno cominciato a sparare contro i posti di blocco e i camion militari in transito sull’autostrada. Il quartiere generale ha pensato che si trattasse di un raid dell’intelligence di Kiev o dei miliziani di “Russia Libera”, come accaduto più volte nella scorsa estate, e non si è preoccupato particolarmente. Invece con la luce del mattino tutti gli avamposti lungo il confine sono stati travolti da un’offensiva su larga scala, la prima mai lanciata dall’esercito ucraino nel territorio di Mosca.
Sono entrati in azione reparti di almeno due unità scelte, con mezzi corazzati e veicoli di supporto. Un battaglione della 82ma brigata parà è andato alla carica con le autoblindo americane Stryker a otto ruote motrici; sull’altro lato si sono mossi i cingolati Bradley forniti sempre dagli Usa e i carri pesanti T64 della 22ma brigata. I presidi formati da ragazzi di leva, che fanno servizio solo in patria, hanno opposto una resistenza disperata e i guerrieri ceceni della Akhmat hanno preferito ripiegare, facendo infuriare la popolazione. Ogni tentativo di mandare rinforzi è stato bloccato dai commandos appostati in prossimità dei crocevia, che hanno distrutto i tank sui camion di trasporto. Solo nel primo pomeriggio le immagini dei ricognitori teleguidati hanno trasmesso un brivido in tutti i comandi russi: l’esercito di Kiev era riuscito a nascondere una massiccia task force nei dintorni di Sumy che ora stava procedendo in direzione di Kursk, il capoluogo della regione.
Tutto il dispositivo difensivo è stato colto di sorpresa. Non solo. Gli ucraini hanno allestito uno scudo anti-aereo, con tanti semoventi e almeno una batteria di Patriot. Due elicotteri sono stati abbattuti e i cacciabombardieri dotati di ordigni plananti, che nel Donbass decimano le postazioni nemiche, non sono potuti intervenire: l’unica reazione è stata affidata agli imprecisi Sukhoi 25 che volano raso terra cercando di sfuggire ai radar. Artiglieria e missili balistici hanno aperto il fuoco da lunga distanza, distruggendo – come documentano le foto - una decina di veicoli ucraini. Ci sono video di un Bradley crivellato dopo una lotta ravvicinata con una squadra nemica. Ma l’attacco non è stato frenato: altre colonne hanno varcato il confine, alimentando l’offensiva. Si parla di duemila soldati con un centinaio di mezzi blindati assieme a mezzi speciali del genio per eliminare gli ostacoli.
Ieri sera, dopo trentasei ore di scontri,le truppe ucraine stavano combattendo tra le case della cittadina di Sudza, abbandonata di corsa dai settemila abitanti, e avevano già conquistato un’infrastruttura strategica: la grande stazione che pompa il gas nelle condotte dirette in Europa. Il fronte dell’assalto si estendeva per oltre cinquanta chilometri fino a Korenevo, con una profondità di quasi trenta: anche l’autostrada per Kursk – che dista cento chilometri – era stata sbarrata dai tank. Sono trapelate persino voci non confermate su avanguardie dirette verso la centrale nucleare del capoluogo.
Non è chiaro quale sia l’obiettivo dei generali di Kiev. La manovra è scattata mentre le linee ucraine sono sotto pressione da settimane, con numerose zone di crisi: nello scorso weekend la situazione è diventata particolarmente grave a New York – una località del Donbass -, a Toretsk, a Prokrovsk e a Chasiv Yar tanto da far temere uno sfondamento russo. Lì pesa la carenza di riserve che impedisce ai difensori di tamponare le falle: il reclutamento dei coscritti procede a rilento e tutte le brigate hanno ranghi logori. Invece di rinforzare le trincee traballanti, il comandante in capo Syrsky ha deciso di muovere le ultime pedine di pregio per minacciare uno scacco matto a Putin, portando la guerra nel cuore della Russia. Forse spera di obbligare il Cremlino a dirottare reparti verso Kursk e a interrompere il rullo compressore nel Donbass, oltre a ottenere un risultato che la propaganda sta usando per risollevare il morale della popolazione dopo un anno di ritirate e bombardamenti.
C’è chi la reputa un’azione preventiva, per impedire che nuove divisioni russe radunate nelle retrovie si rovesciassero dopo ferragosto sulle fragili barriere a Karkhiv. Ci può essere anche un calcolo politico: fare terra bruciata nei villaggi e nelle infrastrutture russe, oltre a dare un colpo alla credibilità di Putin, serve a demolire qualsiasi scenario di negoziato sgradito al governo Zelensky. La Casa Bianca è stata spiazzata dall’iniziativa: il portavoce del Consiglio di sicurezza, John Kirby, si è limitato a dire che «verranno contattate le controparti ucraine per comprendere meglio».
La manovra però ha alti margini di rischio. Attaccare comporta sempre perdite maggiori che difendere e in questo momento le risorse umane di Kiev sono al minimo. La natura del terreno inoltre offre pochi ripari per contrastare la risposta russa, che sarà durissima: un’operazione prolungata potrebbe costare cara agli ucraini. Alcuni analisti paragonano già la marcia su Kursk all’offensiva tedesca nelle Ardenne del dicembre 1944: dopo un successo iniziale, le panzerdivision furono bloccate a Bastogne, bruciando le ultime riserve corazzate del Reich. L’unico risultato fu quello di ritardare di qualche settimana l’invasione della Germania. Ma forse pure il governo Zelensky ha la necessità di prendere tempo e mostrarsi ancora vincente, almeno fino alle elezioni americane.