Gli Usa in pressing sull’Iran: “No alla guerra regionale”. E spingono per la tregua a Gaza
dal nostro inviato Daniele Castellani PerelliTEL AVIV — Che la diplomazia – unita al potere di persuasione della massiccia presenza militare americana nell’area – stia portando dei frutti? È la speranza che accompagna il giorno otto dell’ultima grande crisi mediorientale, scoppiata il 31 luglio con l’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran. Funzionari della Casa Bianca hanno detto al Washington Post che gli sforzi del presidente Joe Biden starebbero spingendo l’Iran a riconsiderare il suo piano di risposta «pesante».
Echi di questo concetto si possono forse leggere nella telefonata avuta con il leader francese Emmanuel Macron dal neopresidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha detto di considerare «principi fondamentali evitare la guerra e sforzarsi per stabilire una pace e una sicurezza globali». Davanti a un Macron che lo invitava «a fare tutto il possibile per scongiurare una nuova escalation militare che non è nell’interesse di nessuno», Pezeshkian ha tuttavia avvertito che il suo Paese «si riserva il dir…
TEL AVIV — Che la diplomazia – unita al potere di persuasione della massiccia presenza militare americana nell’area – stia portando dei frutti? È la speranza che accompagna il giorno otto dell’ultima grande crisi mediorientale, scoppiata il 31 luglio con l’uccisione del leader di Hamas Ismail Haniyeh a Teheran. Funzionari della Casa Bianca hanno detto al Washington Post che gli sforzi del presidente Joe Biden starebbero spingendo l’Iran a riconsiderare il suo piano di risposta «pesante».
Echi di questo concetto si possono forse leggere nella telefonata avuta con il leader francese Emmanuel Macron dal neopresidente iraniano Masoud Pezeshkian, che ha detto di considerare «principi fondamentali evitare la guerra e sforzarsi per stabilire una pace e una sicurezza globali». Davanti a un Macron che lo invitava «a fare tutto il possibile per scongiurare una nuova escalation militare che non è nell’interesse di nessuno», Pezeshkian ha tuttavia avvertito che il suo Paese «si riserva il diritto di rispondere adeguatamente» e che «non può restare in silenzio di fronte alle violazioni dei suoi interessi e della sua sicurezza»: «Se l’America e i Paesi occidentali vogliono davvero prevenire la guerra e l’insicurezza nella regione, per dimostrarlo dovrebbero immediatamente smettere di vendere armi e sostenere il regime sionista, costringerlo a fermare il genocidio e gli attacchi a Gaza e ad accettare un cessate il fuoco».
Quasi a rispondergli, il consigliere per la Sicurezza nazionale americano John Kirby ha annunciato poco dopo: «Siamo più vicini di quanto pensiamo di essere mai stati a un accordo sul cessate il fuoco a Gaza e sul rilascio degli ostaggi. C’è una buona proposta davanti a entrambe le parti, e devono accettarla, devono fare l’ultimo sforzo. Di certo non vogliamo vedere alcun tipo di guerra regionale totale».
Gli Stati Uniti dunque stanno mettendo pressione a tutti e due i contendenti, anche se il segretario di Stato Antony Blinken ha esortato anzitutto il nuovo capo politico di Hamas, Yahya Sinwar, a dare il via libera a un’intesa «che evidentemente aiuterà così tanti palestinesi in disperato bisogno».
Qualcosa dunque sembra muoversi in direzione di una rappresaglia più limitata del temuto. Deterrenza e diplomazia sono al lavoro, e la rabbia dell’Iran potrebbe essere anche mitigata dal fatto che si sta convincendo anch’esso che a uccidere Haniyeh a Teheran sarebbe stata una bomba, e non un missile lanciato da fuori i confini (un oltraggio da vendicare più duramente).
Tuttavia, sempre secondo le fonti del Washington Post, il rischio di una guerra regionale devastante «rimane alto». «La nostra risposta arriverà al momento giusto e nel modo opportuno», ha assicurato il ministro degli Esteri iraniano Ali Bagheri Kani. Nell’altro campo, se gli Usa, ancora con Kirby, si dicono «pronti a difendere Israele e noi stessi nel modo appropriato in caso di escalation», il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di rassicurare la sua popolazione: «Stiamo proseguendo verso la vittoria. So che i cittadini sono in allerta e vi chiedo una cosa: rimanete calmi e composti. Siamo preparati sia per la difesa che per l’attacco, stiamo colpendo i nostri nemici e siamo anche determinati a difenderci». «Siamo al massimo della prontezza e sapremo come attaccare velocemente ovunque, in Libano, a Gaza, in ogni parte del Medio Oriente», ha assicurato il capo di Stato maggiore Herzl Halevi.
In attesa della mossa iraniana, il fronte con il Libano è già caldo da tempo (ieri è stato ucciso un comandante di Hezbollah a Jouaiya), e si potrebbe «davvero arrivare a uno stato di guerra», ha avvertito il ministro della Difesa dello Stato ebraico Yoav Gallant.
A Gaza intanto Israele ha fatto, solo nelle ultime 24 ore, ventiquattro morti (il bilancio sale a 39.677, secondo le autorità di Hamas), e l’Oms sta inviando più di un milione di vaccini contro la poliomielite, perché i bambini della Striscia sono a rischio: «Ma serve un cessate il fuoco, o almeno dei giorni di tranquillità durante la distribuzione».
Infine la Francia reagisce con «profondo stupore» alle parole del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, esponente dell’estrema destra, secondo cui «potrebbe esserci una giustificazione morale nel far morire di fame due milioni di civili di Gaza per far rilasciare gli ostaggi». Un pensiero che anche per l‘Alto Rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell è «ignominioso».