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Corte penale internazionale, governi divisi sull’arresto di Netanyahu: Washington sta dalla parte di Israele

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Sono 60 i paesi che hanno depositato le proprie “osservazioni” sulla richiesta di cattura del premier. Attesa per la decisione dei giudici dell’Aia
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BERLINO – Gli Stati Uniti obiettano a un eventuale mandato di arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu. In attesa della sentenza della Corte penale internazionale (Icc) su Netanyahu e sul ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, molti Paesi hanno depositato le loro osservazioni presso il tribunale dell’Aja.

Un passaggio che non ha un particolare valore giuridico: nessuno Stato che non sia Israele può fare ricorso contro il mandato d’arresto. Si tratta insomma rilievi cosiddetti “amicus curiae” che dovrebbero aiutare il giudice ad avere maggiori elementi per formulare la sentenza. Ma che hanno ovviamente un significato politico. Tanto è vero che se era stato in particolare il Regno Unito, sotto il precedente governo conservatore di Rishi Sunak, a chiedere la possibilità alla Corte di presentare delle obiezioni, già il successivo e attuale governo laburista di Keith Starmer ha deciso di rinunciare.

BERLINO – Gli Stati Uniti obiettano a un eventuale mandato di arresto contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu. In attesa della sentenza della Corte penale internazionale (Icc) su Netanyahu e sul ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, molti Paesi hanno depositato le loro osservazioni presso il tribunale dell’Aja.

Un passaggio che non ha un particolare valore giuridico: nessuno Stato che non sia Israele può fare ricorso contro il mandato d’arresto. Si tratta insomma rilievi cosiddetti “amicus curiae” che dovrebbero aiutare il giudice ad avere maggiori elementi per formulare la sentenza. Ma che hanno ovviamente un significato politico. Tanto è vero che se era stato in particolare il Regno Unito, sotto il precedente governo conservatore di Rishi Sunak, a chiedere la possibilità alla Corte di presentare delle obiezioni, già il successivo e attuale governo laburista di Keith Starmer ha deciso di rinunciare.

Alla mezzanotte del 6 agosto, alla scadenza stabilità dai togati dell’Icc, sono state presentate oltre sessanta osservazioni di Paesi, avvocati e associazioni: spicca quella degli Stati Uniti, che obiettano sulla possibilità che il Tribunale penale, su sollecitazione dell’Autorità palestinese, possa legiferare su un cittadino israeliano: gli accordi di Oslo non avrebbero mai accordato questa competenza ai palestinesi. Ma la stragrande maggioranza di chi ha presentato delle obiezioni, contesta i rilievi di Washington.

Il non-ruolo degli Usa

Gli Stati Uniti, che non hanno mai riconosciuto la Corte penale internazionale, premettono però di voler presentare i loro rilievi per il ruolo fondamentale che Washington ha da sempre assunto nei negoziati tra israeliani e palestinesi. E per gli Usa, gli accordi di Oslo che portarono all’istituzione dell’Autorità nazionale palestinese, non le avrebbero mai riconosciuto il diritto a legiferare penalmente su cittadini israeliani. I palestinesi non avrebbero potuto sollevare accuse alla Corte dell’Aia contro Netanyahu e Gallant, sono cittadini israeliani e dunque fuori dalla loro giurisdizione.

Una contestazione che la Norvegia stessa, che ospitò quel fondamentale accordo di pace, non accetta. Nelle sue osservazioni sottolinea che non sono le intese di Oslo ad attribuire la facoltà ai palestinesi di rivolgersi alla Corte di Giustizia internazionale: è lo statuto di Roma, che «è basato sull’accettazione della giurisdizione e dunque non limitato ad accordi bilaterali, leggi nazionali o alla nazionalità degli accusati».

Il primo passo

A maggio, quando il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, aveva chiesto emettere un mandato di arresto per il primo ministro israeliano Netanyahu e al suo ministro per la Difesa Gallant, e contestualmente aveva fatto lo stesso con alcuni leader di Hamas, tra cui Yahya Sinwar, il terrorista della strage del 7 ottobre che è appena stato nominato il suo nuovo capo politico e i due leader uccisi da Israele la scorsa settimana, Mohamed Deif e Ismail Haniyeh, Washington era insorta. In un comunicato stampa, il presidente americano Joe Biden aveva definito «oltraggiosa» la decisione del procuratore capo, che ora dovrà essere convalidata dalla Corte. «A prescindere da cosa possa insinuare questo procuratore, non esiste nessuna equivalenza – nessuna – fra Israele e Hamas», ha aggiunto il capo della Casa Bianca.

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