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Nei campi palestinesi di Beirut dove cresce Hamas: “Sinwar è l’unico che ci difende dai massacri, ma ora negoziamo”

Foto di Gabriella Colarusso 

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Il gruppo armato palestinese ha sempre più seguito soprattutto tra i giovani. Restano le rivalità con Fatah, ma ora le due fazioni sono unite dal comune nemico
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BEIRUT — Hamad non l’ha mai vista la guerra, ma dice che a Gaza andrebbe di corsa, a combattere per «la nostra terra». Ha 15 anni, una t-shirt lercia addosso e i sandali consumati, gli occhioni dolci che tradiscono la posa spavalda. È nato e cresciuto a Shatila, nello squallore e nella povertà del campo profughi a Sud di Beirut dove tre generazioni di palestinesi hanno perso il loro futuro. Alla tv scorrono le immagini dei corpi dilaniati «in un altro massacro di Netanyahu!», urla. «Sinwar sta combattendo per la nostra libertà, è l’unico a farlo!», e indica la grossa foto del nuovo capo di Hamas che pendola tra due file di palazzi, coperta da un groviglio di cavi elettrici. Sinwar è nella posa di estrarre la pistola dalla tasca. Sulla foto c’è scritto: “Nel nome di Dio, abbiamo iniziato a negoziare”.

Da quando è cominciata la guerra a Gaza, qui e negli altri campi palestinesi del Libano Hamas è diventata più forte, ha conquistato consensi. «Te lo dico io che sono di Fatah: Hamas sta …

BEIRUT — Hamad non l’ha mai vista la guerra, ma dice che a Gaza andrebbe di corsa, a combattere per «la nostra terra». Ha 15 anni, una t-shirt lercia addosso e i sandali consumati, gli occhioni dolci che tradiscono la posa spavalda. È nato e cresciuto a Shatila, nello squallore e nella povertà del campo profughi a Sud di Beirut dove tre generazioni di palestinesi hanno perso il loro futuro. Alla tv scorrono le immagini dei corpi dilaniati «in un altro massacro di Netanyahu!», urla. «Sinwar sta combattendo per la nostra libertà, è l’unico a farlo!», e indica la grossa foto del nuovo capo di Hamas che pendola tra due file di palazzi, coperta da un groviglio di cavi elettrici. Sinwar è nella posa di estrarre la pistola dalla tasca. Sulla foto c’è scritto: “Nel nome di Dio, abbiamo iniziato a negoziare”.

Da quando è cominciata la guerra a Gaza, qui e negli altri campi palestinesi del Libano Hamas è diventata più forte, ha conquistato consensi. «Te lo dico io che sono di Fatah: Hamas sta facendo il pieno. Perché i ragazzini guardano la televisione e cosa vedono? Stragi e che a combattere e a resistere sotto i tunnel a Gaza ci sono Sinwar e i suoi», dice Abo Jaber, un veterano di Fatah, il partito dello storico leader della resistenza laica palestinese Arafat, oggi nelle mani dello screditato Abu Mazen.

Abo Jaber è un pezzo di storia dei palestinesi in Libano: sopravvissuto al massacro di Sabra e Shatila, nel 1982, quando le falangi cristiane sterminarono migliaia di civili nei due campi palestinesi, e poi agli scontri del 1986 con gli sciiti di Amal appoggiati dai siriani. Ha quasi perso un occhio e ha una cicatrice ricucita male che gli divide in due la pancia. Suo figlio adolescente è morto con una granata trovata in casa.

Nel campo vivono circa 30mila persone, almeno 10mila palestinesi, i primi arrivati qui nel 1947, poi ci sono libanesi, siriani, asiatici. Il 90% vive sotto la soglia di povertà. L’immondizia non viene raccolta, l’energia elettrica e internet passano da un sistema di cavi esterni improvvisato. Gli aiuti internazionali mantengono i servizi minimi: sanità, scuola. All’interno del campo gira di tutto, armi, droga a buon prezzo. Intorno, non ci sono mura, a differenza di altri slum palestinesi in Libano, ma se nasci a Shatila puoi non uscirne mai. Per lavorare, avere un negozietto, fare qualunque cosa, ci si affida alla protezione delle fazioni.

Fatah e Hamas non si sono mai amate, ma la guerra può unire anche gli avversari. «Io preferivo Meshal ad Haniyeh e Sinwar, perché era più moderato e sapeva tutto di Fatah, ma ora le divisioni tra noi e Hamas vanno messe da parte perché in gioco c’è la sopravvivenza di tutti». Nella stanza dove ci accoglie Abo Jaber non c’è quasi nulla, due divani di pelle logora e una scrivania di plastica. La tv accesa sulle immagini dei corpi straziati ad al Daraj. «Se cresci a Gaza non hai nessuna speranza, e nemmeno a Shatila», ci dice Nadim, che fa l’interprete.

Sotto la scala che porta all’ufficio dell’Olp sono cadute quasi tutte le travi. Mr Abadi è responsabile dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina nel campo. Anche lui di Fatah. «In politica siamo contro Hamas ma mentre si consumano questi crimini odiosi contro i palestinesi non possiamo dividerci», chiarisce subito davanti a una grande foto di Arafat. L’aura che Sinwar conserva anche tra i suoi avversari politici, ci spiega, viene dalla sua storia di prigioniero nelle carceri israeliane: «Anche in prigione collaborava con Barghouti (storico esponente e leader di Fatah ancora in carcere in Israele, ndr) e i detenuti di altri gruppi palestinesi, per far sì che i nostri diritti venissero riconosciuti».

E il 7 ottobre, i massacri contro gli israeliani nei kibbutz del Sud? Nessuno ha voglia di rispondere. A mezza bocca tutti ti dicono che tra Fatah e Hamas permangono rancori e diffidenze. Tutti sanno che con Sinwar i negoziati saranno più duri. Ma una cosa è certa, dice Abadi: «È magnetico per l’unità dei palestinesi. Senza questi leader arabi avremmo già un nostro stato». Ce l’ha con l’Egitto, con la Giordania, con i sauditi, che hanno «abbandonato i palestinesi». E l’Iran? «Stiamo con chi ci sostiene, ma non siamo sciocchi: ogni regime ha la propria agenda e la propria propaganda».

Tra qualche giorno, se la diplomazia riuscirà a scongiurare la guerra, israeliani e palestinesi si incontreranno di nuovo a Doha o al Cairo per riavviare i negoziati. O almeno, questo era il piano americano. Ma dopo il massacro di ieri? Hamad ha una bottega di artigianato ed è di Hamas. È convinto che le trattative andranno avanti. «Più di 100 morti. Per qualche combattente gli israeliani uccidono decine di civili e voi europei state zitti», si accalora. «Ma ora dobbiamo negoziare per fermare i massacri, alle nostre condizioni: Israele via da Gaza».

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