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Kamala Harris alla prova della crisi mediorientale tra Trump e i filopalestinesi

(afp)

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Gli attivisti pro-Gaza la interrompono nei comizi. Il rivale la accusa di essere contro gli ebrei. Così la guerra non aiuta la leader dem
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Le bombe di Gaza piovono anche sulla campagna di Kamala Harris. Dopo le proteste pro-Palestina di mercoledì durante il suo comizio di Detroit, in quel Michigan che è lo Stato più arabo d’America, venerdì è stata nuovamente contestata in Arizona. Gli attivisti l’hanno interrotta gridando “Palestina Libera” e “Non voteremo per il genocidio”. E lei, colta di sorpresa, la prima volta ha risposto stizzita: «Se volete far vincere Trump, ditelo. In caso contrario, fate silenzio. Sto parlando io».

Venerdì, invece, è stata più diplomatica e attenta. Ha interrotto il comizio e si è rivolta a chi le urlava contro: «Siamo dalla stessa parte, lottiamo per la democrazia, e questo significa rispettare tutte le voci che stiamo sentendo». Poi ha aggiunto, alludendo ai negoziati di Ferragosto: «Io e il presidente stiamo lavorando senza sosta per arrivare al cessate il fuoco e riportare gli ostaggi a casa. Io rispetto le vostre voci, ma siamo qui per parlare della corsa per la Casa Bianca 2024».

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Le bombe di Gaza piovono anche sulla campagna di Kamala Harris. Dopo le proteste pro-Palestina di mercoledì durante il suo comizio di Detroit, in quel Michigan che è lo Stato più arabo d’America, venerdì è stata nuovamente contestata in Arizona. Gli attivisti l’hanno interrotta gridando “Palestina Libera” e “Non voteremo per il genocidio”. E lei, colta di sorpresa, la prima volta ha risposto stizzita: «Se volete far vincere Trump, ditelo. In caso contrario, fate silenzio. Sto parlando io».

Venerdì, invece, è stata più diplomatica e attenta. Ha interrotto il comizio e si è rivolta a chi le urlava contro: «Siamo dalla stessa parte, lottiamo per la democrazia, e questo significa rispettare tutte le voci che stiamo sentendo». Poi ha aggiunto, alludendo ai negoziati di Ferragosto: «Io e il presidente stiamo lavorando senza sosta per arrivare al cessate il fuoco e riportare gli ostaggi a casa. Io rispetto le vostre voci, ma siamo qui per parlare della corsa per la Casa Bianca 2024».

(afp)

Certo, nel pieno della campagna appena rimessasi sui binari – coi dem che ora nei sondaggi battono Trump in tre Stati chiave, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin 50 a 46 – di sicuro prendere posizione sulla guerra non è una scelta facile: in un modo o nell’altro si scontenta qualcuno. E The Donald, che fatica a trovare una linea per colpirla, se non descrivendola come la radicale di sinistra che in realtà lei non è, già l’accusa di non aver scelto il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro come vice per via della sua fede, ripetendo più volte: «Gli ebrei che votano Kamala hanno qualche rotella fuori posto». Affermazioni in parte condivise: secondo lo stesso sondaggio Siena College, fra l’elettorato ebraico il gradimento di Harris rispetto a Biden è giù di 3 punti, passato da 52 a 49.

Eppure lei è allineata col presidente sul diritto dello Stato ebraico a difendersi (a tal proposito gli americani hanno appena sbloccato 3,5 miliardi che Israele può usare per acquistare armi). E suo marito Doug è da tempo impegnato in una campagna contro l’antisemitismo. La differenza è che già da mesi la vicepresidente chiede al governo di Benjamin Netanyahu di aprire il flusso di aiuti umanitari a Gaza e siglare l’accordo per cessare i combattimenti. Al premier israeliano lo ha detto chiaro durante la sua visita, alcuni giorni fa, indisponendolo ancor di più ripetendolo pure ai giornalisti: «Non resterò in silenzio su Gaza».

D’altronde finora, pur presente a molte delle telefonate fra Biden e Bibi, ha avuto poco margine di manovra: le decisioni sono affidate soprattutto al segretario di Stato Antony Blinken e al capo della Cia Bill Burns. Eppure se l’accordo sul cessate il fuoco atteso nei prossimi giorni non si concretizzerà, sarà proprio lei a pagarne le conseguenze, tanto più che il movimento pro-Palestina si è dato appuntamento a Chicago il 19 e il 22, per due manifestazioni in concomitanza con la Convention del partito: e di sicuro nessuno vuol vedere un ripetersi degli scontri del 1968. Anche per questo a Detroit Harris ha voluto incontrare i leader del movimento “uncommitted”, i “disimpegnati” che alle primarie hanno scoraggiato, non senza efficacia, il voto ai dem proprio per fare più pressioni riguardo alla guerra a Gaza. Ma di sicuro il nuovo sangue versato non aiuta. Un avvertimento chiaro in tal senso, arriva dalla giornalista dissidente russo-americana Masha Gessen (autrice dell’imprescindibile biografia di Putin L’uomo senza volto) che alla Harris dedica un editoriale sulle pagine del New York Times: «Deve conquistare quell’elettorato, non snobbarlo. Dire che si sta concentrando sulla sconfitta di Trump è statisticamente valido ma emotivamente cieco».

Intanto un gruppo di alti funzionari dell’amministrazione Biden si prepara ad andare in Medio Oriente per quella che sarà una settimana cruciale per la diplomazia: l’incontro del 15 agosto avrà infatti come scopo non solo garantire l’accordo sul rilascio dei 115 ostaggi e il cessate il fuoco a Gaza, ma anche prevenire una nuova guerra regionale. Solo se si otterranno risultati concreti si eviteranno ulteriori deragliamenti nella campagna democratica.

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