L’intervista al ministro degli Esteri libanese Abdallah Bou Habib: “Non vogliamo la guerra. A Teheran e Hezbollah chiedo che non vadano all’attacco tutti insieme”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoBEIRUT – Abdallah Bou Habib è seduto su una polveriera. Ministro degli Esteri ad interim del Libano, naviga nella acque incerte di un Paese che da due anni non riesce a eleggere un presidente e ora rischia di pagare il prezzo più alto da una guerra regionale. «Nessuno qui la vuole, nemmeno gli sciiti, Hezbollah lo sa. Serve lo sforzo di tutti per arrivare a un accordo per il Sud del Libano, le basi ci sono», dice in una Beirut svuotata e in ansia per quello che potrebbe accadere.
I movimenti militari fanno temere un’escalation tra Israele e Hezbollah. È inevitabile?
Come governo stiamo facendo ogni sforzo per evitarla. Abbiamo chiesto due cose a Hezbollah e agli iraniani: che la loro risposta, se deve esserci, non sia in contemporanea dallo Yemen…
BEIRUT – Abdallah Bou Habib è seduto su una polveriera. Ministro degli Esteri ad interim del Libano, naviga nella acque incerte di un Paese che da due anni non riesce a eleggere un presidente e ora rischia di pagare il prezzo più alto da una guerra regionale. «Nessuno qui la vuole, nemmeno gli sciiti, Hezbollah lo sa. Serve lo sforzo di tutti per arrivare a un accordo per il Sud del Libano, le basi ci sono», dice in una Beirut svuotata e in ansia per quello che potrebbe accadere.
I movimenti militari fanno temere un’escalation tra Israele e Hezbollah. È inevitabile?
Come governo stiamo facendo ogni sforzo per evitarla. Abbiamo chiesto due cose a Hezbollah e agli iraniani: che la loro risposta, se deve esserci, non sia in contemporanea dallo Yemen, dal Libano, dall’Iraq e dall’Iran perché questo significherebbe guerra. E loro non vogliono la guerra, non la vuole Hezbollah, non la vuole l’Iran, nessuno la vuole. Gli israeliani vogliono la guerra: hanno fatto quelle operazioni a Beirut e Teheran per provocare l’escalation. La seconda cosa che abbiamo chiesto è una reazione che non causi una forte risposta israeliana e dunque un conflitto regionale.
E cosa vi hanno risposto?
Hezbollah non dice cosa farà, ma hanno ascoltato le nostre opinioni.
Hezbollah lega il cessate il fuoco nel Sud del Libano al cessate il fuoco a Gaza. I colloqui di Ferragosto possono portare a una tregua?
Nessuno lo sa, nemmeno gli americani. Certo, i doppi standard dell’Occidente non aiutano la pace. Dopo la strage di Majdal Shams, Israele, con il sostegno dell’Occidente, ha subito puntato il dito su Hezbollah, senza nessuna indagine. E non c’è stata nessuna condanna per la strage di due giorni fa a Gaza. Gli iraniani, poi, avrebbero accettato di non rispondere all’uccisione di Haniyeh a Teheran se ci fosse stata una condanna dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Ma nulla. A Israele viene concesso tutto.
C’era un cessate il fuoco, il 7 ottobre Hamas l’ha stracciato.
Tutti i ministri degli Esteri della Lega araba riuniti dopo il 7 ottobre hanno condannato le uccisioni di civili, sempre e ovunque, ma questo non autorizza Israele a uccidere 40mila persone. Gaza è distrutta.
I libanesi sono pronti a una guerra in solidarietà con Gaza come vorrebbe Hezbollah?
Nessuno vuole la guerra in Libano, non solo sunniti, cristiani o laici, anche gli sciiti. Hezbollah lo sa. La popolazione non vuole la guerra. Il governo non vuole la guerra. Ma dobbiamo accettare la realtà. C’è un movimento di resistenza in Libano perché ci sono delle terre libanesi occupate da Israele (le Fattorie di Shebaa, 11km per 2,5,e i due villaggi adiacenti di Ghajar e Kfar Jouba, ndr).
Il Libano ha un esercito: non è suo compito difendere i confini?
L’esercito controlla la sicurezza in tutto il Paese, collabora con l’Unifil a Sud, ma se c’è un’occupazione che può essere rimossa solo in due modi: o con i negoziati o con la resistenza. E un esercito organizzato non può essere e comportarsi come un movimento di resistenza.
Il comandante delle Forze armate, il generale Aoun, a Washington ha chiesto più fondi per aprire un nuovo reclutamento. L’esercito non è ancora pronto a prendere in mano la sicurezza del Sud?
La risoluzione 1701 dell’Onu prevede nel Sud del Libano 15mila uomini per l’esercito e 15mila dell’Unifil. L’esercito libanese ne ha circa 4mila al momento, vogliamo incrementare il numero per essere pronti nel caso in cui ci sia un accordo.
A che punto sono i negoziati?
Ci sono le basi per un accordo ma non c’è ancora l’accordo.
Hezbollah è disposto a ritirarsi a Nord del fiume Litani come chiedono gli israeliani e soprattutto come prevede la risoluzione Onu?
Se Israele si ritira da tutte le aree occupate e si ritorna ai confini della tregua del 1949 – non alla blue line che non è il confine – certamente Hezbollah si ritira a Nord del Litani. A quel punto l’esercito libanese potrebbe stabilizzare la situazione e gradualmente non ci sarebbe più bisogno di Unifil. Ma Israele deve accettare i confini internazionalmente stabiliti. Le discussioni sono in corso. La proposta sul tavolo ora è una mezza soluzione. Ma a mio parere una mezza soluzione è migliore di nessuna soluzione.
È la proposta americana?
Ci sono due proposte sul tavolo, una francese e una americana. Dal mio punto di vista la proposta francese è migliore perché punta a un accordo complessivo e finale per il Sud del Libano, ci sono dentro anche le fattorie di Shebaa. Quella americana punta al cessate il fuoco e a far indietreggiare Hezbollah di qualche chilometro. In ogni caso, ripeto, un cessate il fuoco è meglio di nessun cessate il fuoco. Ed è meglio di nessun accordo.
Ha un messaggio per gli europei?
Rispettino le leggi che loro stessi hanno creato dopo la Seconda guerra mondiale, il diritto umanitario internazionale e il diritto internazionale, basta con i doppi standard. Guarda la differenza della loro posizione dell’Occidente in Ucraina e a Gaza. Non sto difendendo Hamas, noi tutti abbiamo condannato le uccisioni di civili il 7 ottobre. Ma quando Isralee sbaglia bisogna riconoscerlo e condannarlo.
E all’Iran, sponsor e finanziatore di Hezbollah, cosa dice?
Che anche loro devono rispettare le leggi internazionali e non interferire negli affari degli altri Paesi. Dobbiamo tutti lavorare per la pace.