BEIRUT – Dalla palazzina sventrata pendono ancora fili di acciaio, calcinacci e massi di cemento, nessuno l’ha recintata, nessuno si preoccupa di passarci sotto, o dentro. «Ne ammazzano uno, ne nascono milioni», dice Hussam, 20 anni, vestito di tutto punto per l’Ashura, in nero. «Noi seguiamo gli ordini: se Hezbollah dice che dovrà esserci la guerra, ci sarà la guerra».
A casa di Hezbollah
La palazzina sventrata è entrata nella storia di Haret Hreik, il quartier generale di Hezbollah a Dahieh, Sud di Beirut, dove il 30 luglio scorso gli israeliani hanno ucciso Fuad Shukr, il numero due del movimento, si diceva persino che fosse tra i tre possibili successori di Hassan Nasrallah, il chierico fattosi comandante militare che guida l’organizzazione dal 1992, e appare in pubblico solo in video. Gli americani ritenevano Shukr respo…
BEIRUT – Dalla palazzina sventrata pendono ancora fili di acciaio, calcinacci e massi di cemento, nessuno l’ha recintata, nessuno si preoccupa di passarci sotto, o dentro. «Ne ammazzano uno, ne nascono milioni», dice Hussam, 20 anni, vestito di tutto punto per l’Ashura, in nero. «Noi seguiamo gli ordini: se Hezbollah dice che dovrà esserci la guerra, ci sarà la guerra».
A casa di Hezbollah
La palazzina sventrata è entrata nella storia di Haret Hreik, il quartier generale di Hezbollah a Dahieh, Sud di Beirut, dove il 30 luglio scorso gli israeliani hanno ucciso Fuad Shukr, il numero due del movimento, si diceva persino che fosse tra i tre possibili successori di Hassan Nasrallah, il chierico fattosi comandante militare che guida l’organizzazione dal 1992, e appare in pubblico solo in video. Gli americani ritenevano Shukr responsabile degli attentati che uccisero 241 marine a Beirut, nel 1983. Gli israeliani l’hanno eliminato prima del tramonto, un missile di “precisione”. Shukr era al terzo piano, ne sono caduti tre: cinque morti, compresi due bambini. La catena di eventi che si è innescata da quel giorno ha precipitato Dahieh in uno stato di guerra senza ancora la guerra.
Molti sono andati via, al Nord o nei villaggi del monte Libano, pagando affitti esorbitanti per procurarsi un posto in cui scappare. Mustafa il suo piano l’ha organizzato così: «Ho detto a mia moglie che nel momento esatto in cui inizia la rappresaglia di Hezbollah contro Israele deve prendere i bambini e portali via in macchina nel villaggio dove abbiamo preso un’altra casa».
L’estate della paura
Il traffico per le strade di Dahieh non è il solito formicaio impazzito che avevamo visto anche nel novembre scorso all’inizio della guerra a Gaza. È l’estate certo, ma è anche la paura. I mercati si sono in parte svuotati. «La gente spende meno, gli affari nel mio negozio sono diminuiti di circa il 30%, si comprano i beni di prima necessità e si torna in fretta a casa», racconta Mohammad, 32 anni, padre di due bambini, che ha una bottega dall’altro lato della palazzina dove hanno ammazzato Shukr. «Quella sera io non c’ero, il mio collaboratore ha sentito il boato e si è preso un grande spavento. Penso che Hezbollah risponderà». Persino un club sportivo di Haret Hreik ha chiuso i battenti dopo che l’allenatore è partito per Baalbek.
Dal giorno dopo la strage di Majdal Shams, Hezbollah ha cominciato a evacuare alcuni uffici del movimento a Dahieh, ci racconta una fonte vicina al partito. Le misure di sicurezza intorno ai suoi comandanti adesso sono elevatissime, si spostano di continuo. E anche entrare ad Haret Hreik è molto più difficile. Niente foto. Conversazioni controllate. Alcuni membri del partito hanno portato via le famiglie, «ma tanti altri sono rimasti. Si dice che anche i parenti di Safi al Din (il vice di Nasrallah, ndr), siano ancora a Dahieh».
L’attesa
Tutti si chiedono come risponderà Hezbollah, a Dahieh pochi dubitano che lo farà. L’inviolabilità è caduta, l’equazione che dalla fine della guerra del 2006 ha tenuto lontano da Beirut Sud missili e droni non esiste più. Gli israeliani hanno colpito, e ora il partito deve rispondere: non può permettersi che Dahieh diventi una «piccola Siria, dove l’Idf tira quando gli pare»,ragiona un giornalista che conosce bene il movimento. Quasi a cercare conferma della tesi, ci accompagna a circa un chilometro di distanza in una specie di tour degli omicidi mirati: «Lo vedi quell’edificio coperto coi teli verdi? Li gli israeliani hanno ucciso al-Arouri», il numero due di Hamas in Libano.
La tomba
Nella moschea dove Hezbollah piange i suoi martiri, una giovane donna se ne sta fissa in piedi davanti alla tomba di Shukr. Indossa il chador nero e la sciarpa gialla del movimento con sopra l’immagine del comandante martire. È Kadija, sua figlia. Le chiediamo se ha voglia di parlare. Accetta, in un ottimo inglese. «Mio padre ha iniziato la Resistenza quando io non ero ancora nata, nel 1982. Voleva morire così, da martire. Sono orgogliosa di lui», dice con accanto una delle sue bambine. Shukr aveva 7 figli, dopo sei donne era arrivato il maschio.
Kadija ha 37 anni e ne ha due di bambini. Fa la giornalista, dice, scrive per un quotidiano “di area”. Finora ha dovuto farlo con uno pseudonimo. «Israele pensa di poter uccidere i nostri figli, conquistare il nostro Paese, ma non succederà. Continueremo il lavoro di mio padre e di tutti i nostri martiri, continueremo la resistenza per difendere i nostri diritti e la nostra terra». E la guerra, non hai paura della guerra? «No. Nel 2006 Hezbollah era meno forte di adesso, Israele ci ha combattuti per 33 giorni ma non è riuscito comunque a raggiungere i suoi obiettivi». Il Libano, però, ne è uscito a pezzi, distrutto. «Ma si è rialzato, più forte. Non abbiamo iniziato noi questo conflitto, l’hanno fatto loro violando i nostri diritti. Guarda cosa fanno a Gaza. Non cerco vendetta personale, perché non è una questione personale, mio padre è come tutti gli altri martiri. La nostra è una lotta politica e continuerà fin quando Israele non sarà fuori dal Libano e fuori dalla Palestina».
Davanti alla moschea un gruppo di ragazzini offre datteri e caffè per l’Ashura, sono quelli che non possono permettersi “il lusso della fuga”. Khalil li guarda seduto sulla sua motocicletta, avrà 50 anni circa. «Siamo abituati qui alla guerra», ci tiene a dire. Ma andresti a combattere se ci fosse un conflitto su larga scala? «Io sono un civile. Ma se ci sarà, pagheremo un caro prezzo, sia noi che loro».