Così scompare il patrimonio armeno dal Nagorno Karabakh: le immagini satellitari della distruzione
di Luna De BartoloTBILISI – In Nagorno Karabakh non c’è più nessun armeno. E un giorno ci si potrebbe chiedere se ci sia mai stato. Le immagini satellitari più recenti mostrano la distruzione in atto del patrimonio storico e culturale del popolo che ha calpestato quelle terre per secoli: l’atto finale del processo iniziato nel 2020, quando l’Azerbaijan ha ripreso il controllo di vaste aree della regione separatista abitata da oltre centomila armeni, costretti all’esodo nel settembre 2023 a seguito di un’operazione militare con cui Baku ha ripristinato la propria integrità territoriale, dopo trent’anni di coabitazione con la non riconosciuta Repubblica dell’Artsakh.
Dachalti, chiamato Karintak dagli armeni, è un villaggio situato nell’Azerbaijan sudoccidentale. O meglio: era, da…
TBILISI – In Nagorno Karabakh non c’è più nessun armeno. E un giorno ci si potrebbe chiedere se ci sia mai stato. Le immagini satellitari più recenti mostrano la distruzione in atto del patrimonio storico e culturale del popolo che ha calpestato quelle terre per secoli: l’atto finale del processo iniziato nel 2020, quando l’Azerbaijan ha ripreso il controllo di vaste aree della regione separatista abitata da oltre centomila armeni, costretti all’esodo nel settembre 2023 a seguito di un’operazione militare con cui Baku ha ripristinato la propria integrità territoriale, dopo trent’anni di coabitazione con la non riconosciuta Repubblica dell’Artsakh.
Dachalti, chiamato Karintak dagli armeni, è un villaggio situato nell’Azerbaijan sudoccidentale. O meglio: era, dato che le immagini aggiornate lo scorso aprile da Google Earth ne testimoniano la demolizione. Il regime autocratico di Ilham Aliyev non permette ad alcun osservatore indipendente, nemmeno all’Unesco, di accedere al Nagorno Karabakh per verificare il rispetto dell’eredità armena, e le foto satellitari rappresentano il solo strumento di monitoraggio. Dachalti/Karintak è stato raso al suolo tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024, con ogni probabilità per fare posto a un nuovo insediamento azero.
Tra le vittime dei bulldozer anche un monumento ai caduti della grande guerra patriottica, cioè il conflitto combattuto dall’Unione sovietica contro la Germania nazista: circostanza che ha provocato le ire di Mosca. Solo una chiesetta risulta ancora in piedi, a poca distanza da un’imponente moschea in costruzione, insieme a qualche sparuta abitazione che si presume ospiti gli operai al lavoro.
Non è stata altrettanto fortunata la chiesa di San Giovanni Battista di Shusha/Shushi, meglio nota come Kanach Zham: risalente al XIX secolo, e già danneggiata durante il conflitto del 2020, non esiste più. Le immagini rilasciate da Google Earth il 4 aprile di quest’anno e incluse nel report di giugno del Caucasus Heritage Watch, un progetto di ricerca delle università statunitensi Cornell e Purdue, ne documentano l’abbattimento.
Secondo i ricercatori americani, dalla storica cacciata della popolazione armena dal Nagorno Karabakh sono sei i siti culturali distrutti e nove quelli considerati minacciati: il record negativo dall’inizio delle attività di monitoraggio, nel 2021. Azioni successive allo scorso novembre, quando la Corte internazionale di giustizia (ICJ), principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, ha ordinato a Baku di adottare «tutte le misure necessarie» per prevenire il vandalismo e la profanazione di monumenti, luoghi di culto, cimiteri e manufatti armeni. E i preparativi per la COP29, avverte il Caucasus Heritage Watch, «potrebbero avere un grave impatto sul patrimonio culturale armeno della regione».
Neanche tre mesi dopo l’incursione militare del 2023, l’Azerbaijan, le cui entrate da esportazioni dipendono per più del 90 per cento da gas e petrolio, è stato selezionato come Paese ospitante della prossima conferenza sui cambiamenti climatici dell’Onu. «Sin dalla fine della seconda guerra del Karabakh del 2020», riporta ancora il Caucasus Heritage Watch, «Baku ha reso pubblici dei piani per la costruzione di massicce infrastrutture e progetti di riqualificazione nella regione, insieme alla sua visione utopica di trasformare quei territori che sono stati oggetto di pulizia etnica in “zone ad energia verde” con estesi parchi fotovoltaici e eolici».
Il rischio concreto, insomma, è che l’Azerbaijan intenda prendere due piccioni con una fava, irrobustendo le sue anemiche credenziali green a spese dell’eredità storico culturale armena. E il timore sul lungo periodo degli osservatori più attenti è che Baku replichi nel Nagorno Karabakh quanto compiuto tra la fine degli anni ’90 e gli anni Dieci del XXI secolo nel Nakhichevan, un’altra regione storicamente contesa tra armeni e azeri, assegnata ai tempi dell’Unione sovietica, con status autonomo, alla Rss Azera.
Stretta tra Armenia, Iran e Turchia, l’exclave azera vantava un immenso patrimonio armeno, frutto di secoli di presenza della popolazione sul territorio: chiese, cimiteri con migliaia di antichissime khachkar, croci di pietra tipiche dell’arte funeraria armena. Qualsiasi creazione riconoscibile come armena è stata sistematicamente eliminata nel corso di tre decenni. In Nakhichevan, neanche a dirlo, non è rimasto neanche un armeno. E osservando la regione come appare oggi, ci si potrebbe chiedere se ci sia mai stato.