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Il fattore Harris manda in crisi Trump: l’amico Musk accorre in suo soccorso

Elon Musk 

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Il fondatore di Tesla, un tempo avversario, intervista su “X” l’ex presidente in affanno (come il vice Vance). Entrambi soffrono la sfidante dem anche se la corsa è ancora lunga
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NEW YORK - L’ascesa di Kamala Harris ha messo Donald Trump in difficoltà: e ora a dargli un aiutino accorre Elon Musk con l’intervista esclusiva organizzata su X per ieri alle 20 americane, le 2 di notte in Italia, «senza copioni né limiti quindi divertente» come l’ha presentata l’imprenditore di origine sudafricana, fondatore di PayPal, Tesla e Space X, secondo sul podio dei più ricchi del mondo.

Certo, un tempo fra i due non c’era simpatia. Musk alle primarie aveva sostenuto il governatore della Florida Ron DeSantis e ha dato il suo endorsement a Trump solo dopo l’attentato di Butler, insieme a un impegno di sostenerne la campagna con 45 milioni di dollari al mese (poi parzialmente rimangiato). Di sicuro, da quando Joe Biden ha passato il test…

NEW YORK - L’ascesa di Kamala Harris ha messo Donald Trump in difficoltà: e ora a dargli un aiutino accorre Elon Musk con l’intervista esclusiva organizzata su X per ieri alle 20 americane, le 2 di notte in Italia, «senza copioni né limiti quindi divertente» come l’ha presentata l’imprenditore di origine sudafricana, fondatore di PayPal, Tesla e Space X, secondo sul podio dei più ricchi del mondo.

Certo, un tempo fra i due non c’era simpatia. Musk alle primarie aveva sostenuto il governatore della Florida Ron DeSantis e ha dato il suo endorsement a Trump solo dopo l’attentato di Butler, insieme a un impegno di sostenerne la campagna con 45 milioni di dollari al mese (poi parzialmente rimangiato). Di sicuro, da quando Joe Biden ha passato il testimone tre settimane fa alla sua vice, la candidata dem ha dato un energico messaggio di positivo futuro, mentre l’ex presidente in cerca di nuovo mandato sembra disorientato, rabbioso, incapace di articolare attacchi che non siano insulti o menzogne.

L’ultimo esempio domenica: frustrato dalle dimensioni della folla ai reciproci comizi nelle medesime arene – i suoi mezzi vuoti, quelli di Harris strapieni – ha scritto sul suo social Truth che i dem usano foto create con l’Intelligenza Artificiale. Diniego della realtà e mancanza di strategia da parte del leader stanno innervosendo non poco i donatori repubblicani: pochi giorni fa, a una raccolta fondi in casa del miliardario Howard Lutnick, ad di Cantor Fitzgerald, interrogato su come pensa di rispondere a Kamala, Trump ha lasciato tutti attoniti limitandosi a rispondere con le tirate di sempre: «Dobbiamo fermare il furto», allusione alle elezioni secondo lui “rubate” del 2020. Insieme a insinuazioni razziste già espresse davanti alla National Association of Black Journalists di Atlanta: «Non sapevo fosse nera...».

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Unica novità, allusioni a un’improbabile incostituzionalità della candidatura di Harris che però fa pensare a una battaglia di ritirata. Nessun ricalibramento, insomma, e a poco servono i suggerimenti degli strateghi di colpire su immigrazione e criminalità. Incapace di ricalibrare la campagna studiata per battere un 81enne, Trump non riesce ad affrontare la donna afroamericana di venti anni più giovane se non dipingendola come “liberal di sinistra” e continuando a battere sulla razza. Argomenti che hanno certo ancora presa sulla sua base ma spaventano gli indecisi.

Nell’inerzia dei trumpiani, Harris, a lungo ridicolizzata e sottovalutata, in poche settimane ha invece riconquistato il terreno perduto da Biden, superando Trump in tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, dove i sondaggi la danno 50 a 46. Facendo dimenticare pure il “martirio” del rivale a Butler che a luglio i repubblicani avevano innalzato a simbolo, girando per la loro convention con l’orecchio bendato. Anzi, Kamala e il vice Tim Walz ora prendono apertamente in giro il ticket repubblicano chiamandolo “weirdo”, strambo. Parola che pure gli esperti di comunicazione approvano: capace di riassumere alle masse il concetto di “minaccia alla democrazia” tanto ripetuto da Biden.

La colpa è anche della scelta del vice, JD Vance, il cantore dell’America bianca e povera nel suo Elegia americana, datosi alla politica pochi anni fa. Dopo aver chiamato Trump “sorta di Hitler” è diventato il suo più grande fan e ad imporlo come numero due è stato il rampollo del tycoon Don Jr. che lo ha spinto come candidato anti-establishment. Peccato che non decolli.

Affermazioni goffe e storie poco lusinghiere su JD – compresa quella, smentita, di un certo affare con un divano di casa - continuano a emergere. E la frase su Kamala “gattara senza figli” ha solleticato la fantasia delle amanti dei gatti – lobby a dir poco potente – ora coalizzati contro di lui con meme e battute. Esponente dell’ultradestra, lui prova a ribattere. Lo ha fatto anche domenica, intervistato Cnn: «Harris e Walz possono chiamarmi come gli pare. Sono a disagio nella loro pelle, perché sono a disagio con le loro posizioni politiche. Insultano invece di dire al popolo americano come pensano di rendere le loro vite migliori». Toccando un nervo di cui i dem sono consapevoli. Harris, che non ha ancora fatto nessuna intervista da quanto è stata nominata, lo ha ricordato domenica a San Francisco, alla raccolta fondi organizzata da Nancy Pelosi che ha fruttato 12 milioni di dollari: «Non diamo niente per scontato, abbiamo avuto settimane buone ma resta molto lavoro da fare». ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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