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Russia, il Nobel Orlov: “L’incursione a Kursk è una tragedia, ma è Mosca ad averla causata”

(reuters)

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Parla il cofondatore dell’ong Memorial liberato il primo agosto nell’ambito del maxi scambio di prigionieri. “No alla pace ad ogni costo o Putin non si fermerà”, dice. “Sì alle armi a Kiev, ma purché rispetti il diritto umanitario”
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Oleg Orlov è stanco. Da quando è stato liberato il primo agosto insieme ad altri otto detenuti politici russi e a Evan Gershkovich e altri stranieri incarcerati ingiustamente, nell’ambito del più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente, non si è “riposato un attimo”. Perciò – dice a Repubblica in videocollegamento – non vede l’ora che la moglie da Mosca lo raggiunga a Berlino, dove è oramai costretto all’esilio, e di “prendersi una vacanza”. Poi intende “lavorare, lavorare” per Memorial, l’organizzazione per i diritti umani insignita del Nobel per la pace che contribuì a fondare nel 1989 per far luce sulle repressioni dell’Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi.

Questo indomito attivista settantunenne era stato condannato il 27 febbraio da un tribunale moscovita a due anni e mezzo di carcere per “discredito delle forze armate” per aver tradotto in russo sulla sua pagina di Facebook il suo audace testo “Volevano il fascismo, lo hanno avuto” scri…

Oleg Orlov è stanco. Da quando è stato liberato il primo agosto insieme ad altri otto detenuti politici russi e a Evan Gershkovich e altri stranieri incarcerati ingiustamente, nell’ambito del più grande scambio di prigionieri tra Russia e Occidente, non si è “riposato un attimo”. Perciò – dice a Repubblica in videocollegamento – non vede l’ora che la moglie da Mosca lo raggiunga a Berlino, dove è oramai costretto all’esilio, e di “prendersi una vacanza”. Poi intende “lavorare, lavorare” per Memorial, l’organizzazione per i diritti umani insignita del Nobel per la pace che contribuì a fondare nel 1989 per far luce sulle repressioni dell’Urss prima e della Russia contemporanea di Vladimir Putin poi.

Questo indomito attivista settantunenne era stato condannato il 27 febbraio da un tribunale moscovita a due anni e mezzo di carcere per “discredito delle forze armate” per aver tradotto in russo sulla sua pagina di Facebook il suo audace testo “Volevano il fascismo, lo hanno avuto” scritto per la testata francese “Mediapart”. La sua vocazione è sempre stata il pacifismo. Da giovane biologo aveva assemblato da sé un duplicatore ettografico per stampare volantini contro l’invasione russa dell’Afghanistan. E quando Vladimir Putin nel 2022 aveva lanciato la sua aggressione militare contro l’Ucraina, aveva scelto di restare e protestare in Russia pur consapevole che prima o poi sarebbe finito in prigione.

In cella si è mai pentito della sua scelta?

“No, mai. Devo ammettere però di essere stato fortunato. La prigionia è stata pesante e intensa. In questi cinque mesi, sono stato in diversi centri di custodia cautelare e in diverse carceri, a Mosca e fuori Mosca. In alcuni posti le condizioni di prigionia erano più dure, in altre meno. Ma in tutto questo tempo non sono mai stato vittima di pressioni illegali come altri detenuti politici. Il perché non lo so”.

Che cosa ha imparato nei mesi trascorsi dietro le sbarre?

“Ho incontrato gente che aveva commesso reati penali. Non avrei mai potuto parlare con loro. E invece erano miei compagni di cella. Ho anche incontrato giovani che si erano trovati in carcere dopo aver disertato ad Avdiivka. Ex civili mobilitati. Raccontavano della grave situazione al fronte, dei tanti loro commilitoni morti o feriti e di aver scelto di disertare pur di rimanere vivi. Ora sono in galera e dovranno rimanerci a lungo a meno di non tornare al fronte. C’erano anche detenuti che volevano andare in guerra in cambio della grazia, non spinti dalla propaganda di Vladimir Putin o dal patriottismo, ma perché pensavano che il fronte fosse meglio del carcere a vita”.

È finito in carcere per aver parlato contro l’offensiva in Ucraina e alla fine se l’è ritrovata in cella…

“Sì, proprio così. L’arruolamento nelle carceri è massiccio perché c’è bisogno di carne da cannone”.

Quando ha capito che uno scambio di detenuti fosse imminente?

“Me ne sono reso conto soltanto venti minuti prima che mi facessero salire sul bus diretto in aeroporto quando mi hanno mostrato il documento di grazia firmato da Putin”.

Le avevano fatto firmare la richiesta di grazia?

“Me lo avevano chiesto il 23 luglio, ma mi ero rifiutato. Avrebbe voluto dire riconoscere di essere colpevole, ma io non ho commesso alcun reato”.

Il governo tedesco è stato criticato per aver consegnato a Putin il killer Vadim Krasikov nell’ambito dello scambio. Che cosa ne pensa?

“Io sono grato al governo tedesco e a tutti i politici occidentali che hanno contribuito allo scambio. Vladimir Kara-Murza sarebbe potuto morire in carcere. La salute di Sasha Skochilenko sarebbe peggiorata irrimediabilmente. E tutti noi detenuti politici eravamo a rischio. I politici occidentali hanno salvato vite umane”.

Ha ottenuto la libertà in cambio dell’esilio. Come vive questa espulsione forzata?

“Provo sentimenti complessi e contrastanti. A differenza di Ilja Jashin, non ho opposto resistenza allo scambio. L’avrei fatto se avessi saputo che, tra i detenuti scarcerati, non c’erano Aleksej Gorinov e Igor Baryshnikov. Ma non ne sapevo nulla. Dico la verità: stare in libertà è molto meglio che stare in carcere. Sapere che questi due miei amici sono ancora in carcere è una grande sofferenza. Come lo è essere stato privato della mia patria. Io la libertà me la immaginavo in Russia. Adesso non so se e quando rivedrò il mio Paese”.

Che cosa pensa dell’incursione ucraina nelle regioni russe meridionali?

“Per me, cittadino russo, e quindi patriota, è una terribile tragedia. Mi unisco alla dirigenza di Memorial che ha espresso condoglianze e solidarietà per le vittime e i profughi. A nome mio, invece, dico che è giusto mandare aiuti e armi all’Ucraina, ma l’Occidente deve obbligare Kiev a rispettare il diritto umanitario. Però c’è da dire che questa tragedia, come tante altre, non ci sarebbe stata se Putin non avesse iniziato questa guerra contro l’Ucraina. C’è bisogno di pace. La pace è sempre meglio della guerra. Ma non la pace a ogni costo, come chiedono diverse voci in Europa. La pace a qualsiasi costo è un’idea stupida e poco pragmatica”.

Qual è, per lei, il prezzo da pagare per la pace?

“La guerra adesso è a costo delle vite dei soldati ucraini che difendono il loro Paese e dei militari russi mandati al fronte come carne da cannone. La pace a qualsiasi costo significherebbe piegarsi alle condizioni dell’aggressore ed essere pronti al fatto che l’aggressore non si fermerà e che prossimamente si dovrà pagare un nuovo costo con altre vite umani. Siete pronti a questo? Siete pronti a pagare questa pace con la libertà e l’indipendenza di altri Paesi o del vostro stesso Paese?”.

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che la presidenza di Putin è iniziata con la tragedia del sottomarino Kursk e finirà con l’avanzata degli ucraini nella regione di Kursk. È d’accordo?

“L’autorevolezza di Putin è stata scossa parecchio dall’avanzata ucraina nella regione di Kursk. Ma non bisogna esagerare il suo gradimento nella società russa. Quando si dice che Putin gode del sostegno del 70-80 per cento della popolazione, da dove si prendono queste percentuali? Se si fa riferimento al risultato delle elezioni, bisogna capire che quelle in Russia non possono chiamarsi elezioni. Se invece si citano sondaggi, bisogna chiedersi quali sondaggi possono esserci in una dittatura totalitaria. Il regime di Putin si regge non sul sostegno popolare, anche se c’è, ma sulla repressione. È la repressione il pilastro della sua autorità”.

Molti ucraini non hanno apprezzato le dichiarazioni rilasciate nei giorni scorsi dagli altri detenuti politici su negoziati e sanzioni. Nel 2022 avevano protestato anche contro il Nobel a Memorial e al bielorusso Ales Bialiatski. Pensa che un dialogo sia possibile? O che la ferita tra Russia e Ucraina sia oramai insanabile?

“Non tutti gli ucraini la pensano così. Nel 2022, insieme a Memorial e Bialiatski, è stato premiato anche il Centro ucraino per le libertà civiche, ong nostra amica. E dopo la liberazione ho ricevuto messaggi di gioia da tanti amici ucraini. Sono sicuro che prima o poi questa ferita si sanerà. Ci sono tanti esempi nella storia. Pensate a Francia e Germania. E tutti noi che facciamo parte del movimento pacifista stiamo già investendo e investiremo ancora nel tentativo di sanare questa cicatrice. Ma non sarà un processo rapido. Ci vorranno anni”.

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