✕

Sull’asse Doha-Beirut, la sfida dei mediatori per evitare la guerra totale

(afp)

Ascolta l'audio

Inviati americani e capi dei servizi segreti arabi impegnati in una girandola di incontri con una speranza: forzare l’accordo tra Israele e Hamas per placare la sete di vendetta di Iran e Hezbollah
3 minuti di lettura

BEIRUT – La storia di queste ore per scongiurare la guerra in Medio Oriente è una vicenda di voli notturni e incontri segreti, lunghe mediazioni a porte chiuse, accordi che saltano all’ultimo minuto, vecchie amicizie e diffidenze, lungo una circolare politica che unisce Beirut e Doha, Teheran e New York.

Israele colpisce strutture militari di Hezbollah in Libano

Nella capitale del Qatar a Ferragosto si tenterà di rianimare un negoziato quasi morto tra Israele e Hamas, che è diventato il perno da cui dipendono anche la tregua nel Sud del Libano e la possibilità che l’Iran sospenda la promessa rappresaglia per la morte di Hanyieh.

Ovvero…

BEIRUT – La storia di queste ore per scongiurare la guerra in Medio Oriente è una vicenda di voli notturni e incontri segreti, lunghe mediazioni a porte chiuse, accordi che saltano all’ultimo minuto, vecchie amicizie e diffidenze, lungo una circolare politica che unisce Beirut e Doha, Teheran e New York.

Israele colpisce strutture militari di Hezbollah in Libano

Nella capitale del Qatar a Ferragosto si tenterà di rianimare un negoziato quasi morto tra Israele e Hamas, che è diventato il perno da cui dipendono anche la tregua nel Sud del Libano e la possibilità che l’Iran sospenda la promessa rappresaglia per la morte di Hanyieh.

Ovvero, il rischio che ci sia una guerra totale. Per gli americani, l’uomo chiave è Bill Burns, il “Mr Wolf” della diplomazia intrecciata con l’intelligence, capo della Cia che ha 40 anni di esperienza diplomatica alle spalle, la maggior parte in Medio Oriente. «Non ho mai visto la regione così in ebollizione», disse a febbraio. Fu lui a trattare nel 2013 l’accordo sul nucleare con l’Iran. Sul dossier israeliano-palestinese lavora fianco a fianco con Abbas Kamel, che è qualcosa di più del capo delle spie egiziane: è il cuore del sistema di potere di al Sisi.

La provocazione del ministro israeliano Ben Gvir: la preghiera nella Spianata delle moschee

Insieme all’emiro del Qatar, al Thani, hanno la missione di avvicinare Israele e Hamas intorno al piano Biden, che prevede il rilascio graduale degli ostaggi e il ritiro israeliano dalla Striscia, in tre fasi. Con molte incognite: chi sarà a occuparsi della sicurezza del valico di Rafah e del corridoio Philadelfi, quale assetto politico dare per il dopoguerra a Gaza, chi pagherà per la ricostruzione. Ma è l’unica proposta su cui è possibile un compromesso che ha ricadute fino a Beirut, dove ieri è arrivato l’altro protagonista di questa trattative globale, l’inviato israelo-americano Amos Hochstein. Nato in Israele, 51 anni, ufficialmente esperto di energia, in realtà è tra i più fidati consiglieri per la sicurezza nazionale di Biden.

L'inviato USA Amos Hochstein (fotogramma)

Due anni fa fece una sorta di miracolo chiudendo l’accordo tra Israele ed Hezbollah sui confini marittimi. Per dire della sua autorevolezza in Libano, forse l’americano più influente da queste parti: pochi giorni prima del 7 ottobre era stato immortalato tra le rovine di Baalbek, in calzoncini e t-shirt, un tour archeologico nella roccaforte di Hezbollah. Senza particolari misure di sicurezza. Il raid israeliano che ha ucciso il numero due del partito di Dio, Fuad Shukr, nel quartiere-roccaforte del movimento a Beirut Sud, ha messo però in crisi questo capitale di fiducia, l’ingrediente necessario per il successo diplomatico. «Non date il benvenuto al mediatore israeliano», scriveva ieri il giornale vicino a Hezbollah, al Akhbar, accusandolo di aver fornito «garanzie ai funzionari libanesi, prima dell’assassinio di Shukr, che Israele non avrebbe colpito Beirut sud».

Hochstein non si è scomposto, ha incontrato il presidente del Parlamento Berri, tramite con Nasrallah, e altri ministri e funzionari: «Non c’è più tempo da perdere. Dobbiamo approfittare di questa finestra per agire e trovare soluzioni diplomatiche». Un accordo a Doha potrebbe consentire «anche una soluzione diplomatica in Libano, che eviterebbe lo scoppio di una guerra vera e propria. Si può fare». Pure per il confine Sud si tratterebbe di un’intesa per fasi, prima lo stop agli scontri a fuoco, poi il negoziato sui confini e per l’applicazione della risoluzione 1701. Hezbollah finora è rimasto fermo sulla sua posizione: non si tratta in Libano senza il cessate il fuoco a Gaza. La scommessa americana è che la tregua nella Striscia distoglierebbe il partito di Dio dalla rappresaglia per la morte di Shukr, e lo stesso potrebbe accadere con l’Iran.

Sulla tratta Teheran-New York entra in gioco Amir Saeed Iravani, il diplomatico che guida la missione iraniana alle Nazioni Unite. L’Iran ha canali indiretti di comunicazione con gli americani, attraverso la Svizzera e l’Oman, ma a New York Iravani parla con numerosi altri diplomatici e sta avendo un ruolo piuttosto centrale in queste settimane di negoziati.

Gli americani cercano di spingere Teheran a incassare un risultato politico in cambio di un allentamento della tensione: il più evidente sarebbe la tregua a Gaza, che la Repubblica islamica potrebbe intestarsi. Ma dietro le quinte si parla anche di riattivare il dialogo sul nucleare, dicono a Repubblica due fonti, una iraniana e una libanese. Una terza ipotesi è riprendere le discussioni per definire una data di ritiro delle truppe americane dall’Iraq, obiettivo a cui gli iraniani e i loro proxies nel Paese lavorano da tempo. Khamenei considerò una vittoria politica l’uscita degli americani dall’Afghanistan. Ieri la Guida suprema è tornata a parlare, un discorso roboante che a molti è sembrato ribadire la necessità di una risposta militare: non «bisogna piegarsi alle richieste del nemico», ha detto, perché la «ritirata suscita l’ira divina». Ma l’Iran è consapevole dei rischi militari, economici, di tenuta stessa del Sistema a cui sarebbe esposto in una guerra con Israele e gli Stati Uniti. Del discorso di Khamenei è sfuggito a molti un dettaglio: la ritirata suscita l’ira divina, ha detto l’ayatollah, ma «una ritirata che non sia tattica».

Leggi i commenti