La cortina della propaganda rende difficile capire cosa sta accadendo nella regione di Kursk, ma un punto è chiaro: le truppe ucraine continuano ad avanzare. Ci sono irruzioni di piccole squadre motorizzate che seminano confusione nelle retrovie russe: penetrano nei villaggi abbandonati, diffondono sui social filmati girati davanti a edifici riconoscibili e poi si mimetizzano nei boschi per tendere imboscate. E ci sono manovre sistematiche, che mirano a conquistare saldamente alcune località chiave.
Gli scontri più importanti avvengono a Sudzha e Korenovo, alle due estremità dello schieramento, con una terza zona calda più a sud nel distretto di Belgorod. Dietro questa prima linea molto fluida, viene consolidato il…
La cortina della propaganda rende difficile capire cosa sta accadendo nella regione di Kursk, ma un punto è chiaro: le truppe ucraine continuano ad avanzare. Ci sono irruzioni di piccole squadre motorizzate che seminano confusione nelle retrovie russe: penetrano nei villaggi abbandonati, diffondono sui social filmati girati davanti a edifici riconoscibili e poi si mimetizzano nei boschi per tendere imboscate. E ci sono manovre sistematiche, che mirano a conquistare saldamente alcune località chiave.
Gli scontri più importanti avvengono a Sudzha e Korenovo, alle due estremità dello schieramento, con una terza zona calda più a sud nel distretto di Belgorod. Dietro questa prima linea molto fluida, viene consolidato il controllo del terreno eliminando le postazioni aggirate durante l’assalto iniziale: un centinaio di soldati sono stati catturati ieri, quasi tutti ragazzi di leva che presidiavano i bunker sul confine. Mosca sostiene che 13 mila ucraini abbiano varcato la frontiera; probabilmente sono meno della metà, ma tutti appartenenti a brigate scelte di veterani.
Sudzha
Il disegno complessivo dell’operazione cominciata otto giorni fa non è ancora chiaro. C’è chi ritiene che il quartier generale di Zelensky abbia schierato tutte le sue riserve, sguarnendo il fronte del Donbass, e per questo proseguirà nell’avanzata per tentare di infliggere un colpo ancora più duro al Cremlino. Il massiccio raid scatenato l’altra notte dall’intelligence di Kiev sembra accreditare questo scenario: centinaia di grandi droni hanno devastato quattro aeroporti militari, spingendosi persino a oriente di Mosca.
Sono le basi da cui decollano i cacciabombardieri diretti verso i depositi di Sumy che riforniscono l’offensiva. Ma si tratta pure di una mossa preventiva per ostacolare la rappresaglia missilistica minacciata da Putin contro la capitale e le altre città: sarebbero stati bersagliati pure gli hangar dei Mig-31 che lanciano gli ordigni ipersonici. Per proseguire la campagna nella regione di Kursk, però, gli ucraini hanno bisogno delle armi a lungo raggio occidentali: i razzi Himars e i missili Atacms con le loro terribili testate a grappolo sono gli unici in grado di stroncare i piani di ritorsione russa. Zelensky ha ripetuto la richiesta agli alleati anche ieri, senza ottenere il via libera.
Allo stesso tempo le perdite di mezzi ucraini cominciano a diventare rilevanti – soprattutto per opera dei micidiali droni Lancet, prodotti da un’azienda del gruppo Kalashnikov – e questo porta a ipotizzare che entro la prossima settimana l’attacco si fermi: verrebbe stabilito un perimetro difensivo a ridosso della frontiera, in maniera da insistere nell’occupazione del suolo russo riducendo i rischi per la sopravvivenza della task force.
Ieri il ministro degli Interni Igor Klymenko ha detto che «la creazione di una zona cuscinetto nella regione di Kursk è un passo per proteggere le nostre comunità di confine dai bombardamenti quotidiani». Oltre a tenere vivo il risultato dell’offensiva sul morale delle truppe di Kiev e sulle prospettive di negoziato, la presenza di una testa di ponte sul loro territorio obbligherebbe i generali russi a un lungo assedio.
La reazione di Mosca cresce ogni giorno di intensità ma resta lenta. Per mantenere la pressione sul Donetsk e cercare di travolgere le fortificazioni nell’area più importante per i disegni di Putin, i vertici dell’esercito stanno rastrellando battaglioni dagli angoli più remoti del Paese: arrivano dall’enclave baltica di Kaliningrad, dall’estremo nord della penisola di Cola, dalla Crimea. Molti erano stati creati come reparti d’élite, come la 200ma brigata artica equipaggiata per agire nel circolo polare o l’810ma brigata da sbarco di Sebastopoli: due anni di scontri feroci hanno dimezzato i ranghi e adesso i reggimenti sono stati richiamati dalle caserme dove si stavano riorganizzando.
Queste unità devono coordinarsi con quelle della Rosgvardia, che fanno capo al Cremlino, come i ceceni e gli ex Wagner, complicando la catena di comando. Trapelano anche notizie di trincee che vengono scavate molto lontano dalla zona controllata dagli ucraini: si troverebbero quindici chilometri più in là, per cercare di arginare i blitz delle avanguardie. Le strade d’accesso alla centrale nucleare del capoluogo sono state sbarrate con ostacoli di cemento e missili controcarro. Insomma, è una sorta di barricata per evitare il peggio.
Oggi i russi stanno complessivamente combattendo su un campo di battaglia lungo mille chilometri e faticano a reperire riserve per respingere l’affondo di Kiev. Finora non sono state segnalate forze corazzate, a testimonianza forse della carenza di tank, ma non è escluso che stiano venendo concentrate nei dintorni di Kursk per un’azione su larga scala. Al momento però non ci sono tracce di un contrattacco e Zelensky può esultare: «Stiamo raggiungendo i nostri obiettivi strategici».