KABUL – Il 15 agosto del 2021 i talebani hanno ripreso Kabul. Da allora l’Afghanistan è stato relegato sempre di più in secondo piano. Chi non ricorda le scene di panico all’aeroporto preso d’assalto da migliaia di persone, i tentativi di fuga, i corridoi umanitari per quelli, a torto o a ragione, considerati a rischio di rappresaglia? Il mondo intero pareva con il fiato sospeso, pronto ad aiutare. Adesso? Dimenticato. Altre guerre, altri problemi, altri interessi.
Ho controllato i taccuini dove annoto le chiamate di chi vuole notizie della situazione. Nel 2021 il numero di radio, tv e giornali era alto, meno di un terzo nel 2022, pochi nel 2023, solo tre quest’anno. Non ho la pretesa di considerarlo un valido indicatore dell’interesse per il Paese, …
KABUL – Il 15 agosto del 2021 i talebani hanno ripreso Kabul. Da allora l’Afghanistan è stato relegato sempre di più in secondo piano. Chi non ricorda le scene di panico all’aeroporto preso d’assalto da migliaia di persone, i tentativi di fuga, i corridoi umanitari per quelli, a torto o a ragione, considerati a rischio di rappresaglia? Il mondo intero pareva con il fiato sospeso, pronto ad aiutare. Adesso? Dimenticato. Altre guerre, altri problemi, altri interessi.
Ho controllato i taccuini dove annoto le chiamate di chi vuole notizie della situazione. Nel 2021 il numero di radio, tv e giornali era alto, meno di un terzo nel 2022, pochi nel 2023, solo tre quest’anno. Non ho la pretesa di considerarlo un valido indicatore dell’interesse per il Paese, ma qualcosa vuole dire.
Sopravvivere
Trascorsi tre anni, in Afghanistan, in qualche modo, la vita continua anche per chi non è in linea con il regime. Una vita grama per una larga fetta della popolazione, un’infelicità profonda. La rassegnazione è il sentimento prevalente, non senza una dose di rabbia ben nascosta per evitare guai. Non è consentito esprimere il malcontento. Alle richieste internazionali di inclusione etnica e di genere, di rispetto per i diritti umani e di istruzione per le donne, le autorità non danno ascolto, considerandole indebite interferenze. Anzi, più forte la richiesta, più intransigente la risposta. Se mai dei cambiamenti avverranno, sarà per dinamiche interne. In un simile clima, alla gente non resta che pensare a tirare avanti, arrangiandosi. Campioni di sopravvivenza, gli afghani si rifugiano nella solidarietà familiare e di clan, nelle tradizioni.
Essendo le ambasciate occidentali chiuse, le organizzazioni umanitarie sono tra i pochi contatti con il mondo. Le più grandi, trincerate dietro invalicabili sbarramenti di filo spinato, appaiono sempre più lontane dalla realtà del Paese. Delle medie e piccole, più vicine alla popolazione, molte sono dirette da donne, determinare e coraggiose. Solo alcune tra le Ong che erano partite nel 2021 sono tornate. Ragioni principali, la mancanza di fondi e i limiti imposti dalle autorità allo svolgimento di specifiche attività, l’istruzione e i progetti per le donne soprattutto.
Il dura lavoro delle ong
Ma nonostante i controlli siano meticolosi, le procedure lunghe e complesse, le organizzazioni trovano spazio per lavorare, spesso adottando nuovi progetti, in base ai bisogni. Per esempio, Nove Caring Humans, l’organizzazione con cui collaboro: in passato aiutava le ragazze a studiare e a creare dei business, le persone disabili a praticare sport, aveva allestito un sistema di taxi rosa guidati da donne per trasportare donne. Ora, vietate alle giovani l’istruzione superiore, la guida e lo sport, distribuisce sussidi a donne capo-famiglia indigenti, restaura panetterie gestite da donne, assiste famiglie afghane espulse dal Pakistan con strumenti per iniziare attività contadine. Attività utilissime, anche se decisamente meno ambiziose. Invece, lo sport per gli uomini disabili, come il basket in carrozzina, continua. Anche per le ragazze, ma presentato come forma di fisioterapia.
Il governo migliore
Dicevo dei controlli sulle organizzazioni. Qualche settimana fa vengo convocato dal Gdi, la Sicurezza Nazionale, la polizia politica. Mi riceve un uomo dall’espressione cupa ma non scortese. Chiede notizie del budget di Nove, dei donatori, dei progetti, delle località scelte e della sede dell’organizzazione. Prende nota. Vuole conoscere i canali usati per far arrivare i fondi da Roma (l’embargo bancario che tanto ha afflitto il mondo umanitario è oggi un po’ allentato). Poi passa a domande personali, subito sorpreso scoprendo che lavoro in Afghanistan da quasi trentacinque anni nel campo della disabilità. Dopo una serie di come e perché, chiede sicuro quale consideri il migliore tra i regimi che ho attraversato (cinque finora). Lo deludo. Lavorando per la popolazione, rispondo, non bado ai governi.
Allora si lascia andare: sconfitte le truppe straniere, l’Afghanistan è oggi un paese sicuro, sicurissimo, proclama, niente bombe (chi le metteva, vorrei chiedere), ogni afghano è contento e benedice il governo (tutti veramente?). Mi esorta quindi a invitare nuove organizzazioni italiane a venire in Afghanistan, a trovare maggiori fondi, persino a pubblicizzare il turismo. Termina con la domanda che mi aspettavo: perché nei decenni anni trascorsi in Afghanistan non mi sia convertito all’Islam.
*Alberto Cairo lavora in Afghanistan per NOVE Caring Humans. Progetto Disabilità