NEW YORK Ieri sera Donald Trump ci ha provato: e al comizio di Asheville, Carolina del Nord, ha iniziato benino, parlando di economia come gli avevano raccomandato i suoi strateghi. Poi, però, proprio non ce l’ha fatta a concentrarsi sull’argomento che pure gli elettori identificano come loro preoccupazione principale, quello che quasi certamente li spingerà a scegliere per chi votare. E ha tragicamente deviato da copione e da gobbo, andando totalmente fuori tema, tornando a lamentarsi dello scambio in corsa fra Kamala Harris e Joe Biden da lui ora definito «incostituzionale»: argomento che fa tanto pensare a una pioggia di ricorsi sì, ma dopo la sconfitta. Mettendo pure in dubbio l’intelligenza e pure la bellezza della sua avversaria («voglio anch’io il disegnatore che l’ha ritratta su Time»). E infine sostenendo che ha «la risata di una pazza».
Comizi deludenti
Sì, Donald Trump delude ancora i suoi donatori: il comizio di ieri è l’ennesima occasione perduta di concentrarsi su questi…
NEW YORK Ieri sera Donald Trump ci ha provato: e al comizio di Asheville, Carolina del Nord, ha iniziato benino, parlando di economia come gli avevano raccomandato i suoi strateghi. Poi, però, proprio non ce l’ha fatta a concentrarsi sull’argomento che pure gli elettori identificano come loro preoccupazione principale, quello che quasi certamente li spingerà a scegliere per chi votare. E ha tragicamente deviato da copione e da gobbo, andando totalmente fuori tema, tornando a lamentarsi dello scambio in corsa fra Kamala Harris e Joe Biden da lui ora definito «incostituzionale»: argomento che fa tanto pensare a una pioggia di ricorsi sì, ma dopo la sconfitta. Mettendo pure in dubbio l’intelligenza e pure la bellezza della sua avversaria («voglio anch’io il disegnatore che l’ha ritratta su Time»). E infine sostenendo che ha «la risata di una pazza».
Comizi deludenti
Sì, Donald Trump delude ancora i suoi donatori: il comizio di ieri è l’ennesima occasione perduta di concentrarsi su questioni concrete, che riguardano la vita della gente. E arriva dopo la conferenza stampa infinita dalla sua residenza di Mar-a-Lago – durante la quale ha detto 162 bugie secondo il calcolo della radio pubblica NPR.E la conversazione col patron di Tesla, Elon Musk, via X durata oltre due ore. Vetriolo e bugie, condite con comparazioni continue fra la realtà odierna e la sua presidenza, immaginarie quasi quanto l’accusa a Harris di aver mostrato foto dove la folla ai suoi comizi è finta, realizzata con l’intelligenza artificiale.
Parole in libertà, dunque, quelle di Trump. Senza che nessuno si preoccupi più di fare il fact checking e contraddirlo pubblicamente durante le interviste. È accaduto perfino nel corso dell’unico dibattito Trump-Biden, così disastroso da costringere il presidente dem a passare il testimone. Lo ha notato per prima Rebecca Solnit: la scrittrice e giornalista americana, autrice del celebre saggio sul mansplaining - il paternalistico modo di mettere a tacere le donne presumendo di saperla più lunga di loro - intitolato “Gli uomini mi spiegano le cose”. Sulla sua rubrica settimanale sul Guardian si è infatti scagliata contro i colleghi: «Tutti a puntare il dito su Biden il vecchio, dimenticando di fare lo stesso verso Trump il bugiardo». Colpa dell’assuefazione, dice: «Ormai ci si è così abituati all’idea che il candidato repubblicano mente, da non preoccuparci più di ristabilire la verità. Sbagliando». E ora anche un altro giornalista alza la voce coi colleghi: Lawrence O’Donnell di Msnbc. Nel corso del suo programma serale ha duramente criticato i media, compresa la sua stessa rete, per l’attenzione costante a Trump, superiore a quella concessa a Harris: «Sembra di essere tornati di nuovo al 2016. Davvero non ci ha insegnato nulla? Eppure è difficile trovare una frase del tycoon che non contenga bugie. Ma nessuno prova più a verificare la veridicità, figuriamoci a contraddirlo».
Harris e la stampa
L’anchorman ha fatto un esempio più che concreto: Trump accusa sempre più di frequente Harris di non fare conferenze stampa perché «non è abbastanza intelligente per gestirle». Ebbene, dice O’Donnell, «nessuno si prenda la briga di spiegare che quella della dem è strategia. Né di ricordare i suoi successi accademici. Tanto meno sottolineano l’incapacità di Trump di gestire una conferenza stampa. Non dà mai una risposta concreta. Sempre e solo divagazioni».
Intanto però la questione di Kamala Harris che non parla alla stampa sta diventando un punto di debolezza. La vicepresidente – che proprio oggi terrà un comizio in Maryland al fianco di Joe Biden, a sottolineare continuità e unità d’intenti fra i due – è sempre più pressata sulla questione interviste. Al punto da aver promesso: “Ne farò una entro fine mese”. In realtà dal punto di vista strategico, non ha motivi di farlo. Dopotutto, sta vivendo una fase di vera luna di miele con gli elettori e coi media a lei favorevoli. Proprio questa settimana, la rivista Time le ha dedicato un articolo di copertina, intitolato “Her Moment”, il suo momento. Con tanto di illustrazione – quella cui Trump proprio non si rassegna – che la mostra con un'espressione quasi di beatificazione, mentre guarda serena ma ferma a un futuro migliore. E pazienza se Time non è più il giornale influente di decenni fa: quella copertina ha comunque fatto parlare di lei ovunque.
Le critiche dei giornalisti
Al riguardo, va pure notato che lì dove di recente le è capitato di interagire coi giornalisti, Kamala è stata costretta a rispondere a domande “leggere” per non dire stupide: risposte agli attacchi volgari del rivale. «Ma aspira alla carica più importante del Paese: e deve a ogni cittadino americano sincerità e disponibilità sul tipo di presidente che intende essere», scrive al riguardo l’editorialista Margaret Sullivan che insegna giornalismo a Georgetown. «Deve dirci, in modo spontaneo e aperto, cosa rappresenta. Non sappiamo molto a riguardo, a parte vaghe banalità della campagna su "libertà" e "non tornare indietro"».
Anche Jay Caspian Kang, sul New Yorker è d’accordo: «Quanto generica può ancora essere Kamala?». La candidata, nota non ha ancora spiegato «perché ha cambiato idea sul fracking, che una volta aveva detto doveva essere vietato. E ora vacilla sul Medicare for all, l’assistenza sanitaria gratuita a tutti che un tempo sosteneva. Per non parlare delle sue posizioni sulle guerre in Ucraina e in Medio Oriente». Le pressioni crescono. E non solo da destra. Anche i media a lei favorevoli iniziano a stancarsi di esserle solo empaticamente a favore. Il coro è ormai unanime: Kamala, dì qualcosa di liberal.