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Dalla gestione del corridoio Philadelphia al destino di Barghouti: i nodi da sciogliere per il cessate il fuoco a Gaza

(afp)

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Israele vuole mantenere il controllo militare della zona di confine con l’Egitto, Hamas chiede la liberazione del leader palestinese. Al Cairo gli sherpa lavorano per colmare le distanze. In vista dei negoziati della prossima settimana
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BEIRUT — «Sono ottimista, ma è tutt’altro che finita», dice il presidente americano Joe Biden, riassumendo lo stato d’animo dei mediatori, che da Doha al Cairo passando per Beirut, in queste ore lavorano a un difficile compromesso per il cessate il fuoco a Gaza. La determinazione degli americani è senza precedenti, e alcuni passi avanti sono stati fatti, per esempio sulle identità dei prigionieri palestinesi da rilasciare in un eventuale scambio con gli ostaggi israeliani. Ma il cauto ottimismo israeliano e occidentale fa a pugni con lo scetticismo che prevale tra i portavoce di Hamas e negli ambienti diplomatici legati all’Iran e agli Hezbollah libanesi, che temono “una tattica” per prendere tempo e aspettano di capire come calibrare la risposta agli omicidi di Shukr e Haniyeh.

I nodi più delicati del negoziato riguardano la natura della tregua - Hamas insiste sul cessate il fuoco permanente, Netanyahu non ha voluto dare garanzie - e il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia. …

BEIRUT — «Sono ottimista, ma è tutt’altro che finita», dice il presidente americano Joe Biden, riassumendo lo stato d’animo dei mediatori, che da Doha al Cairo passando per Beirut, in queste ore lavorano a un difficile compromesso per il cessate il fuoco a Gaza. La determinazione degli americani è senza precedenti, e alcuni passi avanti sono stati fatti, per esempio sulle identità dei prigionieri palestinesi da rilasciare in un eventuale scambio con gli ostaggi israeliani. Ma il cauto ottimismo israeliano e occidentale fa a pugni con lo scetticismo che prevale tra i portavoce di Hamas e negli ambienti diplomatici legati all’Iran e agli Hezbollah libanesi, che temono “una tattica” per prendere tempo e aspettano di capire come calibrare la risposta agli omicidi di Shukr e Haniyeh.

I nodi più delicati del negoziato riguardano la natura della tregua - Hamas insiste sul cessate il fuoco permanente, Netanyahu non ha voluto dare garanzie - e il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia. Israele vorrebbe mantenere il controllo del cosiddetto corridoio Philadelphia, la striscia di 14 chilometri che separa Gaza dall’Egitto, e del valico di Rafah perché è da lì che passano le armi. Il Cairo ha proposto di coinvolgere nella gestione di Rafah l’Autorità nazionale palestinese, un’idea che piace agli americani. «Ma finora Netanyahu ha rifiutatole proposte di affidare ai palestinesi il valico: gli israeliani pensano di aver bisogno di più tempo per “ripulire” quell’area. E Netanyahu non ha offerto nessun chiaro impegno che fermerà la guerra», dice una fonte politica libanese bene informata sui colloqui. A Doha gli israeliani hanno chiesto anche di mantenere una presenza militare nel corridoio Netzarim, che di fatto divide la Striscia in due, per controllare che tra gli sfollati che tornano a Nord non ci siano armi. Irricevibile per Hamas, che insiste invece sul ritiro completo dell’esercito israeliano.

La pressione americana su entrambe le parti è forte. Biden vuole portare a casa un risultato concreto che gli consenta di lavorare sulla più ampia de-escalation regionale. La scommessa è che gli iraniani possano fermare la risposta militare all’uccisione di Haniyeh in cambio di un cessate il fuoco a Gaza che rivendicherebbero come vittoria politica, portandosi dietro anche gli Hezbollah libanesi. Ieri il giornale ultraconservatore Kayhan, legato all’ufficio della Guida Suprema Ali Khamenei, scriveva che se la resistenza «accetterà un accordo di cessate il fuoco e concorderà sul ritorno degli sfollati di Gaza come vendetta per il martirio di Haniyeh, allora l’Iran potrebbe rinunciare al suo diritto alla vendetta in questa fase per salvare la nazione palestinese».

«Gli egiziani e i qatarini devono dare qualcosa a Biden e fanno molta pressione su Hamas – continua la fonte libanese -. La prima fase del piano Usa è accettabile per tutte le parti, si può raggiungere un consenso su quella e poi vedere cosa succede». Una sorta di mini-accordo che porterebbe al rilascio di un certo numero di ostaggi israeliani – donne, anziani e feriti – e al ritiro dell’esercito dalle zone popolate di Gaza insieme alla liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi e all’ingresso di 600 tonnellate di aiuti al giorno.

Gli sherpa sono rimasti al Cairo per provare a colmare le distanze anche sull’identità dei detenuti palestinesi coinvolti nelle scambio. Sinwar vuole la liberazione di Marwan Barghouti, il protagonista della seconda Intifada, condannato all’ergastolo in Israele ma considerato dalla maggioranza dei palestinesi una sorta di Mandela nazionale, certo il leader più amato e carismatico. Netanyahu non ha ceduto finora sul suo nome, ma avrebbe rimosso il veto su altre figure, secondo due fonti, una libanese e una palestinese.

Segnali, ma a due giorni dal primo round negoziale, l’aria che si respira non è quella di una pace piena, piuttosto di una tregua fragile. Con all’orizzonte l’“ipotesi Yarmuk”, il campo alla periferia di Damasco considerato la capitale della diaspora palestinese in Siria: «Una Gaza divisa in due – dice la fonte -. Il Nord senza Hamas, che è quello che vuole Israele, e il Sud, da Khan Yunis a Rafah, dove Hamas potrebbe mantenere una presenza. Senza una vera soluzione politica ma senza guerra».

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