CHICAGO — Comincia sopra un autobus da Pittsburgh, nell’ex cuore industriale della Pennsylvania, la corsa di Kamala Harris e Tim Walz verso la Convention di Chicago, e possibilmente la Casa Bianca. Sulla spinta dell’ultimo sondaggio pubblicato ieri dal New York Times, secondo cui il “ticket” democratico minaccia l’ormai sbiadito vantaggio Donald Trump non solo negli stati del “Blue Wall”, ma anche nella “Sun Belt”. In poche settimane, dopo il ritiro di Joe Biden, la dinamica della corsa si è rovesciata. Restano però parecchie insidie che potrebbero farla tornare alla casella di partenza, non solo per le proteste attese nella città che nel 1968 aprirono le porte della Casa Bianca a Richard Nixon.
Stamattina alle 11 Harris e Walz, con i rispettivi coniugi Doug Emhoff e Gwen Walz, si troveranno all’aeroporto di Pittsburgh per salire sopra un bus, che li porterà nelle contee Allegheny e Beaver, la prima storicamente democratica e la seconda solidamente conservatrice. Un’era geologica…
CHICAGO — Comincia sopra un autobus da Pittsburgh, nell’ex cuore industriale della Pennsylvania, la corsa di Kamala Harris e Tim Walz verso la Convention di Chicago, e possibilmente la Casa Bianca. Sulla spinta dell’ultimo sondaggio pubblicato ieri dal New York Times, secondo cui il “ticket” democratico minaccia l’ormai sbiadito vantaggio Donald Trump non solo negli stati del “Blue Wall”, ma anche nella “Sun Belt”. In poche settimane, dopo il ritiro di Joe Biden, la dinamica della corsa si è rovesciata. Restano però parecchie insidie che potrebbero farla tornare alla casella di partenza, non solo per le proteste attese nella città che nel 1968 aprirono le porte della Casa Bianca a Richard Nixon.
Stamattina alle 11 Harris e Walz, con i rispettivi coniugi Doug Emhoff e Gwen Walz, si troveranno all’aeroporto di Pittsburgh per salire sopra un bus, che li porterà nelle contee Allegheny e Beaver, la prima storicamente democratica e la seconda solidamente conservatrice. Un’era geologica fa questo era il cuore industriale della Pennsylvania, a partire dalla produzione di acciaio che correva proprio sull’asse tra la Scranton di Biden e la città di Andrew Carnegie. Poi è arrivata la globalizzazione e il resto è storia. Non sempre edificante, tra la scomparsa del lavoro, l’aggressiva invasione della tossicodipendenza, ma anche la rinascita di Pittsburgh come centro di servizi e ricerca. Un destino contraddittorio, che nel 2016 aveva concesso un’apertura inattesa a Trump, ma quattro anni dopo è tornato a casa con Biden.
Harris e Walz partono da qui, alla simbolica volta di Chicago, perché sanno che la loro strada più diretta verso la Casa Bianca passa ancora da Pennsylvania, Michigan e Wisconsin. Lo ha chiarito lei con l’agenda economica presentata venerdì, che alcuni hanno definito populista e il Washington Post ha bocciato perché insufficiente, ma con l’enfasi sulla riduzione del costo della vita per le famiglie e il rilancio della classe media e lavoratrice, punta proprio a recuperare il consenso perduto in queste regioni.
Non è più solo qui, però, la geografia della corsa alla presidenza. Il sondaggio del New York Times dice infatti che Harris non solo ha recuperato a livello nazionale e nel “Blue Wall”, ma ha riaperto la corsa anche nella “Sun Belt”. Ora è avanti in Arizona e North Carolina, che sembravano già andate a Trump, rispettivamente 50% a 45%, e 49% a 47%. È quasi pari in Nevada, 48% Donald e 47% Kamala, e dietro di 4 punti in Georgia. Dunque i sentieri che potrebbero portarla alla Casa Bianca stanno aumentando. I media tradizionali si lamentano perché finora non ha dato interviste, e Trump in difficoltà l’accusa di fuggire al vaglio dei giornalisti, proprio lui che li accusava di essere i «nemici del popolo». Lei però continua a salire nei sondaggi parlando direttamente agli elettori. La strategia perciò appare giusta, anche se significa che i media hanno perso rilevanza.
I gruppi chiave che spingono la sua rimonta, secondo il Times, sono neri, ispanici e giovani. Non è ancora abbastanza, perché restano resistenze soprattutto tra i primi e i secondi, ma è qui che Kamala sta recuperando e costruendo il suo vantaggio.
Le insidie però non mancano. Dietro alla facciata di unità, il rancore serpeggia tra i democratici, come ha rivelato Maureen Dowd, alzando il velo sul colpo che ha rovesciato Biden. Lui è risentito, anche se aprirà la Convention parlando domani sera, e i suoi consiglieri aiutano Harris col freno tirato; Pelosi, Obama e Clinton hanno guidato la fronda, ma volevano un candidato più moderato di Kamala; la sinistra elogia la linea economica, a partire dal senatore Sanders, però le fazioni anti-Israele premono e pianificano proteste per Gaza, a Chicago e durante l’autunno caldo del ritorno degli studenti nelle università; il governatore della Pennsylvania Shapiro è stato scartato come vice proprio perché avrebbe incendiato la reazione degli estremisti. Ora prevale l’unità, essenziale durante la Convention per consolidare la “luna di miele” di Kamala e trasformarla in vantaggio solido tra gli indecisi, quando a settembre inizierà il voto anticipato. Però non sarà facile conservarla fino al voto e dopo, quando si tratterà di governare, mentre in caso di sconfitta scatterà la resa dei conti.
Un’incognita significativa viene anche dai 36 delegati “uncommitted”, soprattutto rappresentanti della comunità arabo-americana del Michigan, che non si erano schierati con Biden per protestare contro la linea scelta a Gaza. Cosa faranno? Le proteste davanti allo United Center non saranno poi come quelle del 1968, se non altro perché allora si contestava la guerra in Vietnam dove combattevano e morivano i giovani americani, ma non mancheranno i manifestanti professionisti, magari pagati da potenze straniere interessate a fomentare il caos negli Usa. Kamala non è Joe, però resta da vedere se ciò basterà a tenere unito il Partito almeno fino al 5 novembre