TEL AVIV — Parte tutta in salita la nona visita in dieci mesi del segretario di Stato americano Blinken in Israele. Ieri sera il suo aereo non aveva fatto in tempo ad atterrare a Tel Aviv che Hamas ha diffuso un comunicato che suona come un rifiuto totale di quel piano per il cessate il fuoco che questa mattina Blinken discuterà a Gerusalemme con il premier israeliano.
«Netanyahu sta ponendo nuove condizioni per sabotare i negoziati, tra cui il mantenimento del controllo sul Corridio Philadelphi, sul valico di Rafah e sul Corridoio Netzarim», recita la nota del gruppo. «Netanyahu ha la piena responsabilità di far deragliare l’accordo».
Quanto tutto questo serva ad alzare la posta e quanto sia invece una rottura reale lo si capirà oggi e ancor di più nei prossimi giorni. Quel che è certo è che qui in Israele, del “moderato ottimismo” di cui da due giorni parlano gli americani non c’è traccia: «Nessun punto importante è stato risolto a Doha. E, ancora più importante, i colloqui ha…
TEL AVIV — Parte tutta in salita la nona visita in dieci mesi del segretario di Stato americano Blinken in Israele. Ieri sera il suo aereo non aveva fatto in tempo ad atterrare a Tel Aviv che Hamas ha diffuso un comunicato che suona come un rifiuto totale di quel piano per il cessate il fuoco che questa mattina Blinken discuterà a Gerusalemme con il premier israeliano.
«Netanyahu sta ponendo nuove condizioni per sabotare i negoziati, tra cui il mantenimento del controllo sul Corridio Philadelphi, sul valico di Rafah e sul Corridoio Netzarim», recita la nota del gruppo. «Netanyahu ha la piena responsabilità di far deragliare l’accordo».
Quanto tutto questo serva ad alzare la posta e quanto sia invece una rottura reale lo si capirà oggi e ancor di più nei prossimi giorni. Quel che è certo è che qui in Israele, del “moderato ottimismo” di cui da due giorni parlano gli americani non c’è traccia: «Nessun punto importante è stato risolto a Doha. E, ancora più importante, i colloqui hanno ignorato quello che vogliono i due attori principali, Netanyahu e Sinwar: il primo ha detto chiaramente che non lascerà il corridoio Philadelphi. Il secondo che la presenza israeliana nell’area è fuori discussione», scrive su Yedioth Ahronoth Ronen Bergman, molto ben informato sulle questioni della sicurezza nazionale. Un concetto che si riflette nel comunicato diffuso nel pomeriggio dall’ufficio di Netanyahu: «Ci sono cose su cui possiamo essere flessibili, altre no: insistiamo su queste».
Nella Striscia intanto si combatte: le operazioni militari si sono intensificate a Deir al Balah, nel centro della zona, e Khan Yunis, nel Sud, e un soldato è stato ucciso. L’esercito israeliano ha fatto sapere di aver preso di mira punti da cui venivano lanciati razzi, ma nei bombardamenti sono morte 29 persone: fra loro ci sono, riporta la Reuters citando il nonno, sei bambini (di cui quattro gemelli) con la mamma. Cresce in questa maniera a 40.099 il bilancio delle vittime di questi dieci mesi di guerra, secondo il ministero della Salute di Gaza. Un numero che sta alla base delle fortissime pressioni internazionali su Israele perché ponga fine al conflitto: la voce di chi dice “basta” si farà sentire anche a Chicago, dove oggi parte la Convention democratica.
E risuonerà di certo nelle orecchie di Blinken a Gerusalemme: l’amministrazione Biden e la candidata Kamala Harris nelle ultime settimane hanno ribadito più volte la volontà di arrivare a un cessate il fuoco al più presto, ma finora ogni volta che gli Stati Uniti hanno espresso speranze sono stati smentiti dai diretti interessati: un primo ministro israeliano determinato a non cedere su quelli che considera punti fondamentali - «come possiamo lasciare il corridoio se solo nelle ultime settimane abbiamo scoperto 33 tunnel?», ci ha detto ieri una fonte della sicurezza –; e un leader militare e ora anche politico di Hamas, Yahya Sinwar, che vuole la certezza di una svolta definitiva prima di lasciare andare i 115 ostaggi (vivi e morti) che ancora ha in mano.
Ancora ieri, dopo le massicce manifestazioni di sabato, ci sono state iniziative per chiedere di riportarli a casa al più presto.
Mentre si tratta, restano aperti anche gli altri fronti: la Cisgiordania, dove una guardia israeliana è stata uccisa ieri da un uomo che è poi fuggito con la sua arma. E il Libano, da cui ieri è piovuta su Israele l’ennesima pioggia di razzi. Qui, nella zona Sud, tre militari dell’Unifil, i caschi blu delle Nazioni Unite, sono stati feriti in uno scontro con militanti locali, presumibilmente uomini di Hezbollah.