Scott Turow: “Kamala Harris mi piace. Trump fa paura, è un mostro egotico”
dalla nostra inviata Anna LombardiCHICAGO — «Quel 1968 rientrai dall’Europa l’ultimo giorno della Convention dem a Chicago: e trovai la città sotto choc, devastata dagli scontri. Ma l’intero 1968 fu difficile: Martin Luther King e Bob Kennedy vennero assassinati e le rivolte degli afroamericani sconvolsero le città. Quell’estate a Chicago fu terribile. E a far infuriare la non amichevole polizia di Chicago, furono i bianchi hippie contrari alla guerra in Vietnam. Gli agenti considerarono il loro aspetto e la loro causa una personale mancanza di rispetto alla loro autorità». Scott Turow, 75 anni, è l’autore di bestseller come “Presunto Innocente” - 40 milioni di copie vendute – e il recente “Il Sospetto” (Mondadori).
Negli anni ’80 fu braccio destro del procuratore Thomas Sullivan, che avviò la celebre Operazione Greylord contro i corrotti di Chicago. Nessuno qui conosce la macchina politica quanto lui: «Il partito dem ha una storia radicata, a Chicago …
CHICAGO — «Quel 1968 rientrai dall’Europa l’ultimo giorno della Convention dem a Chicago: e trovai la città sotto choc, devastata dagli scontri. Ma l’intero 1968 fu difficile: Martin Luther King e Bob Kennedy vennero assassinati e le rivolte degli afroamericani sconvolsero le città. Quell’estate a Chicago fu terribile. E a far infuriare la non amichevole polizia di Chicago, furono i bianchi hippie contrari alla guerra in Vietnam. Gli agenti considerarono il loro aspetto e la loro causa una personale mancanza di rispetto alla loro autorità». Scott Turow, 75 anni, è l’autore di bestseller come “Presunto Innocente” - 40 milioni di copie vendute – e il recente “Il Sospetto” (Mondadori).
Negli anni ’80 fu braccio destro del procuratore Thomas Sullivan, che avviò la celebre Operazione Greylord contro i corrotti di Chicago. Nessuno qui conosce la macchina politica quanto lui: «Il partito dem ha una storia radicata, a Chicago smuove valanghe di voti. Non come ai tempi di Kennedy e non più con quei metodi, ma ha molto peso».
Gli scontri del 1968 sono ricordati come una “rivolta della polizia”.
«La polizia di Chicago ha da sempre un’attitudine machista. Pure se ti fermano per un’infrazione stradale, sono al meglio estremamente rudi. Quell’estate si scatenarono, sapendo di avere le spalle coperte dal sindaco Daley che non tollerava proteste».
Ci sono similitudini fra il 68 e oggi?
«Le guerre di Gaza e Ucraina turbano molti, ma non ci sono americani a combattere, quindi non pesano sulle elezioni quanto il Vietnam. E Harris ha il partito unito alle spalle, al contrario di Humphrey. Dal 1968 va però tratta una lezione: quando le differenze di opinioni frammentano, si perde».
Chicago resta roccaforte dem?
«È sempre stata sindacalizzata, venivano qui da tutta l’America e l’Europa perché c’era lavoro. Poi molte industrie hanno chiuso, ma il supporto ai dem è rimasto».
La “macchina della politica” funziona ancora?
«La politica è sotto il controllo dem: il partito decide chi far eleggere alle cariche comunali, chi diventa giudice, chi siede in panchina. Ma non è più fabbrica di voti disonesti come negli anni 60, anche se nel 2012 Romney accusò Obama di “Chicago politics”, voto di malaffare. I politici trovano ancora lavoro a chi li aiuta ma è più limitato».
Com’è cambiata la città da quel 1968?
«La trasformazione più importante è l’ascesa di politici afroamericani. Non sono fan di Brandon Johnson, secondo sindaco nero. Non è duro sul crimine e difficilmente sarà rieletto. Sono contro le incarcerazioni di massa, ma non va bene il liberi tutti di questi anni».
La città è pericolosa?
«Un tempo downtown, dove avevo l’ufficio, era un’autostrada umana. Pandemia e smart working l’hanno trasformata in deserto, paradiso del crimine. Nessuna città è sicura se il centro si svuota».
Si aspetta scontri durante la convention?
«No, ma li metto in conto. I filo palestinesi sono pochi ma ideologici. Se accadranno non sarà un bene per Harris che dovrà schierarsi dalla parte della polizia».
Trump ripete da tempo lo slogan di Nixon “Law and Order”.
«Consideravo Nixon il diavolo: oggi lo scambierei con Trump. Anche lui demagogo pronto a dire qualsiasi cosa per vincere, senza scrupoli come dimostrò il Watergate. Ma era più moderato e razionale di Trump, mostro egotico il cui autoritarismo viene dal narcisismo. Se perderà ci saranno violenze».
Harris le piace?
«Mi ci è voluto tempo ma ora la apprezzo: è calda, affascinante, empatica e smart e il suo messaggio sulla legalità funziona».
Sarà il voto delle minoranze a voltare pagina?
«Me lo auguro. L’America è nata sul peccato originale della schiavitù. Le relazioni razziali restano appese a un filo e può rompersi in ogni momento. Nel 1968 era peggio, ma i progressi non sono universali. I problemi dei sobborghi neri restano, la segregazione è reale e nei quartieri gestiti dalle gang i poliziotti sono terrorizzati e troppo veloci a sparare».