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Gaza, Blinken strappa un “sì” a Netanyahu. “Adesso tocca ad Hamas”

(afp)

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L’inviato Usa incassa il via libera al piano: un dono per l’esordio di Harris. I jihadisti rivendicano la bomba a Tel Aviv. E torna l’allarme attentati
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TEL AVIV — Un sì confuso, dai contorni indefiniti, ambiguo quanto basta da poter essere difeso sia di fronte a un’opinione pubblica che per la maggior parte (53,5% secondo i dati dell’Israel democracy institute) vuole un accordo per riportare a casa gli ostaggi e mettere fine alla guerra a Gaza, che di fronte a una destra estrema che di concessioni non vuole sentire parlare.

È quello che il segretario di Stato Antony Blinken ha strappato a Benjamin Netanyahu al termine di tre ore di colloqui qui a Tel Aviv: l’annuncio, che viene da parte americana e non israeliana – il comunicato dell’ufficio del primo ministro parla di «apprezzamento per la comprensione mostrata dagli americani per i vitali interessi di sicurezza di Israele» – apre la porta a un proseguimento dei negoziati al Cairo: e assicura per quanto possibile all’amministrazione di Joe Biden e alla candidata Kamala Harris che una calma relativa continuerà a regnare fino a quando a Chicago i democratici saranno riuniti. La …

TEL AVIV — Un sì confuso, dai contorni indefiniti, ambiguo quanto basta da poter essere difeso sia di fronte a un’opinione pubblica che per la maggior parte (53,5% secondo i dati dell’Israel democracy institute) vuole un accordo per riportare a casa gli ostaggi e mettere fine alla guerra a Gaza, che di fronte a una destra estrema che di concessioni non vuole sentire parlare.

È quello che il segretario di Stato Antony Blinken ha strappato a Benjamin Netanyahu al termine di tre ore di colloqui qui a Tel Aviv: l’annuncio, che viene da parte americana e non israeliana – il comunicato dell’ufficio del primo ministro parla di «apprezzamento per la comprensione mostrata dagli americani per i vitali interessi di sicurezza di Israele» – apre la porta a un proseguimento dei negoziati al Cairo: e assicura per quanto possibile all’amministrazione di Joe Biden e alla candidata Kamala Harris che una calma relativa continuerà a regnare fino a quando a Chicago i democratici saranno riuniti. La palla, agli occhi di Blinken ma molto di più a quelli degli israeliani, passa ora nel campo di Hamas, che però già due giorni fa ha fatto sapere di ritenere la proposta dei mediatori insufficiente.

Una speranza di calma relativa è il massimo che Blinken poteva strappare nel suo nono viaggio qui in dieci mesi. Poche ore dopo l’arrivo del suo aereo, nella periferia Sud di Tel Aviv è esploso un ordigno: morto l’uomo che lo portava sulle spalle in uno zaino imbottito di chiodi, ferito un passante. Ieri mattina, mentre Blinken entrava nell’ufficio di Netanyahu, il capo della polizia della città annunciava quello che tutti temevano: quello di domenica sera non era stato un incidente ma un attentato fallito, come Hamas e la Jihad islamica rivendicavano in un comunicato poco dopo. Una vendetta per le morti di Gaza, il primo di una serie di attacchi che continueranno su tutto il territorio israeliano, secondo la nota.

A Tel Aviv l’allerta è stata elevata: a colpire, secondo ricostruzioni dei media che però non sono state ancora confermate, sarebbe stato un palestinese di Nablus. Il suo obiettivo sarebbe stata una sinagoga, ma l’ordigno sarebbe esploso prima del previsto. L’identità dell’uomo non è nota, così come la dinamica esatta: quel che è certo è che in questa città che all’inizio degli anni duemila ha contato decine di vittime per azioni simili, la paura è tornata.

«Perché colpire mentre siamo nella fase più delicata di un negoziato tanto difficile? Perché la loro ideologia è questa. Colpire Israele. Sempre e comunque. Inutile cercare una spiegazione razionale», ci dice Michael Milshtein, responsabile degli Studi palestinesi al Moshe Dayan center dell’Università di Tel Aviv ed ex capo del Dipartimento palestinese dell’intelligence militare israeliana. Per Milshtein l’attacco non influenzerà i negoziati, bloccati da mesi sulle stesse questioni e in particolare sul controllo del Corridoio Philadelphi, che segna il confine fra la Striscia e l’Egitto ed è stato, grazie ai tunnel che lo attraversavano, la principale arteria di rifornimento di armi e munizioni per Hamas. «Netanyahu lo ritiene vitale per la sicurezza e non intende abbandonarlo. Sinwar non lascerà gli ostaggi fino a quando i soldati non se ne andranno di là. Se Israele rivuole i suoi ostaggi deve fare un compromesso. Non ci sono altre strade».

È così da mesi, anche prima dell’uccisione di Ismail Haniyeh a Teheran e della scelta da parte di Hamas di Sinwar come capo politico assoluto: «Il negoziato lo ha sempre condotto lui. Le posizioni non sono cambiate», conclude l’esperto. Sul Corridoio, secondo indiscrezioni della stampa israeliana, gli americani avrebbero accettato la posizione di Netanyahu: impossibile un ritiro completo. Ma non ci sono conferme ufficiali così come mancano conferme alle voci circolate sulla minaccia di dimissioni del capo di Stato Maggiore dell’Idf Hertzi Halevi in caso di accordo.

Nel tira e molla della diplomazia si continua a morire: ieri sei persone sono state uccise a Gaza, fra loro un giornalista a Khan Yunis. 40.139 il bilancio delle vittime dal 7 ottobre secondo il ministero della Salute di Hamas. È morto anche un soldato israeliano, sempre a Khan Yunis, mentre l’aviazione ha continuato a colpire obiettivi nel Sud e nella Valle della Bekaa in Libano.

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