La rabbia trattenuta degli antagonisti in piazza a Chicago: “Siamo con Kamala Harris ma su Gaza ci ascolti”
dalla nostra inviata Anna LombardiCHICAGO — L’assedio alla Convention democratica è iniziato ma la manifestazione che ha aperto la quattro giorni di proteste fuori dal perimetro dell’United Center, dove ieri è intervenuto Joe Biden, è stata sottotono rispetto alle aspettative degli organizzatori che attendevano fra le 10 e le 30mila persone. A Union Park, il parco a 10 minuti dallo stadio di basket che ospita la convention dell’asinello, ci saranno stati poco più di 5mila manifestanti. Meno dei 12mila poliziotti schierati in città per prevenire disordini. Le loro voci si sono fatte comunque sentire, complice l’ottima amplificazione per la quale hanno lungamente trattato con la municipalità fino a quando a loro favore è intervenuto il sindaco, Brandon Johnson, che ha radici nell’attivismo.
Richiesta unanime, il cessate il fuoco a Gaza, il blocco delle forniture di armi a Israele e lo stop a ogni tipo di aiuto allo Stato Ebraico. Rimaste di sottofondo le altre questioni (aborto, violenza, diritti degli afroamerica…
CHICAGO — L’assedio alla Convention democratica è iniziato ma la manifestazione che ha aperto la quattro giorni di proteste fuori dal perimetro dell’United Center, dove ieri è intervenuto Joe Biden, è stata sottotono rispetto alle aspettative degli organizzatori che attendevano fra le 10 e le 30mila persone. A Union Park, il parco a 10 minuti dallo stadio di basket che ospita la convention dell’asinello, ci saranno stati poco più di 5mila manifestanti. Meno dei 12mila poliziotti schierati in città per prevenire disordini. Le loro voci si sono fatte comunque sentire, complice l’ottima amplificazione per la quale hanno lungamente trattato con la municipalità fino a quando a loro favore è intervenuto il sindaco, Brandon Johnson, che ha radici nell’attivismo.
Richiesta unanime, il cessate il fuoco a Gaza, il blocco delle forniture di armi a Israele e lo stop a ogni tipo di aiuto allo Stato Ebraico. Rimaste di sottofondo le altre questioni (aborto, violenza, diritti degli afroamericani, lgbtq) pur presenti nella piattaforma della March on the Dnc Coalition, l’organizzazione ombrello cui aderiscono 270 sigle: l’intero spettro della sinistra antagonista americana, dalle femministe di CodePink ai socialisti di Freedom Road passando per Black Lives Matter.
«La guerra a Gaza è il Vietnam della nostra generazione», afferma dal palco Hatem Abudayyeh, portavoce della March on the Dnc e leader locale dell’Us Palestinian network, a sottolineare il legame quanto meno ideale fra le proteste del 1968 e quelle di oggi. Spiegando che il cambio di candidato in corsa, per la comunità palestinese — quella di Chicago è la più grande d’America — non significa niente: «Avevamo Genocide Joe, ora c’è Killer Kamala, finché non prenderà chiaramente le distanze fermando il flusso di denaro statunitense a Israele, è anche lei complice del genocidio». Affermazioni che Hatem in privato sfuma: «Ovvio che vediamo le differenze da un candidato all’altro. Ma Harris deve fare e dire molto di più se vuole ottenere il nostro voto», aveva infatti detto a Repubblica qualche giorno fa.
E lo sostiene anche Abbas Alawieh, leader dei 36 delegati “uncommited” (ovvero coloro che durante le primarie non hanno voluto sostenere uno specifico candidato come forma di protesta alla guerra di Gaza e che rappresentano il voto di 800mila elettori dem): «Dobbiamo sapere come sarà fermato lo sterminio e assicurarci che la discussione non venga aggirata». Ppoi aggiunge: «Agli elettori che hanno a cuore la questione palestinese, Harris deve illustrare un piano che differisca nettamente da quello di Trump. Deve metterci nelle condizioni di fare campagna per lei spiegando ai nostri elettori come e perché farà la differenza. Negli stati a rischio come il mio Michigan, il più arabo d’America, sono in gioco i nostri voti e dunque la vittoria».
Fra i manifestanti, in realtà, ci sono anche numerosi delegati “committed”, venuti qui per sostenere Harris ma decisi a far pesare le ragioni dei progressisti. Lo conferma Amira Abumohor, 23 anni, delegata della California con una kefiah su cui sua nonna ha ricamato a mano “Democrats for Palestinian Rights”, democratici per i diritti dei palestinesi. «Sono araba e faccio politica attiva. La nuova generazione è contro ogni guerra e vuole cambiare le cose. Voterò senza esitazioni, ma voglio che Kamala ci ascolti». Patty Levy ha 78 anni, è un’insegnante ebrea in pensione. Arriva da New York, è anche lei una delegata ed un’attivista di Jewish Voice for Peace: «Sono entusiasta di Harris. Ha il mio sostegno, ma protestai contro il Vietnam e oggi sono in piazza per Gaza senza contraddizioni. Sono sempre stata dalla parte giusta della Storia».