Chicago — Era una gelida notte di gennaio, e l’Iowa con i suoi caucus ospitava il rito inaugurale della corsa alla Casa Bianca. Una giovane donna di colore della California sfidava il freddo per lei inusuale, offrendo pizza calda agli elettori in fila perché votassero un giovane e improbabile candidato afro americano. Lei si chiamava Kamala Harris. Lui Barack Obama, e ieri sera ha cercato di ricambiare il favore convincendo l’America che «questo è il suo momento», riallacciando il filo della speranza e del cambiamento con quello che aveva ispirato il Paese nel 2008.
L’amicizia tra Barack e Kamala risale al 2004, quando l’allora senatore dell’Illinois tenne il discorso alla Convention di Boston che lo lanciò verso la presidenza. Avevano origini simili, figli di matrimoni misti fra immigrati arrivati dall’altro capo del mondo, ed erano uniti dalla convinzione che storie come le loro potessero aiutare a curare la spaccatura sempre più pericolosa tra l’America blu e quella rossa, con tutto ciò che significa sul piano politico, culturale, razziale. Si erano aiutati a vicenda, nelle rispettive campagne elettorali, inclusa la gaffe commessa da Obama nel 2013, quando durante una raccolta di fondi in California aveva definito Harris «di gran lunga la più bella procuratrice nel Paese». Lei non si era offesa, ma lui si era scusato, anche perché secondo i maligni il suo flirtare aveva fatto infuriare Michelle.
Il rapporto però non si era incrinato, al punto che l’anno dopo Barack aveva sondato Kamala per prendere il posto di Eric Holder come segretario alla Giustizia. Ora Holder ha gestito la selezione di Tim Walz come candidato vice presidente, e secondo le voci di corridoio potrebbe fare il capo di gabinetto nell’eventuale Casa Bianca di Harris. Non è l’unico veterano dell’amministrazione Obama a lavorare per lei, visto che da là vengono anche la manager della campagna O’Malley Dillon, la consigliera Cutter, e soprattutto il responsabile della strategia per gli Stati chiave, quel David Plouffe che aveva guidato la corsa di Barack alla Casa Bianca: «Siamo già riusciti - ha detto a Axios - a ridisegnare la geografia della campagna. Un mese fa Nevada, Arizona, Georgia e North Carolina sembravano perduti, ora sono novamente in gioco insieme al Blue Wall di Michigan, Pennsylvania e Wisconsin».
Ieri sera, però, il compito di Obama è stato assai più complesso di fornire un po’ di consiglieri e suggerimenti. Quando Biden ha annunciato il ritiro, lui è stato fra gli ultimi leader del partito ad appoggiare Harris. Ha detto di averlo fatto perché voleva svolgere il compito del padre nobile che riunificava i democratici, ma i maligni avevano sospettato altro. Come prima cosa, dopo aver preferito Hillary Clinton al suo vice Biden nel 2016, non voleva interpretare ancora il ruolo dell’accoltellatore. Allora aveva commesso un errore fatale, perché magari Joe non avrebbe perso gli Stati del Blue Wall e la Casa Bianca, e ora non intendeva ripeterlo. Altri poi sostenevano che volesse mini-primarie per selezionare un altro candidato, magari sua moglie, perché non aveva molta fiducia in Kamala.
Tutte queste speculazioni, o gratuite malignità, sono scomparse ieri sera, quando prima Michelle ha usato la sua popolarità per presentare Barack, e poi lui ha cercato di ricostruire per Harris il movimento che lo aveva portato alla Casa Bianca, mentre lei teneva un comizio in Wisconsin. Non solo un discorso di appoggio, e magari riconoscimento dei risultati di Biden, volato nel frattempo in California per una vacanza forse suggerita dal rancore. E neppure uno scontato attacco a Trump, che se era una minaccia nel 2016 e nel 2020, ora è un criminale condannato e deciso a prendersi la rivincita a spese dell’America. Molto di più.
Obama ieri sera ha separato Harris da Biden, per proiettarla verso il futuro. Ne ha fatto il rinascimento della speranza generata dalla sua candidatura nel 2008, con l’aggiunta del fatto non insignificante di essere donna, e quindi magari sfondare quel soffitto di vetro che Hillary non era riuscita ad infrangere. Battendo ancora Trump, non solo perché lui minaccia la democrazia, ma perché lei incarna lo spirito migliore del “villaggio luminoso in cima alla collina”, riuscito finora a restare la nazione indispensabile proprio per la capacità costante di tenere aperta la porta a chi vuole condividerne il sogno. E rinnovarsi.