La protesta degli “uncommited” alla Convention: “Vogliamo parlare di cessate il fuoco sul palco”. E fuori scontri tra pro-Gaza e polizia
dalla nostra inviata Anna LombardiCHICAGO – Gli “uncommitted” sono furiosi. I 36 delegati – molti di origine araba, ma fra loro ci sono anche numerosi ebrei - emersi dal cilindro delle primarie democratiche come espressione di coloro che non hanno votato per nessun candidato, limitandosi a scrivere “non impegnato” sulla scheda per protesta contro la guerra di Gaza, dicono di non trovare uno spazio di denuncia adeguato. E ieri hanno dunque improvvisato una conferenza stampa nei corridoi dove si svolge la Convention per spiegare, quanto meno alla stampa, le loro ragioni.
In realtà non è che i dem proprio non ascoltino: lo conferma anche Abbas Alawieh, loro leader. Solo, non hanno intenzione di dargli visibilità. Così gli “uncommitted stanno cercando di aumentare la pressione, senza però – almeno per ora - rompere col partito, come dice a Repubblica Alawieh, libanese del Michigan, fra i fondatori del movimento dei “non impegnati” e loro portavoce: «Ci sono segnali di apertura, un cambiamento rispetto al modo in cui …
CHICAGO – Gli “uncommitted” sono furiosi. I 36 delegati – molti di origine araba, ma fra loro ci sono anche numerosi ebrei - emersi dal cilindro delle primarie democratiche come espressione di coloro che non hanno votato per nessun candidato, limitandosi a scrivere “non impegnato” sulla scheda per protesta contro la guerra di Gaza, dicono di non trovare uno spazio di denuncia adeguato. E ieri hanno dunque improvvisato una conferenza stampa nei corridoi dove si svolge la Convention per spiegare, quanto meno alla stampa, le loro ragioni.
In realtà non è che i dem proprio non ascoltino: lo conferma anche Abbas Alawieh, loro leader. Solo, non hanno intenzione di dargli visibilità. Così gli “uncommitted stanno cercando di aumentare la pressione, senza però – almeno per ora - rompere col partito, come dice a Repubblica Alawieh, libanese del Michigan, fra i fondatori del movimento dei “non impegnati” e loro portavoce: «Ci sono segnali di apertura, un cambiamento rispetto al modo in cui le nostre richieste venivano trattate in passato. Ma ancora non basta. Vogliamo uno spot sul palco della Convention: la possibilità di far parlare la pediatra Tanya Haj-Hassan, che è rimasta diversi mesi a Gaza sotto le bombe e ha racconti strazianti. Vogliamo poi un confronto diretto con la candidata Harris sul cessate il fuoco».
Un primo panel sui diritti umani dei palestinesi, proprio con la dottoressa Haj-Hassan come relatrice, in effetti, si è tenuto nello spazio del McCormick Place dove si svolgono i lavori del mattino. E per Jim Zogby, fondatore dell'Arab American Institute e da trent’anni uno dei leader del Democratic National Committee è un traguardo: «La parola Palestina era stata menzionata a una Convention dem, solo altre due volte, nel 1984 e nel 1988». In una delle due, era stato lo stesso Zogby a chiedere giustizia per il popolo palestinese nel suo discorso di sostegno alla candidatura del reverendo afroamericano (e amico di Martin Luther King) Jesse Jackson, che corse brevemente per la presidenza nel 1984. «Da allora abbiamo fatto molta strada. La gente mi dice che sto solo dicendo che il bicchiere è mezzo pieno. Rispondo: “Io mi ricordo di quando non avevamo nemmeno il bicchiere”. Ora l’abbiamo e la stiamo riempiendo».
Il partito dell’asinello, però, non è disposto a tollerare altro: quando durante il discorso di Joe Biden lunedì sera i 36 hanno provato a srotolare uno striscione con la scritta “Stop Arming Israel” gli è stato immediatamente strappato di mano, mentre gli altri delegati intorno sollevavano cartelli con su scritto “We ?? Joe” per nasconderli e i loro slogan soffocati dal coro immediatamente partito “Thank you Joe”. Il pubblico da casa non se ne è nemmeno accorto.
«Male - dice Alawieh – Perché noi siamo espressione dell’opinione di 800mila elettori, cui dobbiamo rispondere. Sono democratico da tutta la vita ma l’atteggiamento di chiusura rischia di farci perdere stati indecisi come il mio Michigan, il più arabo d’America».
Mentre all’interno dell’United Centre, gli “uncommitted” tenevano la loro conferenza stampa, ci sono stati scontri fra un piccolo gruppo di manifestanti pro-Gaza (totalmente slegati dal gruppo di delegati) e la polizia. I disordini sono avvenuti di fronte al consolato israeliano, dalle parti di Grant Park – dunque lontano dall’area della Convention dove invece lunedì un manipolo delle persone era riuscita ad abbattere la prima barriera della zona rossa - interamente circondato da una prima linea di poliziotti in bicicletta e una seconda di agenti in assetto antisommossa. Settanta persone sono state arrestate. «Volevano il caos», dice il sovrintendente della polizia di Chicago Larry Snelling, ricordando comunque, come, memori dei fatti del 1968, gli agenti sul campo sono stati attentamente formati a non reagire con eccessiva violenza.
Il consolato israeliano ha comunque voluto affermare in un comunicato il proprio disappunto: «Siamo rimasti inorriditi dalle proteste». Attaccando pure frontalmente il sindaco afroamericano Brandon Johnson: «Siamo delusi dal continuo sostegno che offre alle proteste anti-Israele a Chicago, e dal suo disprezzo per la comunità filo-israeliana in città».