Un mese fa i caccia americani sono decollati di corsa per intercettare una coppia di bombardieri cinesi che si stava avvicinando alle coste dell’Alaska. Una novità assoluta. Non era mai successo prima che Pechino mandasse i grandi jet in grado di trasportare armi atomiche a sfidare gli Usa. Tanto più che la missione degli Xian H-6K è stata sincronizzata con quella di due quadrimotori Tupolev russi, penetrati pochi minuti dopo nella zona di difesa aerea degli Usa.
La provocazione ha reso manifesto come l’antico equilibrio del terrore tra Washington e Mosca nato ai tempi della Guerra Fredda si fosse frammentato: la potenza dell’arsenale nucleare del Dragone è sempre più forte e conta su oltre cinquecento testate, che diventeranno mille entro il 2030. Una situazione doppiamente insidiosa, perché l’espansione di Pechino si muove in maniera parallela e convergente con i piani di Mosca, in un’alleanza ormai definita “senza limiti”.
Adesso si scopre che a marzo la Casa Bianca ha aggiorn…
Un mese fa i caccia americani sono decollati di corsa per intercettare una coppia di bombardieri cinesi che si stava avvicinando alle coste dell’Alaska. Una novità assoluta. Non era mai successo prima che Pechino mandasse i grandi jet in grado di trasportare armi atomiche a sfidare gli Usa. Tanto più che la missione degli Xian H-6K è stata sincronizzata con quella di due quadrimotori Tupolev russi, penetrati pochi minuti dopo nella zona di difesa aerea degli Usa.
La provocazione ha reso manifesto come l’antico equilibrio del terrore tra Washington e Mosca nato ai tempi della Guerra Fredda si fosse frammentato: la potenza dell’arsenale nucleare del Dragone è sempre più forte e conta su oltre cinquecento testate, che diventeranno mille entro il 2030. Una situazione doppiamente insidiosa, perché l’espansione di Pechino si muove in maniera parallela e convergente con i piani di Mosca, in un’alleanza ormai definita “senza limiti”.
Adesso si scopre che a marzo la Casa Bianca ha aggiornato la sua strategia nucleare proprio per affrontare le minacce che sorgono a Oriente: quella cinese e anche quella nordcoreana. Le regole guida firmate dal presidente Biden e di cui parla il New York Times sono segretissime: non ne esistono copie digitali ma solo pochi testi cartacei, numerati e sorvegliatissimi. Vipin Narang, un esperto del M.I.T. che ha contribuito a scriverle, ha però spiegato che sono state concepite tenendo conto «di multipli avversari dotati di ordigni atomici». Pranay Vaddi, direttore per il controllo degli armamenti del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, è stato più esplicito: «C’è la necessità di esercitare una deterrenza contemporaneamente nei confronti della Russia, della Cina e della Corea del Nord».
Il ministero degli Esteri cinese ha reagito con determinazione: «Siamo molto preoccupati, gli Stati Uniti stanno cercando un pretesto per conservare il loro vantaggio strategico». Ma la realtà è chiara. L’incubo dell’Armaggedon non è più bipolare: Pechino ha centinaia di ordigni nucleari e missili d’ogni tipo per colpire oltre l’Oceano. E altri ne sperimenta che non servono per distruggere le città ma per spazzare via le portaerei a cui gli Usa affidano il confronto bellico nei mari dell’Asia.
La dottrina del Pentagono si deve misurare infatti anche con la fine di un altro tabù: non viene più escluso che testate atomiche possano venire fatte esplodere in un conflitto convenzionale. Nell’ottobre 2022 si è temuto che Vladimir Putin le utilizzasse in Ucraina, come reazione alla disfatta del suo esercito a Kherson: un allarme scaturito dall’intercettazione delle discussioni tra generali russi. In quei giorni di alta tensione c’è stata una pressione congiunta di Washington, Londra e Parigi – i tre Paesi Nato con armi nucleari – per sventare questa prospettiva.
La situazione più preoccupante è quella della nazione con meno bombe, perché è anche la meno affidabile: la Corea del Nord. Non a caso, il saggio shock di Annie Jacobsen sull’attualità di un’apocalisse nucleare ipotizza proprio un attacco a sorpresa da parte di Kim Jong-un contro gli States, tale da innescare una reazione a catena fuori controllo. Oggi Pyongyang pare disporre di una sessantina di testate e sta mettendo a punto con estrema fatica missili da imbarcare sui sottomarini. Le nuove relazioni con Mosca, a cui fornisce munizioni e razzi per il conflitto ucraino, potrebbero accelerare ogni sviluppo permettendo ai tecnici nordcoreani di bruciare le tappe. Con un ulteriore effetto perverso: la Corea del Sud teme di non potere contare su uno scudo americano in caso di aggressione e a Seul c’è un dibattito sempre più animato per costruire un’arma atomica nazionale.
Sarebbe un’altra casella ad alto rischio nel risiko nucleare, che vede già protagonisti India e Pakistan, formalmente belligeranti, oltre a Israele che dopo i massacri jihadisti del 7 ottobre combatte su più fronti. Senza dimenticare che l’onda lunga del conflitto ucraino potrebbe permettere anche all’Iran di avvicinarsi a un ordigno di distruzione di massa, ricevendo sostegni tecnologici dal Cremlino come compensazione per le consegne di droni e munizioni.
Una proliferazione che sembrava non piacere neppure ai cinesi. Hanno presentato una proposta all’Onu per un trattato che introducesse limiti agli arsenali nucleari, proibendo il first strike, ossia l’attacco preventivo. E nello scorso ottobre hanno avviato colloqui riservati con gli Usa per una moratoria sui test e la creazione di una linea rossa per le comunicazioni d’emergenza in modo da evitare drammatici equivoci nei momenti di crisi. All’inizio dell’estate i contatti sono stati interrotti per volontà di Pechino: poco dopo i bombardieri hanno cominciato a fare rotta verso l’Alaska.