Il graffio di Bill Clinton a Chicago: per Kamala il talento per la rimonta dell’ex presidente
di Gianni RiottaChicago - La prima volta che William Jefferson Clinton, più noto come Bill, si affacciò ai microfoni di una Convention del partito democratico era il 1972, il giovane attivista, agli ordini del futuro senatore Gary Hart, aveva 25 anni e tante speranze in cuore. In Italia era alla ribalta il controverso presidente Andreotti, nell’Urss comunista i gulag erano pieni, Mao governava in Cina con ferocia.
Le 13 Convention dell’ex presidente
Da allora Clinton, figlio di una infermiera ragazza madre, arrivato a Yale dopo aver stretto la mano adolescente a John Kennedy, ha parlato a tredici Convention del partito, dalla rotta di McGovern al debutto 1972, solo uno Stato vinto per la valanga di Nixon, il Massachusetts, alla sorpresa Carter 1976, alla tripletta due volte Reagan e Bush padre, capaci di battere Carter 1980, Mondale 1984 e il bravo governatore Dukakis 1988. A rompere la stringa repubblicana, cinque vittorie presidenziali su sei dal 1968 al 1992, sarà proprio il ragazzo di Hope, un paese che si chiama Speranza, in Arkansas, prima governatore, poi presidente. Battuto in casa a Little Rock dopo il primo mandato da governatore, fischiato alla Convenzione 1988 per un mostruoso discorso di 35 minuti, applaudito giusto alle parole “Per finire…”, Clinton accetterà la nomination per la presidenza 1992 e 1996, passerà per il greve scandalo del flirt con Monica Lewinsky, stagista, l’impeachment per falsa testimonianza, l’attacco brutale della destra di Newt Gingrich, infine la rielezione e la trasformazione in padre nobile del partito.
Per due volte The Comeback Kid, il monello irriducibile, ha sperato in una riscossa, nel 2000 con la candidatura dell’incolore vice Al Gore, sconfitto da Bush figlio con lo scandalo delle schede farlocche in Florida, nel 2016 con la moglie Hillary superata in corsa da Donald Trump, deluso in entrambi i casi.
"Non so quante altre volte vi parlerò”
A Chicago Bill Clinton è dunque arrivato come decano, 78 anni, nato nell’Estate dei Presidenti, il 1946, quando vedono la luce lui, Trump e G.W. Bush, vantando però poche settimane meno del rivale di Kamala Harris a novembre. “Non solo quante altre volte vi parlerò”, ha detto rauco, magro, l’ombra del fascinoso Don Giovanni dalle mille storie, il cuore è stanco, le terapie cardiologiche pesanti. Ma il graffio politico, il talento per rimonta che lo fece battezzare dal reporter Joe Klein “The Natural” resta vivo.
“Applausi alla gioia”
Clinton applaude la “gioia” che Kamala Harris porta nel partito, punzecchia Trump, “è più anziano di me”, e ammonisce paterno i 4000 delegati “Le elezioni restano aperte, se ci montiamo la testa saremo battuti e sarà colpa nostra, la politica è sport brutale. Non sottovalutate gli avversari, Tim Walz, candidato vicepresidente e Kamala Harris, candidata presidente, sono umani, sbaglieranno, gli avversari ne approfitteranno, aiutiamoli”. Nel 2016 Hillary fu battuta di soli 75.000 voti su 130 milioni di schede e Bill Clinton resta persuaso che, se la moglie avesse accettato che lui facesse campagna in Illinois, Michigan e Wisconsin, l’esito sarebbe stato diverso, disfatta che non vuol ripetere per la terza volta.
I 27 minuti e il McDonald’s
Con un quarto d’ora di discorso concordato in presidenza, Clinton ha parlato per 27 minuti, andando a braccio, scherzando sui peccati di gola, “Kamala Harris sarà la sola presidente ad aver passato più tempo di me in un ristorante McDonald’s, lei ci lavorava però, io mangiavo…”, elogiando la moglie e gli Obama, ma alla fine analizzando pragmatico come le illusioni di Fine della Storia, suscitate dal filosofo Fukuyama nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino e della fine della Guerra Fredda, si siano infrante con l’avvento di Putin al Cremlino e le guerre in corso, dall’Ucraina a Gaza. Nel 1994, con i patti di Budapest siglati insieme al presidente russo Eltsin sull’Ucraina, e un anno prima con le intese tra Israele e i palestinesi approvate da Rabin e Arafat, Clinton sognò la pace e si ritrova adesso con il lavoro diplomatico a brandelli e stragi ovunque.
Prima che parlasse il candidato alla vicepresidenza Tim Walz, bonario, pacioso, look da vivace zio del Far West (ma quanto resisterebbe torchiato dal feroce Putin, dall’enigmatico Xi Jinping, dall’aggressivo Erdogan?) Clinton ha chiesto “alla gioia e all’energia di tutti voi” una mano a battere Trump. The Comeback Kid ha vinto molto, ma tante volte è finito al tappeto, umiliato, mettendo dunque in allerta i compagni, vedremo se ascoltato. Stanotte italiana chiude Kamala Harris, facendo invecchiare di botto gli antenati, i Clinton, gli Obama, Biden, Sanders, generazioni passate. Clinton si è congedato con grazia e acume politico, vedremo se parlerà nel 2028 o se per il ragazzino che sognava Kennedy la saga delle Covention è chiusa, in un partito fluido, di donne, multiculturale, landa di influencer e social media, dove ogni molestia sarebbe anatema, il vecchio Bill cacciato in poche ore con ignominia.
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