GERUSALEMME — “Sull’orlo del collasso”. “Estremo scetticismo”. “Scenario pessimo”. Le espressioni rimbalzate ieri sulla stampa israeliana e su quella internazionale sullo stato dei negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani lasciano pochissimo spazio di manovra ai negoziatori di Egitto, Qatar, Stati Uniti che – dopo i tavoli tecnici avviati ieri – si ritroveranno al Cairo nelle prossime ore.
Quello che andrà in scena rischia di essere un muro contro muro fra la posizione israeliana e quella di Hamas: grande incognita sul tavolo, l’esito del colloquio con cui sia Joe Biden che Kamala Harris (che si è unita alla chiamata) hanno invitato il premier israeliano Netanyahu a fare ulteriori concessioni rispetto a quelle già consegnate al segretario di Stato Blinken nel colloquio a Tel Aviv pochi giorni fa.
La discussione è ferma sui punti di sempre: il cessate il fuoco permanente o temporaneo, le liste dei prigionieri palestinesi da rilasciare dalle c…
GERUSALEMME — “Sull’orlo del collasso”. “Estremo scetticismo”. “Scenario pessimo”. Le espressioni rimbalzate ieri sulla stampa israeliana e su quella internazionale sullo stato dei negoziati per il cessate il fuoco a Gaza e il rilascio degli ostaggi israeliani lasciano pochissimo spazio di manovra ai negoziatori di Egitto, Qatar, Stati Uniti che – dopo i tavoli tecnici avviati ieri – si ritroveranno al Cairo nelle prossime ore.
Quello che andrà in scena rischia di essere un muro contro muro fra la posizione israeliana e quella di Hamas: grande incognita sul tavolo, l’esito del colloquio con cui sia Joe Biden che Kamala Harris (che si è unita alla chiamata) hanno invitato il premier israeliano Netanyahu a fare ulteriori concessioni rispetto a quelle già consegnate al segretario di Stato Blinken nel colloquio a Tel Aviv pochi giorni fa.
La discussione è ferma sui punti di sempre: il cessate il fuoco permanente o temporaneo, le liste dei prigionieri palestinesi da rilasciare dalle carceri israeliane, il controllo sul Corridoio Philadelphi che segna il confine fra la Striscia di Gaza e l’Egitto e che in passato è diventato – grazie ai tunnel sotterranei – la principale arteria di approvvigionamento di armi e materie prime per Hamas. A ciò, secondo fonti egiziane citate dal giornale israeliano Ynet, si sarebbero aggiunte le garanzie chieste da Yahya Sinwar per la sua vita in caso di accordo con Israele: ma la notizia non è confermata.
Confermato invece che il cuore delle trattative è fermo sul Corridoio Philadelphi: «E’ ovvio che il giorno dopo la fine dei combattimenti, Hamas lavorerà per far arrivare armi nella Striscia di Gaza. Minore sarà la presenza israeliana lungo questa arteria che per loro è vitale, più facile sarà il lavoro per Hamas, che vuole le mani libere ed è pronta a continuare a combattere per questo», scriveva ieri sul portale N12 il generale Yossi Kupperwasser, ex direttore dell’Intelligence delle Forze armate israeliane e voce ascoltata dal governo.
Ma questa posizione non sta bene a Hamas: né – come hanno spiegato in una conversazione con l’Associated Press dal Cairo due fonti egiziane – al Cairo, che rifiuta di accettare una presenza fissa di Israele ai suoi confini, considerandola una violazione del trattato di pace fra i due Paesi.
Ieri sui 14 chilometri più discussi del mondo si è recato il ministro della Difesa israeliano Gallant, che ha parlato di oltre 150 tunnel individuati e distrutti dall’esercito da maggio, quando ha preso il controllo della zona. Gallant ha sottolineato che la brigata Rafah di Hamas «è stata sconfitta», e che da Gaza l’attenzione dell’esercito si sta progressivamente spostando verso il confine con il Libano.
Mentre le discussioni vanno avanti, Israele ribolle: dal punto di vista militare, con la pioggia di missili (oltre cinquanta) lanciati da Hezbollah nel Nord del Paese in risposta all’attacco israeliano contro un deposito di armi nella valle della Bekaa, al confine fra Libano e Siria. Ma ancora di più, dal punto di vista della sua società: ieri quattro fra i kibbutz del Sud più colpiti il 7 ottobre si sono uniti nell’assoluto rifiuto delle cerimonie ufficiali per ricordare il 7 ottobre, che sono in preparazione. I villaggi commemoreranno la strage senza rappresentanti del governo, con il risultato che la cerimonia ufficiale – è stato annunciato – sarà trasmessa in televisione ma senza pubblico e senza svolgersi nei luoghi più colpiti dall’attacco di Hamas.
La rabbia dei kibbutz contro il governo era palpabile anche durante i funerali di alcuni dei sei ostaggi i cui corpi sono stati recuperati nella notte fra lunedì e martedì: e nella manifestazione con cui, nel cuore di Tel Aviv, i familiari delle soldatesse uccise o rapite dalla base militare di Nahal Oz hanno cercato di bloccare l’insediamento del nuovo capo dell’Intelligence militare, ritenuto fra i responsabili della strage. Come se non bastasse, il centro di Gerusalemme è stato bloccato dall’ennesima protesta degli ultraortodossi contro il progetto di reclutare alcuni membri della loro comunità nel servizio militare obbligatorio.