CHICAGO — E.J. Dionne, leggendario columnist del Washington Post e studioso di Georgetown University, medita sulla riva del Lago Michigan, color dell’acciaio: «I discorsi di Michelle e Barack Obama, martedì sera alla Convention democratica, e quello di mercoledì di Bill Clinton, sono l’atto di coscienza dei progressisti che han guidato il Paese dal 1992 al 2016, con la parentesi di George W. Bush. Clinton era certo di lasciare la Casa Bianca al vice Al Gore, Obama persuaso di vedere Hillary Clinton eletta nel Sedici, invece due sconfitte». Sotto Clinton i liberal annunciavano che “Il mondo è piatto”, slogan ingenuo del saggista Tom Friedman, più nessun rivale per democrazie e mercati. Con Obama sottovalutavano “Isis e il fondamentalismo islamico, squadretta di dilettanti”, mentre la segretaria di Stato Hillary Clinton si recava solerte nella micidiale Mosca di Putin, con un giocattolino in mano per far pace e i russi sloggiavano gli americani in Siria nel 2014 riaffacciandosi nel Medi…
CHICAGO — E.J. Dionne, leggendario columnist del Washington Post e studioso di Georgetown University, medita sulla riva del Lago Michigan, color dell’acciaio: «I discorsi di Michelle e Barack Obama, martedì sera alla Convention democratica, e quello di mercoledì di Bill Clinton, sono l’atto di coscienza dei progressisti che han guidato il Paese dal 1992 al 2016, con la parentesi di George W. Bush. Clinton era certo di lasciare la Casa Bianca al vice Al Gore, Obama persuaso di vedere Hillary Clinton eletta nel Sedici, invece due sconfitte». Sotto Clinton i liberal annunciavano che “Il mondo è piatto”, slogan ingenuo del saggista Tom Friedman, più nessun rivale per democrazie e mercati. Con Obama sottovalutavano “Isis e il fondamentalismo islamico, squadretta di dilettanti”, mentre la segretaria di Stato Hillary Clinton si recava solerte nella micidiale Mosca di Putin, con un giocattolino in mano per far pace e i russi sloggiavano gli americani in Siria nel 2014 riaffacciandosi nel Mediterraneo.
Dietro sorrisi, battute, gag ecco l’esame di coscienza storico dell’ex First Lady Michelle e degli ex presidenti Clinton e Obama, ciechi davanti all’insorgenza populista di Donald Trump, il primo da F.D. Roosevelt a esser nominato candidato presidente per tre volte di seguito. Non lasciatevi abbagliare dalla colonna sonora all’United Center, dove ieri sera debuttava il candidato a vice Tim Walz e oggi parlerà Kamala Harris, canzoni di Patti LaBelle, il rapper Lil Jon, l’irruento DJ Cassidy, lucine intermittenti sugli spalti, del resto il flipper fu inventato a Chicago da Gottlieb, nel 1947. «La morale dettata da Obama e Clinton a Harris è: i democratici devono parlare a ceti dimenticati, operai, giovani senza laurea, aree rurali, basta spocchia, serve umiltà per fermare l’ondata populista che squassa l’Europa, Italia compresa», ammonisce il saggio Dionne.
In attesa di Bill Clinton, “the Comeback Kid”, vale la pena di ritornare dunque alla coppia Obama e al loro messaggio subliminale, ricamato di autocritiche e cautele. Michelle Obama ha implorato la platea a battersi senza quartiere e senza fisime per i candidati minori - vedi il filosofo terzomondista Cornel West - memore dei “sanderisti”, seguaci schizzinosi del senatore socialista Bernie Sanders che nel 2016 affossarono la Clinton astenendosi, o votando l’estremista verde Jill Stein, disperdendo i 75.000 voti che, su 130 milioni di suffragi, scarto 0,00025%, consegnarono la vittoria a Trump, come nel 2000 gli snob seguaci dell’attivista Ralph Nader piegarono Gore per Bush.
Vanessa Friedman, compassata firma di moda dell’austero New York Times, legge nell’abito scelto da Michelle Obama per la Convention addirittura una «divisa da combattimento, tailleur pantaloni, a muscolose braccia nude, firmato da Fernando Garcia, designer dominicano di New York per l’etichetta indipendente Monse, con Laura Kim, artista di origine asiatica che ha fondato il movimento antirazzista Slaysians, in collaborazione con Oscar de la Renta, il brand delle First Ladies per generazioni»; e nelle braids, le trecce afro di Obama, una dichiarazione militante, «il voto sarà guerra».
La gag di Barack Obama, che citando l’ossessione di Trump per la dimensione della folla ai comizi mima un gesto sull’anatomia maschile, passerà alla storia dell’humor politico, e l’ex presidente deve al carisma di sinistra le risate, se la mossa macho fosse apparsa a un raduno neofascista dei Proud Boys, apriti cielo. L’appello di Obama, oltre gli scherzi freudiani, è finale: Trump cancellerà ogni riforma, difendete la democrazia, difendete la mia eredità politica. Sketch, grinta, ma dietro i capelli bianchi la consapevolezza angosciosa, l’America capace di unirsi auspicata nel suo diario d’esordio “L’audacia della speranza”, è miraggio irrealizzato, la realtà vive di odio, moltiplicato online, per guarire serve una sutura morale che i democratici non esercitano. Riperdere con Donald Trump, concludono gli Obama, segnalerebbe la forza dei Repubblicani, ma anche l’inanità del loro partito, maggioranza schiacciante da decenni, incapace per spocchia, estremismi, derive culturali di ricostruire le comunità evocate da E.J. Dionne.
C’è stato un momento alla Convention di Chicago che nessun congresso di partito, in Italia o in Europa, potrebbe duplicare, quando il socialista Sanders ha denunciato, nell’accento rauco di Brooklyn, gli «oligarchi di Wall Street» e, subito dopo, il governatore dell’Illinois J.B. Pritzker, rampollo della dinastia degli Hotel Hyatt, ha irriso Trump vantandosi, «Credetemi, io sono un vero miliardario, lui finge di esser ricco». Schierando operai e imprenditori, i democratici sono invincibili. Nella diaspora di classi e identità, stile 2000 e 2016, fragilissimi.