GERUSALEMME — Non sono solo gli Stati Uniti: c’è la diplomazia dell’intero mondo arabo in movimento per arrivare a una svolta sul cessate il fuoco a Gaza e ridurre così il rischio di una guerra regionale. Mentre i tavoli tecnici continuano ad essere riuniti al Cairo, nei prossimi giorni lo shuttle diplomatico intorno alla crisi vedrà il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed Al Thani recarsi a Teheran per parlare con il nuovo presidente Masoud Pezeshkian: ovvero direttamente con i vertici del Paese che più può decidere se e quando fermare una rappresaglia (diretta o tramite gli alleati Hezbollah in Libano e Houthi in Yemen) contro Israele per l’assassinio a Teheran del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh. E influenzare Yahya Sinwar, il leader di Hamas, che finora non ha lanciato segnali di compromesso. Nelle stesse ore a Riad atterrerà il presidente palestinese Mahmoud Abbas: alla corte dell’uomo, il principe ereditario Mohammed bin Salman, che più soldi potrebbe mettere nel pia…
GERUSALEMME — Non sono solo gli Stati Uniti: c’è la diplomazia dell’intero mondo arabo in movimento per arrivare a una svolta sul cessate il fuoco a Gaza e ridurre così il rischio di una guerra regionale. Mentre i tavoli tecnici continuano ad essere riuniti al Cairo, nei prossimi giorni lo shuttle diplomatico intorno alla crisi vedrà il ministro degli Esteri del Qatar Mohammed Al Thani recarsi a Teheran per parlare con il nuovo presidente Masoud Pezeshkian: ovvero direttamente con i vertici del Paese che più può decidere se e quando fermare una rappresaglia (diretta o tramite gli alleati Hezbollah in Libano e Houthi in Yemen) contro Israele per l’assassinio a Teheran del leader politico di Hamas Ismail Haniyeh. E influenzare Yahya Sinwar, il leader di Hamas, che finora non ha lanciato segnali di compromesso. Nelle stesse ore a Riad atterrerà il presidente palestinese Mahmoud Abbas: alla corte dell’uomo, il principe ereditario Mohammed bin Salman, che più soldi potrebbe mettere nel piatto della ricostruzione di Gaza, a patto però di trovarsi di fronte a una leadership funzionale e non corrotta. L’esatto contrario di ciò che è oggi l’Anp di Abbas.
La crisi è stata ieri al centro di una riunione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con l’ambasciatrice americana Linda Thomas-Greenfield che ha sottolineato la necessità di un compromesso da parte di Hamas. «Israele ha accettato la proposta che riduce le differenze. Ora spetta ad Hamas», ha detto. Non è chiaro se rispetto alla scorsa settimana da Israele sia venuta qualche altra concessione dopo la telefonata di mercoledì sera fra Biden e Harris da una parte e Netanyahu dall’altra: lo ha scritto ieri sul Washington Post David Ignatius, solitamente ben informato su ciò che accade alla Casa Bianca, lo ha smentito l’ufficio del premier. Per il Cairo è però partito il capo del Mossad David Barnea, segno che qualcosa si muove.
Nel tira e molla continua la pressione delle famiglie per un accordo. Non soltanto le parole alla Convention di Chicago di Jon e Rachel Goldberg, genitori del cittadino americano Hersh, rapito al Nova festival. Ma anche quelle dei familiari degli ostaggi ritrovati cadaveri nei giorni scorsi: le autopsie hanno confermato la presenza di proiettili nei loro corpi e quindi prende corpo l’ipotesi (non confermata) che siano stati uccisi dai loro rapitori e non in un raid israeliano. La posizione del movimento che rappresenta i familiari è stata ribadita: avrebbero potuto essere salvati se si fosse fatto un accordo. Ieri dal Giappone, Paese di origine della madre, ha parlato anche Noa Argamani, una degli ostaggi liberati a giugno con un blitz: «Gli uomini di Hamas mi hanno picchiato su tutto il corpo, avevo ferite ovunque, anche sulla testa. Nessuno è venuto a curarmi fino al giorno in cui sono stata liberata».
Intanto a Gaza un soldato israeliano è morto in combattimento e sedici palestinesi sono stati uccisi in bombardamenti secondo il ministero della Salute della Striscia. E decine di razzi sono stati intercettati sul Nord del Paese provenienti dal Libano.