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Nel paese natale di Barghouti dove tutti aspettano il suo ritorno ma nessuno sa che cosa pensi veramente

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Il reportage da Kobar, in Cisgiordania, villaggio di origine del leader della Seconda Intifada e dell’ala movimentista di Fatah in carcere dal 2002
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KOBAR (Cisgiordania) — Il fantasma, nelle strade di Kobar, si materializza in due bandiere gialle appese fuori dalla casa di famiglia. Ha la faccia di sempre: lo sguardo di sfida, le braccia in alto, i polsi stretti nelle manette dell’ultima foto che gli è stata scattata, vecchia ormai più di dieci anni. Come sia ora, nessuno lo sa: ma alla gente, qui nel villaggio dove è nato e ha vissuto, non importa. «Tornerà, e sarà il nostro presidente. Con lui cambierà tutto», dice Ibrahim, 28 anni: ne aveva sei quando Marwan Barghouti è stato arrestato e condannato a cinque ergastoli come mente di una strage e di altri due omicidi. Non lo ha mai visto, non lo ha mai sentito parlare: eppure è a lui che, come decine di migliaia di persone nei Territori palestinesi e a Gaza, è pronto ad affidare il suo destino.

Kobar è il villaggio d’origine dei Barghouti. Un clan allargato che comprende 10mila persone: poeti, giornalisti, medici, politici, l’intellighentsia palestinese. E lui, Marwan, 64 an…

KOBAR (Cisgiordania) — Il fantasma, nelle strade di Kobar, si materializza in due bandiere gialle appese fuori dalla casa di famiglia. Ha la faccia di sempre: lo sguardo di sfida, le braccia in alto, i polsi stretti nelle manette dell’ultima foto che gli è stata scattata, vecchia ormai più di dieci anni. Come sia ora, nessuno lo sa: ma alla gente, qui nel villaggio dove è nato e ha vissuto, non importa. «Tornerà, e sarà il nostro presidente. Con lui cambierà tutto», dice Ibrahim, 28 anni: ne aveva sei quando Marwan Barghouti è stato arrestato e condannato a cinque ergastoli come mente di una strage e di altri due omicidi. Non lo ha mai visto, non lo ha mai sentito parlare: eppure è a lui che, come decine di migliaia di persone nei Territori palestinesi e a Gaza, è pronto ad affidare il suo destino.

Kobar è il villaggio d’origine dei Barghouti. Un clan allargato che comprende 10mila persone: poeti, giornalisti, medici, politici, l’intellighentsia palestinese. E lui, Marwan, 64 anni, il più famoso prigioniero del suo popolo: “il nostro Nelson Mandela”, come lo chiama la gente qui. Uno che sin da piccolo faceva disperare la madre perché si metteva sempre nei guai: «Ma sempre per un buon motivo» , raccontano i familiari. Molti di loro vivono ancora qui. E qui, se un giorno uscirà dal carcere di massima sicurezza dove è rinchiuso, ci sarà la festa per il suo rilascio. A tredici chilometri da Ramallah e dalle pastoie dell’Autorità nazionale palestinese.

Nelle ultime settimane il nome di Barghouti è tornato sulla bocca di tutti in Cisgiordania: nonostante non abbia mai fatto parte del gruppo e sia anzi uno dei responsabili dei nemici interni di Fatah, è in cima alla lista dei prigionieri di cui Hamas chiede il rilascio. Per anni il premier Benjamin Netanyahu ha rifiutato anche solo di parlare di lui, ma la posta in gioco non è mai stata così alta e dunque le cose potrebbero cambiare.

«Sappiamo che il suo nome è sul tavolo. Sappiamo che può uscire presto. Sappiamo che ne è consapevole anche lui. Ma nulla di più», ci dice nel salotto della sua casa Muqbel, 57 anni, il fratello minore. Si sono abbracciati per l’ultima volta due anni fa, durante una visita. Dal 7 ottobre nessuno della famiglia ha più potuto vedere il prigioniero: i colloqui in carcere sono stati sospesi per tutti i palestinesi, solo gli avvocati possono entrare una volta al mese.

Da allora la casa di Muqbel, come quella dove risiede Fadwa, la moglie di Marwan a Ramallah, è un crocevia di diplomatici, parlamentari, giornalisti e gente comune. «Lo aspettano tutti. Tutti sanno che è l’unico che può cambiare la situazione», ci dice il fratello.

Ma quanti Mandela può contenere la Storia? Quanti uomini possono uscire di cella e avere la volontà e la capacità di guidare un popolo alla pace, o almeno alla convivenza, con il nemico? Di fronte a questi interrogativi l’uomo, come decine di palestinesi con cui abbiamo parlato in questi mesi, non accetta dubbi: «Marwan è l’unico leader che ha la visione politica e la consapevolezza dei problemi. La gente lo sa e lo ama per questo: ancora di più da quando è in carcere, perché sta pagando con la vita la battaglia per la libertà. In Palestina nessuno ha la sua credibilità», dice il fratello. Anche Yasser Arafat fu a lungo considerato un terrorista: ma poi gli israeliani parlarono con lui, argomenta chi sostiene Barghouti.

I numeri sembrerebbero dar loro ragione: da anni, i sondaggi di Khalil Shikaki, il più rispettano opinionista palestinese, assegnano a Barghouti una forchetta fra il 60 e il 70 per cento di consensi in una eventuale elezione presidenziale contro qualunque altro candidato. Compresi l’attuale presidente Mahmoud Abbas e il leader di Hamas Yahya Sinwar. Non basta: «È l’unico leader universalmente riconosciuto: quindi l’unico con cui possiamo sederci per trovare una soluzione», ci disse qualche mese fa Amy Ayalon, ex capo dello Shin Bet, il servizio segreto interno di Israele.

Ma dall’altra parte del Muro non tutti la pensano così: troppe ambiguità nell’ultima parte della vita pubblica di Barghouti, quando - durante la Seconda intifada - alla politica preferì la resistenza armata. Nessuno oggi è in grado di scioglierle, se non lui stesso: sempre che possa, sempre che voglia. «Mio fratello ha creduto alla pace, ai due Stati, alla politica: ma sa anche bene quali sono i nostri diritti e quanto ci siano stati strappati negli ultimi trent’anni. È stanco del sangue, ma non di lottare per ciò che ci è stato tolto», conclude Muqbel, senza fornire indizi reali su ciò che potrebbe essere la linea politica futura di Marwan.

Uscendo dalla casa, lo sguardo si posa di nuovo sulla bandiera con il volto di suo fratello: una scommessa. In definitiva questo è oggi il detenuto che tutti, qui a Kobar e nel resto dei Territori palestinesi, aspettano. Se troppo ardita, solo la Storia potrà dirlo.

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