LONDRA — «Il discorso di Kamala Harris alla convention contiene buone notizie per il mondo, confermando l’America come perno della lotta fra democrazia e autoritarismo. Ora nel resto della campagna presidenziale deve rafforzare la sua immagine di leader forte, di potenziale comandante-in-capo, perché negli Stati Uniti non c’è mai stata una donna in questo ruolo. Ma certamente le sue posizioni non piaceranno a Putin e agli altri tiranni della terra, che preferiscono Trump». È il parere di Bill Emmott, ex-direttore del settimanale The Economist, columnist e autore di saggi di affari internazionali, all’indomani dell’intervento della candidata dem a Chicago.
In generale, Emmott, come giudica la parte del discorso di Harris dedicato alla politica estera?
«Positivamente, nella tradizione internazionalista dell’America, una posizione che veniva considerata bipartisan prima dell’elezione di Trump, ma non era più scontata con lui alla Casa Bianca. Harris ha trasmesso una visione chiara…
LONDRA — «Il discorso di Kamala Harris alla convention contiene buone notizie per il mondo, confermando l’America come perno della lotta fra democrazia e autoritarismo. Ora nel resto della campagna presidenziale deve rafforzare la sua immagine di leader forte, di potenziale comandante-in-capo, perché negli Stati Uniti non c’è mai stata una donna in questo ruolo. Ma certamente le sue posizioni non piaceranno a Putin e agli altri tiranni della terra, che preferiscono Trump». È il parere di Bill Emmott, ex-direttore del settimanale The Economist, columnist e autore di saggi di affari internazionali, all’indomani dell’intervento della candidata dem a Chicago.
In generale, Emmott, come giudica la parte del discorso di Harris dedicato alla politica estera?
«Positivamente, nella tradizione internazionalista dell’America, una posizione che veniva considerata bipartisan prima dell’elezione di Trump, ma non era più scontata con lui alla Casa Bianca. Harris ha trasmesso una visione chiara e rassicurante per gli alleati».
Sull’Ucraina, ha mandato un segnale diverso da quelli di Trump.
«Ha mantenuto una forte continuità con la politica di Joe Biden. Forse è sembrata perfino più pronta di Biden a sostenere Kiev. Un messaggio che sarà benvenuto in Europa».
Non farà invece piacere a Vladimir Putin, che già in passato ha dimostrato di tifare per Trump e nel 2016 manipolò i social media per aiutarlo a vincere.
«È chiaro che Putin preferirebbe una vittoria di Trump, perché sa che Trump minerebbe la credibilità dell’Occidente e della democrazia: tutto quello che fa apparire l’America debole, non rispettata nel mondo, fa piacere alla Russia. Inoltre, Putin si aspetta che, con Trump, il sostegno militare americano a Kiev calerebbe o addirittura finirebbe: perciò il messaggio di Harris non gli è certo piaciuto».
Il sostegno di Harris alla Nato è una buona notizia per gli alleati di Washington?
«Per due ragioni. La prima è che la vicepresidente si è schierata per una stretta collaborazione con gli alleati europei sul piano militare, mentre Trump è molto più vago o scettico. Da notare che il principale consigliere di Kamala per la politica estera è Philip Gordon, che ha trascorso molto tempo in Europa e fu consigliere della Casa Bianca già con Obama. La seconda ragione è che Trump minaccia una guerra commerciale con l’Europa, vuole mettere dazi del 10% su tutte le importazioni e un conflitto fra Usa e Ue sul piano commerciale contribuirebbe a indebolire la Nato».
Sulla guerra di Gaza, Harris ha adottato la linea Biden ma con toni più severi verso le pesanti perdite di civili palestinesi: un distinguo importante?
«Sicuramente per Israele lo è. Kamala non ha la lunga storia di sostegno a Israele che ha Biden, non sarebbe un automatico sostenitore delle scelte militari israeliane. Credo che il premier israeliano Netanyahu si aspetti un alleato più duro, se Harris verrà eletta».
E sull’Iran e i suoi proxies?
«Ha segnalato che sarà un falco sulla spesa militare: vuole mantenere la leadership degli Stati Uniti in questo campo e questo rappresenta è un avvertimento anche a Teheran».
L’altro grande fronte della politica estera americana è la Cina e in senso più ampio il rapporto con l’Asia: come si è differenziata Harris da Trump?
«Parlando del leader nordcoreano Kim, ha detto esplicitamente che a lei non piacciono gli autocrati, a differenza di Trump, che vorrebbe diventare lui stesso un autocrate. Kamala ha dato così un segnale di forza che va oltre la Corea del Nord e si riferisce alla Cina di Xi, anche per rispondere alle accuse dei repubblicani secondo cui i molti viaggi in Cina fatti dal governatore Walz, ora candidato democratico alla vicepresidenza, segnalerebbero una acquiescenza democratica nei confronti di Pechino. In realtà, è il contrario: Harris appoggia Taiwan come hanno fatto Biden e Nancy Pelosi finché è stata Speaker della Camera, mentre Trump dice che Taiwan dovrebbe pagarsi da sé le spese per difendersi dalla Cina».
Detto questo, gli americani, come altri popoli, votano con il portafoglio più che sulle questioni internazionali?
«Sì, ma anche la politica estera può avere un peso. La sfida principale per Kamala Harris è presentarsi agli elettori come un leader forte, capace di guidare l’esercito e il Paese in momenti di crisi: quello che gli americani si aspettano dal proprio presidente e comandante-in-capo. Come già Hillary Clinton prima di lei, ha uno svantaggio nel modo in cui viene percepita: perché è donna e negli Usa non c’è mai stata una donna presidente. Ma nel discorso alla convention ha fatto un primo passo per dimostrare di che pasta è fatta e lo ha fatto nella maniera giusta».