CHICAGO — Le lune di miele, si sa, non durano in eterno. E così avverrà anche per Kamala Harris, ora che la sorpresa per la sua candidatura presidenziale è passata e le luci della Convention Democratica di Chicago si sono spente.
I consiglieri della sua campagna lo sanno, e si aspettano che il disorientato Donald Trump riesca alla fine a trovare una linea di attacco coerente in grado di funzionare. Perciò stanno disegnando la strategia per lo sprint degli ultimi settanta giorni, basata su almeno sette punti: primo, cercare di tenere vivo l’entusiasmo il più possibile, affinché sia ancora presente quando le operazioni di voto inizieranno a settembre; secondo, evitare gli errori, limitando le apparizione non controllate della candidata, tipo interviste e chiacchiere in libertà; terzo, non scendere troppo negli elementi specifici dell’agenda, perché il diavolo si nasconde nei dettagli, da cui gli avversari potrebbero ricavare spunti preziosi per attaccare; quarto, preparare al megl…
CHICAGO — Le lune di miele, si sa, non durano in eterno. E così avverrà anche per Kamala Harris, ora che la sorpresa per la sua candidatura presidenziale è passata e le luci della Convention Democratica di Chicago si sono spente.
I consiglieri della sua campagna lo sanno, e si aspettano che il disorientato Donald Trump riesca alla fine a trovare una linea di attacco coerente in grado di funzionare. Perciò stanno disegnando la strategia per lo sprint degli ultimi settanta giorni, basata su almeno sette punti: primo, cercare di tenere vivo l’entusiasmo il più possibile, affinché sia ancora presente quando le operazioni di voto inizieranno a settembre; secondo, evitare gli errori, limitando le apparizione non controllate della candidata, tipo interviste e chiacchiere in libertà; terzo, non scendere troppo negli elementi specifici dell’agenda, perché il diavolo si nasconde nei dettagli, da cui gli avversari potrebbero ricavare spunti preziosi per attaccare; quarto, preparare al meglio il dibattito del 10 settembre con Trump, per cercare quanto meno di conservare l’equilibrio attuale, se non di farlo innervosire al punto di commettere lui qualche errore cruciale; quinto, battere i sette Stati ancora in bilico, perché come ha ricordato il vice Tim Walz, «avremo tempo per dormire quando saremo morti»; sesto, convogliare l’entusiasmo generato dalla Convention in una mobilitazione senza precedenti dei militanti, affinché conducano un ground game molto aggressivo, che significa bussare alle porte dei potenziali elettori e portarli fisicamente alle urne; settimo, usare le significative risorse economiche per demolire al più presto Trump, con un’ondata di spot televisivi da 270 milioni già pianificata, e ricordare agli americani le molteplici ragioni che sconsigliano di riaprirgli le porte della Casa Bianca.
Secondo il sito FiveThirtyEight, Harris esce dalla Convention in vantaggio a livello nazionale, con il 46,6% dei consensi contro il 43,8% di Trump. Meglio di Biden, ma non abbastanza per cullarsi sugli allori di una vittoria non ancora arrivata, anche perché le Casa Bianca si deciderà per poche migliaia di voti in sette Stati: Michigan, Pennsylvania, Wisconsin, Georgia, Arizona, Nevada e North Carolina. In più ieri Bob Kennedy si è ritirato dalla corsa e ha appoggiato Trump, che potrebbe essere un elemento irrilevante perché i suoi elettori sono pochi e non necessariamente disposti a seguirne le indicazioni, oppure regalare a Donald un po’ di margine prezioso per fare la differenza. Poi bisogna vedere se la Convention le darà una spinta nei sondaggi, e quanto forte, visto che ha avuto un’audience superiore del 22% rispetto al discorso di Trump a Milwaukee. L’interesse c’era, ma avrà convinto?
L’annuncio, fatto ieri dal presidente della Federal Reserve Powell, che la banca centrale taglierà i tassi a settembre è una buona notizia, se non altro perché promette un’impennata a Wall Street. A meno che non segnali il secondo errore catastrofico commesso dalla Fed, rivelando l’arrivo della recessione. Poi c’è la crisi aperta a Gaza, dove l’incognita a questo punto è solo se il premier israeliano Netanyahu e il leader di Hamas Sinwar sono interessati ad aiutarla col cessate il fuoco, oppure preferiscono complicarle la vita favorendo Trump. Stesso discorso per Putin e il cinese Xi, che magari preparano sorprese di ottobre fuori dal controllo di Kamala, che però verrà accusata delle conseguenze.
Il primo appuntamento chiave sarà il dibattito del 10 settembre a Philadelphia. Quello di Atlanta aveva costretto Biden a ritirarsi e quindi tutto può succedere. Lei sarà più reattiva, e magari riuscirà ad innervosire Trump al punto di spingerlo agli insulti misogini e razzisti che gli sono già scappati in privato e in parte in pubblico. In passato però anche Harris era stata prona alle gaffe, e qualunque errore potrebbe scalfire l’immagine positiva costruita nell’ultimo mese. Stesso discorso per il dibattito tra i vice Walz e Vance del primo ottobre a New York: gli americani non voteranno per loro, ma anche qui gli sbagli si pagano. Poi ci sarà qualche intervista, forse quella televisiva con “60 Minutes” già nel fine settimana, dove i dettagli della sua agenda, o i recenti cambiamenti di posizione su temi come fracking o sanità gratuita per tutti dovranno ricevere spiegazioni convincenti. Ad esempio, nel discorso di Chicago non ha praticamente toccato l’emergenza clima, non perché lei non intenda proseguire le politiche di Biden, ma perché ha calcolato che sottolinearlo minacciava di procurarle più danni elettorali che vantaggi.
Lo sprint finale è in realtà ancora più breve dei settanta giorni che mancano al 5 novembre, perché già il 16 settembre inizieranno le operazioni di voto anticipate in Pennsylvania, e per la fine del mese metà degli elettori negli Stati chiave potrebbe aver già espresso la sua scelta. Gli indecisi sono meno del 6% e Harris deve conquistarne oltre il 50%, perché è indietro in varie regioni. La vera sfida è appena iniziata.