Rifugi, soldati e allarmi: nel Nord il nuovo fronte di Israele
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – In tutto il Nord di Israele i nuovi rifugi sono stati distribuiti: grigi quelli consegnati dall’Idf, colorati con scena di paesaggi o di natura quelli donati dalle varie organizzazioni ebraiche sparse per il mondo. Sono ovunque: nei villaggi non evacuati e lungo le strade principali. Sui cellulari, appena si varca Haifa, il segnale Gps si interrompe e diventa difficile trovare qualunque località poco nota: “Motivi di sicurezza”, sorridono i militari quando ci si ferma a chiedere informazioni.
“L’acqua è finita”, senza altre spiegazioni, è la risposta che arriva nei supermercati della stessa area: hanno fatto tutti scorta. Le spiagge sono piene, ma negli ospedali alle loro spalle ci sono corsie e sale operatorie sotterranee pronte all’uso. Israele si prepara da mesi allo scontro diretto con il Libano: a più riprese la macchina si è avviata salvo poi fermarsi in tempi rapidi. Se sarà così anche questa volta lo capiremo nelle prossime ore.
Al momento lo stato di emerg…
GERUSALEMME – In tutto il Nord di Israele i nuovi rifugi sono stati distribuiti: grigi quelli consegnati dall’Idf, colorati con scena di paesaggi o di natura quelli donati dalle varie organizzazioni ebraiche sparse per il mondo. Sono ovunque: nei villaggi non evacuati e lungo le strade principali. Sui cellulari, appena si varca Haifa, il segnale Gps si interrompe e diventa difficile trovare qualunque località poco nota: “Motivi di sicurezza”, sorridono i militari quando ci si ferma a chiedere informazioni.
“L’acqua è finita”, senza altre spiegazioni, è la risposta che arriva nei supermercati della stessa area: hanno fatto tutti scorta. Le spiagge sono piene, ma negli ospedali alle loro spalle ci sono corsie e sale operatorie sotterranee pronte all’uso. Israele si prepara da mesi allo scontro diretto con il Libano: a più riprese la macchina si è avviata salvo poi fermarsi in tempi rapidi. Se sarà così anche questa volta lo capiremo nelle prossime ore.
Al momento lo stato di emergenza è massimo: dall’alba al Nord – come del resto accadeva da giorni – sui cellulari rimbalzano i messaggi dell’esercito che invitano la popolazione a restare in prossimità dei rifugi. Lungo la linea di confine, per quattro chilometri di profondità, non c’è più nessuno se non chi durante la giornata si avventura a curare le vigne e i campi o controllare le case. Ma subito dopo c’è un mondo: decine di migliaia di persone che in questi mesi si sono abituate al suono delle sirene e in qualche modo a una vita sospesa. “E’ bellissimo qui. E’ casa nostra: dove vuole che andiamo”, ci diceva due giorni fa David Amzel che insieme alla moglie gestisce una panetteria al kibbuz Gesher Hashiv, sette chilometri e mezzo dal Libano, ultimo villaggio abitato prima della zona militare: a un chilometro dalla sua panetteria ci sono i posti di blocco dell’Idf che bloccano tutti.
Da queste parti da ottobre, ma ancora di più da aprile dopo il primo scontro diretto con l’Iran sono schierati decine di migliaia di militari. Nei giorni scorsi è venuto il ministro della Difesa Yoav Gallant a ricordare loro che quello dove si trovavano poteva diventare da un momento all’altro il fronte principale.
A Gesher Haziv, come nel resto del Paese le 300 famiglie rimaste sono divise: c’è chi, come il signor Amzel, vorrebbe che si facesse di tutto per evitare la guerra. E chi, come l’uomo appena tornato dalla vacanza in Italia che si proclama un “deciso sostenitore di Netanyahu e di qualunque cosa vorrà fare” e che invece si augura un conflitto che metta fine una volta per tutte al braccio di ferro con Hezbollah. “Andremo via per il tempo che servirà. Ma quando torneremo dovrà essere finita: per noi, per i nostri figli e per i nostri nipoti. Devono stare a 50 chilometri dal confine, non appiccicati lì a guardare le nostre case”, ci aveva detto con rabbia. Niente nomi però: qui c’è poco da fidarsi di chi non si conosce.
Sono tanti in Israele a pensarla come lui: la maggior parte della popolazione, secondo i sondaggi. Basta guerra a Gaza ma basta una volta per tutte anche con Hezbollah è l’opinione prevalente: lo dicono i numeri. Lo pensano anche molti politici fra quelli che si oppongono alla strategia di Netanyahu sul Sud. Già, Gaza: oggi al Cairo avrebbe dovuto essere una giornata importante nelle trattative, con Hamas e Israele che per la prima volta da settimane tornavano a sedersi in stanze attigue e i negoziatori pronti a fare la spola. Ma cosa succederà oggi qui nessuno lo sa.