GERUSALEMME — I bip di allarme arrivano sui telefonini quando non sono neanche le sei del mattino: segnalano l’arrivo di razzi sull’intera Galilea, ben oltre i villaggi che già da giorni sono sotto il fuoco. Fino a Accro, fino ad Haifa: la popolazione è invitata a entrare nei rifugi. Ci vuole un secondo a capire: dopo 26 giorni di attesa, la reazione di Hezbollah per l’omicidio del comandante militare Fuad Shukr a Beirut è arrivata. Fuori c’è il primo raggio di sole e Israele si sveglia con l’incubo di una seconda guerra, questa volta al Nord.
Ad appiccare il fuoco per primo non è Hezbollah, ma l’aviazione israeliana: non sono ancora le cinque del mattino quando un centinaio di jet dell’Idf colpiscono “migliaia” di missili, droni, piattaforme di lancio nel Sud del Libano per fermare - diranno poco dopo i portavoce militari israeliani - un attacco imminente di Hezbollah. Il quotidiano L’Orient le Jour parla del «bombardamento più forte dall’inizio della guerra». Tre i miliziani uccisi…
GERUSALEMME — I bip di allarme arrivano sui telefonini quando non sono neanche le sei del mattino: segnalano l’arrivo di razzi sull’intera Galilea, ben oltre i villaggi che già da giorni sono sotto il fuoco. Fino a Accro, fino ad Haifa: la popolazione è invitata a entrare nei rifugi. Ci vuole un secondo a capire: dopo 26 giorni di attesa, la reazione di Hezbollah per l’omicidio del comandante militare Fuad Shukr a Beirut è arrivata. Fuori c’è il primo raggio di sole e Israele si sveglia con l’incubo di una seconda guerra, questa volta al Nord.
Ad appiccare il fuoco per primo non è Hezbollah, ma l’aviazione israeliana: non sono ancora le cinque del mattino quando un centinaio di jet dell’Idf colpiscono “migliaia” di missili, droni, piattaforme di lancio nel Sud del Libano per fermare - diranno poco dopo i portavoce militari israeliani - un attacco imminente di Hezbollah. Il quotidiano L’Orient le Jour parla del «bombardamento più forte dall’inizio della guerra». Tre i miliziani uccisi. «Israele non vuole la guerra ma è pronto se attaccato», dice il ministro della Difesa Yoav Gallant.
La reazione di Hezbollah non si fa attendere: l’azione preventivata parte nonostante tutto, centinaia di droni e missili varcano il confine, molti vengono distrutti, alcuni colpiscono e portano distruzione: muore un militare colpito dalle schegge, due sono feriti. Ad Accro salta l’elettricità, l’aeroporto Ben Gurion ferma i voli, l’intero Nord e Centro sono in allarme.
Alle 6.59 il gruppo sciita emette un comunicato in cui non nomina l’attacco israeliano, ma rivendica di aver portato a compimento la «prima fase della risposta» per la morte di Shukr. «L’azione è andata come previsto. Se non sarà sufficiente colpiremo ancora», dirà più tardi il leader Hassan Nasrallah. Messaggio al mondo ma anche interno: occhio per occhio, ma senza toccare i civili e quindi senza innescare una guerra che metterebbe il Libano in ginocchio. Uno degli obiettivi di Hezbollah, per i media israeliani, era la base di Glilot, a Nord di Tel Aviv, sede del Mossad e della 8200, l’unità di intelligence dell’esercito: l’Idf specifica che non è stata toccata.
Dopo il primo annuncio da Beirut, dall’altra parte del confine lentamente torna la calma. Alle 12.30 le restrizioni vengono sospese: a Tel Aviv le spiagge cominciano a riempirsi, una cosa che qui significa “tempesta passata”. In attesa della prossima. «Torniamo perché è casa nostra», ci dicono due abitanti di Accro mentre lasciano l’hotel di Gerusalemme dove erano arrivati venerdì cercando un po’ tranquillità: per tutta la mattina avevano aspettato di capire cosa sarebbe successo.
Da giorni la Difesa aveva messo in guardia dall’attacco imminente. Benjamin Netanyahu aveva incontrato le comunità lungo il confine, 80 mila persone che da ottobre sono state evacuate e che alla vigilia della riapertura delle scuole sono esasperate. A loro aveva assicurato che il governo era pronto. «Questa non è la fine dell’azione contro Hezbollah, ma il primo passo per assicurare il ritorno dei residenti del Nord in sicurezza», ha detto ieri.
Sicurezza è ciò che l’intera Galilea invoca. E che guiderà questa parte di Israele quando si andrà alle urne. «Ho pensato di chiudere ma non posso: siamo qui per dare pane ma anche un senso di normalità», ci aveva detto appena poche ore prima dell’attacco David Amzel che gestisce una panetteria al kibbutz Gesher Hashiv, sette chilometri e mezzo dal Libano, ultimo villaggio prima della zona militare: a un chilometro dalla panetteria già due giorni fa l’Idf bloccava tutti. Pochi metri fuori dal negozio di Amzel c’è un rifugio antimissile nuovo di zecca, installato ad ottobre. Nei suoi magazzini, tanta acqua: da giorni nei supermercati del Nord non si trova. La gente ne ha fatto scorta.
Ieri mattina Gesher Hashiv era paralizzato, con le sue trecento famiglie nei rifugi e le esplosioni sulle teste. «È una situazione insostenibile», ci conferma al telefono un residente. Preferisce restare anonimo, non si fida: ma ci consegna un messaggio. «Dobbiamo farla finita con Hezbollah una volta per tutte. La zona deve essere messa in sicurezza. Devono stare a 50 chilometri dal confine: lo scriva chiaro per favore».
Sono tanti in Israele a pensarla come lui: la maggior parte della popolazione secondo i sondaggi. Basta guerra a Gaza, ma basta una volta per tutte anche con Hezbollah, è l’opinione prevalente: se serve combattere il momento è questo. Lo dicono anche molti politici fra quelli che si oppongono alla strategia di Netanyahu sul Sud: il primo a parlare in favore di un’azione contro Hezbollah ieri è stato il leader dell’opposizione Yair Lapid, che da ottobre attacca il governo su Gaza.
Già, Gaza: al Cairo sono ripartiti i colloqui per la tregua, con rappresentanti di Hamas e di Israele seduti in stanze attigue e i mediatori di Usa, Qatar e Egitto a fare la spola. Il portavoce di Hamas, Osama Hamdan, ha detto che il gruppo rifiuta al momento la bozza in discussione mentre la crisi umanitaria nella Striscia è a livelli che le parole faticano a descrivere: i 40.405 morti per il ministero della Salute di Hamas, 19 mila bambini orfani secondo l’Unicef, il 91% della popolazione costretta a spostarsi, denuncia l’Onu, i primi casi di poliomelite da 25 anni, grida l’Oms, la costante insufficienza di aiuti umanitari lamentata dalle ong. E una soluzione che, dopo 10 mesi e mezzo di conflitto, resta lontana.