L’equilibrismo di Nasrallah: vendica il suo vice ma cerca di evitare la guerra totale
di Gabriella ColarussoFerito al cuore dall’uccisione del suo braccio destro Fuad Shukr, Hassan Nasrallah prova a ristabilire le regole del gioco e dal suo nascondiglio segreto parla ai libanesi: possiamo colpire Israele e possiamo farlo in profondità — il senso del suo discorso — ma non vogliamo una guerra aperta che costerebbe al Libano e dunque a Hezbollah un prezzo altissimo.
Il chierico fattosi comandante militare sa di poter contare su una potenza di fuoco che è decisamente più forte di quella del 2006, l’anno dell’ultimo conflitto con Israele, ma è consapevole che dopo undici mesi di guerra d’attrito sul confine Sud, quasi 100mila sfollati, interi villaggi distrutti ed ettari di terreni coltivabili bruciati, l’economia è ferma, e i libanesi vogliono una via d’uscita, pena un’ulteriore perdita di consenso per il partito di Dio. «Valuteremo l’impatto dell’operazione di oggi. Se i risultati non saranno sufficienti, risponderemo un’altra volta», promette, ma sembra più il tentativo di tenere il grilletto…
Ferito al cuore dall’uccisione del suo braccio destro Fuad Shukr, Hassan Nasrallah prova a ristabilire le regole del gioco e dal suo nascondiglio segreto parla ai libanesi: possiamo colpire Israele e possiamo farlo in profondità — il senso del suo discorso — ma non vogliamo una guerra aperta che costerebbe al Libano e dunque a Hezbollah un prezzo altissimo.
Il chierico fattosi comandante militare sa di poter contare su una potenza di fuoco che è decisamente più forte di quella del 2006, l’anno dell’ultimo conflitto con Israele, ma è consapevole che dopo undici mesi di guerra d’attrito sul confine Sud, quasi 100mila sfollati, interi villaggi distrutti ed ettari di terreni coltivabili bruciati, l’economia è ferma, e i libanesi vogliono una via d’uscita, pena un’ulteriore perdita di consenso per il partito di Dio. «Valuteremo l’impatto dell’operazione di oggi. Se i risultati non saranno sufficienti, risponderemo un’altra volta», promette, ma sembra più il tentativo di tenere il grilletto retorico puntato sulla testa del nemico che il preludio di una nuova escalation. Perché per ora «il paese può tirare il fiato» e anzi, gli abitanti del Sud possono tonare nelle loro case, dice.
Nasrallah parla alle 6 del pomeriggio, dopo 340 missili e decine di droni piovuti sul Nord e sul Centro di Israele, in gran parte intercettati dalle difese aeree israeliane, e spiega che questa è la risposta vera, non sceneggiata, del movimento, ma che altre arriveranno: dall’Iran — per l’uccisione di Haniyeh — e dagli Houti yemeniti, per il bombardamento sul porto di Hodeida. Il cosiddetto Asse della Resistenza ha deciso di evitare un attacco simultaneo da più fronti, che significherebbe guerra aperta e totale con Israele e gli Stati Uniti schierati in forze nella regione. Ed è questo il presupposto da cui partire: Hezbollah vuole evitare un conflitto regionale, ma deve ripristinare la sua capacità di deterrenza dopo che Israele ha ucciso oltre 300 tra suoi comandanti e operativi ed è arrivato al vertice della piramide con l’omicidio di Shukr in pieno giorno a Beirut Sud.
L’obiettivo della rappresaglia scattata all’alba di domenica, alla fine del pellegrinaggio dell’Arbaeen — che segna il 40esimo giorno di lutto per il martirio dell’Imam Hussein, nipote del profeta Maometto — era la base di Glilot, un centro del Mossad al quale è annessa l’unità 8200, responsabile di operazioni di intelligence e sorveglianza. Nasrallah rivendica così la capacità di colpire Israele in profondità: questa base dista «110 km dal confine libanese e un km e mezzo da Tel Aviv». L’operazione è stata organizzata in due tempi: il lancio dei razzi Katiusha serviva a “distrarre” l’Iron dome per consentire ai droni di bucare poi lo scudo aereo israeliano. Gonfia i muscoli, Nasrallah, dice che i combattenti hanno tenuto fermi i pezzi pregiati, i missili balistici a lungo raggio. E per la prima volta, rivela che i droni sono stati lanciati dalla valle della Bekaa: è un messaggio politico, significa che il movimento libanese può colpire Israele anche ritirandosi a Nord del fiume Litani, la soluzione — già prevista dalla risoluzione 1701 e mai implementata — che gli israeliani considerano necessaria per proteggere il Nord e che da 10 mesi è l’oggetto del negoziato discreto tra americani, francesi e libanesi. Ma la manifestazione di forza militare rivela anche la fragilità politica.
Nasrallah ripete più volte che il movimento ha scelto di non colpire obiettivi civili e le infrastrutture — «non abbiamo preso di mira l’aeroporto Ben Gurion, è una falsità» — perché teme una rappresaglia israeliana che affossi le già disastrate infrastrutture libanesi e con esse il declinante consenso per il movimento. Nonostante la diffusa solidarietà con Gaza, la maggioranza dei libanesi non vuole essere coinvolta nel conflitto. Lo ammette lo stesso Nasrallah quando dice che Hezbollah non poteva più ritardare la risposta. Il Libano ha visto sfumare l’intera stagione estiva, e il turismo vale il 20% del Pil nazionale. All’aeroporto Rafik Hariri le sale degli arrivi sono vuote, alle partenze ci sono code interminabili. Sono finite le scorte di carburante e sono collassate le tre principali centrali elettriche del Paese. È dovuta intervenire l’Algeria, che ha inviato un primo carico di petrolio a Beirut.
Hezbollah «continuerà quanto iniziato 11 mesi, nonostante le intimidazioni e i sacrifici» sosterrà Hamas a Gaza, promette Nasrallah. Ma la guerra logora anche la “Resistenza”. Ecco perché il religioso prova adesso a chiudere questo capitolo del confronto militare puntando sugli obiettivi politici. La risposta all’omicidio di Shukr è stata ritardata anche per dare una chance alla trattativa su Gaza, dice Nasrallah: «La nostra operazione odierna sia utile per le parti, araba e palestinese, nei negoziati». Spera che la pressione militare spinga Israele a siglare la tregua, perché solo dopo si potrà trattare la pace anche in Libano.