Noi venezuelani abbiamo ottenuto una grande vittoria il 28 luglio, quando ci siamo mobilitati in modo schiacciante per vincere le elezioni presidenziali. Grazie all’organizzazione cittadina di centinaia di migliaia di volontari, abbiamo sconfitto il tiranno con le sue stesse regole. Le prove della vittoria sono a disposizione di tutto il mondo.
Ma la lotta non è ancora finita. La tirannia non riconosce la sua sconfitta. Si rifugia in tribunali corrotti e punisce le persone che hanno espresso civilmente il loro netto rifiuto. In soltanto quattro settimane, 25 persone sono state uccise, migliaia detenute e centinaia torturate. Nessuno di loro è un criminale; nessuno di loro ha potuto contare su un adeguato accesso alla giustizia.
Noi venezuelani abbiamo ottenuto una grande vittoria il 28 luglio, quando ci siamo mobilitati in modo schiacciante per vincere le elezioni presidenziali. Grazie all’organizzazione cittadina di centinaia di migliaia di volontari, abbiamo sconfitto il tiranno con le sue stesse regole. Le prove della vittoria sono a disposizione di tutto il mondo.
Ma la lotta non è ancora finita. La tirannia non riconosce la sua sconfitta. Si rifugia in tribunali corrotti e punisce le persone che hanno espresso civilmente il loro netto rifiuto. In soltanto quattro settimane, 25 persone sono state uccise, migliaia detenute e centinaia torturate. Nessuno di loro è un criminale; nessuno di loro ha potuto contare su un adeguato accesso alla giustizia.
Maduro e i suoi collaboratori vogliono guadagnare tempo affinché il mondo dimentichi la loro sconfitta. Credono che la grande vittoria di Edmundo Gonzalez possa essere ignorata e che i venezuelani si rassegneranno a vivere in cattività. Ma si sbagliano. In queste brevi righe voglio spiegare perché.
In Venezuela, dopo anni di prove ed errori, di difficoltà e di esodi di massa, è sorto un potente movimento di cittadini che ha unito il Paese contro la tirannia. Dopo aver toccato il fondo, abbiamo dovuto tornare alle verità più elementari e recuperare i valori più fondamentali, come la dignità personale, l’unità familiare e la parola che dice la verità. Solo così si poteva recuperare la fiducia nella possibilità di un cambiamento profondo.
Solo chi è stato privato di tutto comprende la forza necessaria della fede. Nel Venezuela affamato di oggi, la gente ha più fame di dignità che di pane. Manca l’elettricità, ma non quanto la fiducia. La prosperità è meno desiderata dell’abbraccio dei figli emigrati.
Fin dall’inizio, i settori più vulnerabili e trascurati della popolazione sono stati i più ricettivi a questo messaggio. Un messaggio che si è limitato a raccogliere le loro parole e le loro preoccupazioni, in una campagna che si è mossa dal basso verso l’alto, dalla periferia al centro del Paese.
Ci siamo concentrati su ciò che potevamo fare, un giorno alla volta. Contro ogni previsione, nell’ottobre del 2023 siamo riusciti a organizzare delle primarie interamente cittadine, senza l’intervento di organismi governativi, riconquistando così la fiducia degli elettori nel voto. L’entusiasmo è salito alle stelle. La necessità di agire ha superato la disperazione appresa.
“Le tirannie decadono se credono alle loro stesse bugie; le maggioranze trionfano se scoprono il potere della verità, del perdono e dell’amore
Gli sforzi principali della campagna si sono concentrati nelle zone più trascurate del Paese. Lì, la gente delle frazioni più remote, senza soldi per il carburante o il cibo, ha partecipato agli appuntamenti per sfuggire alla paura e per sentirsi di nuovo parte di qualcosa di più grande.
La gente ha aiutato con i propri mezzi, per quanto esigui. La persecuzione della tirannia era ovunque, ma non ha fermato le persone. La campagna è diventata un movimento di cittadini che ha fatto del rosario il suo simbolo distintivo, espressione popolare del bisogno di fede e di protezione. Ogni ostacolo che si è presentato ci ha costretto a essere più coraggiosi, più forti e più uniti.
Madri rimaste sole, bambini che sentono la mancanza dei genitori, uomini forti che non riescono a trattenere le lacrime... Inaspettatamente, le nostre manifestazioni sono diventate spazi di terapia collettiva, di verità e riconciliazione, di espiazione, perdono e redenzione. Stanchi della discordia, della miseria, dell’umiliazione, dell’abbandono e della colpa, noi venezuelani siamo scesi in strada per lasciarci alle spalle tanti traumi accumulati nel corso degli anni.
La necessità di agire sulla base della verità e dell’amore più elementare ci ha permesso di guarire le ferite e di recuperare la nostra naturale comunità di fratelli e sorelle. È avvenuta una trasformazione spirituale, senza la quale è impossibile comprendere la vittoria del 28 luglio. Senza il lavoro congiunto di centinaia di migliaia di venezuelani e senza la diserzione della maggior parte delle fila chaviste, questa vittoria non avrebbe avuto luogo.
Il regime di Nicolás Maduro non riesce a capire cosa sta succedendo. Non è riuscito a prevedere l’impatto delle primarie, né a prevenire la sua sconfitta finale alle elezioni presidenziali. Le sue molteplici trappole si sono rivelate tutte inutili. Ora vogliono coprire il sole con un dito: bloccano le reti sociali, martirizzano i venezuelani, insultano i governi stranieri. E nonostante abbiano perso tutta la loro base popolare, si rifiutano ancora di discutere i termini di una transizione ordinata.
Le tirannie decadono quando finiscono per credere alle loro stesse bugie; le maggioranze trionfano quando scoprono il potere liberatorio della verità, del perdono e dell’amore. La vittoria del 28 luglio non è soltanto un trionfo elettorale; è il risultato di un’azione in accordo con questi valori. È quindi una testimonianza del potere della fede.
Ecco perché, in quest’ora critica, i venezuelani hanno bisogno della parola di incoraggiamento e del sostegno inequivocabile di colui che è sempre accanto a coloro chi soffrono, lottano per la pace e hanno sete di giustizia.