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L’autobus che cambiò la vita di Kamala Harris, bambina figlia di immigrati a scuola con i bianchi

(afp)

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Mamma indiana, papà giamaicano, la candidata dem sperimentò già da piccola le difficoltà dell’integrazione. Una storia che smentisce i falsi di Trump
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New York — Nel settembre del 1970 «c’era una bambina in California che faceva parte della seconda classe coinvolta nell’integrazione delle scuole pubbliche. Veniva portata in aula con l’autobus ogni giorno. Quella bambina ero io». Questa frase, pronunciata da Kamala Harris durante un dibattito del 2019 nelle primarie democratiche, aveva rappresentato l’attacco più drammatico contro Joe Biden, quando entrambi correvano per la Casa Bianca. Lui poi l’aveva perdonata, o meglio aveva accettato la critica, al punto di sceglierla come vice. Ora però questa storia torna di attualità attraverso un’inchiesta del Washington Post, perché racconta le radici dell’America ancora razzista in cui era cresciuta la figlia di immigrati indiani e giamaicani, e dimostra la bassezza dell’attacco lanciato da Trump, quando l’ha accusata di aver scoperto solo adesso di essere nera per convenienza elettorale.

Per capire bisogna fare un passo indietro. Negli anni Cinquanta le scuole pubbliche americane erano an…

New York — Nel settembre del 1970 «c’era una bambina in California che faceva parte della seconda classe coinvolta nell’integrazione delle scuole pubbliche. Veniva portata in aula con l’autobus ogni giorno. Quella bambina ero io». Questa frase, pronunciata da Kamala Harris durante un dibattito del 2019 nelle primarie democratiche, aveva rappresentato l’attacco più drammatico contro Joe Biden, quando entrambi correvano per la Casa Bianca. Lui poi l’aveva perdonata, o meglio aveva accettato la critica, al punto di sceglierla come vice. Ora però questa storia torna di attualità attraverso un’inchiesta del Washington Post, perché racconta le radici dell’America ancora razzista in cui era cresciuta la figlia di immigrati indiani e giamaicani, e dimostra la bassezza dell’attacco lanciato da Trump, quando l’ha accusata di aver scoperto solo adesso di essere nera per convenienza elettorale.

Per capire bisogna fare un passo indietro. Negli anni Cinquanta le scuole pubbliche americane erano ancora segregate, nel senso che alcune erano riservate agli studenti bianchi e altre ai neri. Nel 1954 la Corte Suprema emise la storica sentenza Brown v. Board of Education, con cui ordinò la fine di questa pratica. Non tutti l’accettarono, però, soprattutto al Sud. Il caso più drammatico esplose il 4 settembre 1957 a Little Rock, quando il governatore dell’Arkansas Orval Faubus ordinò ai militari della Guardia Nazionale di schierarsi davanti alla Central High School, per impedire l’ingresso a nove studenti afroamericani. Martin Luther King scrisse ad Eisenhower affinché intervenisse, e il presidente inviò i paracadutisti dell’eroica 101st Airborne Division, che aveva comandato durante lo sbarco in Normandia, per scortare i ragazzi in aula. La controversia però non era finita là.

Quando Kamala aveva iniziato a frequentare le elementari a Berkeley, città storicamente liberal, le autorità locali avevano deciso di prendere il problema nelle loro mani, organizzando un servizio di bus per portare i bambini neri nelle scuole dei bianchi e viceversa, prima che la Corte Suprema appoggiasse questa soluzione nel 1971 e rendesse obbligatoria la desegregazione anche fuori dal Sud nel 1973. Così la giovane Harris aveva potuto iscriversi alla Oaks Elementary School, nella zona più ricca della città sulle colline, fino ad allora frequentata per il 95% da bianchi e per il 2,5% da neri.

Biden stava cominciando la carriera politica e si era opposto con veemenza al “busing”, definendolo «un disastro ferroviario dei liberal» e «un concetto asinino». Da qui la critica di Kamala, che invece nella sua biografia lo ha elogiato così: «Guardare le foto della prima elementare mi ricorda quanto meraviglioso fosse stato crescere in un ambiente così diversificato». Anche perché le aveva aperto la mente, preparandola a vivere in un mondo multietnico, dove tutti venivano accettati e bisognava confrontarsi con persone di ogni origine razziale e status economico.

Secondo l’inchiesta del Washington Post, non tutti i suoi compagni avevano vissuto così quell’esperienza. Alcuni avevano subito abusi dai colleghi bianchi più benestanti, mentre altri erano rimasti offesi scoprendo l’enorme differenza di opportunità che esisteva tra i due gruppi. La sua amica Carole Porter, figlia di madre bianca e padre nero, si sentiva spesso chiamare “zebra” dai compagni afroamericani.

Trump, che aveva frequentato una scuola privata per soli bianchi, parlando il 31 luglio alla National Association of Black Journalists ha attaccato Harris così: «Non sapevo che fosse nera, fino a diversi anni fa, quando all’improvviso lo è diventata. E ora vuole essere riconosciuta come nera. Quindi, non lo so, è indiana o è nera?».

La storia personale di Kamala, inclusa la partecipazione al programma dei bus per la desegregazione, dimostra quanto infondato e basso sia stato l’attacco di Donald, che peraltro non ha funzionato molto bene per attirare consensi. La madre Shymala «sapeva di crescere due bambine nere», e lei ha frequentato la storica università afroamericana di Howard. Ora però è la stessa Harris a non enfatizzare troppo la questione razziale, e il fatto di essere cresciuta nella liberal Berkeley. Primo perché il colore della sua pelle è evidente, e poi perché vuole essere presidente di tutti gli americani, invece del rivale che punta a dividerli.

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