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La pagella della prima intervista di Kamala Harris: bene la svolta centrista, peccato per quello sguardo basso

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Dal fracking all’economia, la candidata democratica alle presidenziali Usa prova la tenuta televisiva in vista del dibattito con Trump del 10 settembre
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Il Medio Oriente brucia, bombe su Kiev, si parla di tagli di interessi alla Federal Reserve, l’ex presidente repubblicano Donald Trump rilancia l’insulto che la vicepresidente Kamala Harris “abbia fatto carriera in ginocchio…i p… contano per lei e Hillary Clinton”, ma come domanda di apertura alla candidata democratica per la Casa Bianca, la anchor della rete tv Cnn, Dana Bash, ha scelto ieri notte il fracking, tecnica mineraria di estrazione dello shale gas. Dapprima contraria, per timori ecologici, Harris si è poi detta a favore del fracking, come il presidente Joe Biden, il tema è cruciale in Pennsylvania, stato in bilico nel voto del 5 novembre, dove lo shale gas assicura 427.000 posti di lavoro, il 5,6% del totale, con entrate per oltre 40 miliardi di dollari, poco meno dell’8% del bilancio locale.

Il Medio Oriente brucia, bombe su Kiev, si parla di tagli di interessi alla Federal Reserve, l’ex presidente repubblicano Donald Trump rilancia l’insulto che la vicepresidente Kamala Harris “abbia fatto carriera in ginocchio…i p… contano per lei e Hillary Clinton”, ma come domanda di apertura alla candidata democratica per la Casa Bianca, la anchor della rete tv Cnn, Dana Bash, ha scelto ieri notte il fracking, tecnica mineraria di estrazione dello shale gas. Dapprima contraria, per timori ecologici, Harris si è poi detta a favore del fracking, come il presidente Joe Biden, il tema è cruciale in Pennsylvania, stato in bilico nel voto del 5 novembre, dove lo shale gas assicura 427.000 posti di lavoro, il 5,6% del totale, con entrate per oltre 40 miliardi di dollari, poco meno dell’8% del bilancio locale.

Nella prima intervista concessa, dopo l’addio di Biden e la nomination alla Convenzione di Chicago la scorsa settimana, Kamala Harris è stata Kamala Harris, guardinga, pragmatica, tosta, indifferente alle accuse di “flip flop”, contraddizioni con il passato, pronta a difendere il mandato di Biden e a mettere in guardia gli elettori dal pericolo della rielezione di Trump. Sugli insulti razziali ha scelto di non rispondere, “prossima domanda”.

Non si è visto alcun colpo da KO, Harris non ha pronunciato una battuta che possa diventare virale contro Trump, né commesso gaffes che i rivali avrebbero rilanciato golosi, un pareggio fuori casa che mantiene la corsa dov’è, candidati testa a testa, senza scarti per ora. Vedremo che accadrà nel dibattito tv Trump Harris del 10 settembre, rete Abc, intanto, se mai, si deve riflettere, dopo patemi e cicalecci, sul declino dell’intervista come strumento di inchiesta politica, nell’era del ciclo 24 ore social media.

La veterana Dana Bash non ha provato a far conoscere meglio Harris agli elettori, ma, secondo l’obsoleta filosofia super partes ha messo lei e il candidato vicepresidente Tim Walz, presente in studio, davanti a mutamenti di posizione, vecchie dichiarazioni, per Walz su “armi da guerra” o “armi portate in guerra”, come se davanti al mondo in crisi e all’epica sfida di novembre banalità e pasticci della vita politica contassero davvero.

Harris ha elogiato Biden, da cui tanti compagni di partito le suggeriscono invece di prender le distanze, rivendicato il lavoro comune su economia, esteri e emigrazione, ma ha proposto di “voltare pagina”, suggerendo ai cittadini, abbiamo fatto bene fin qui, adesso la sfida centrale è l’economia. La sfiducia di molti americani nei confronti di Biden, malgrado risultati di crescita e occupazione migliori della mediocre performance europea, deriva dal 20% di inflazione dal 2021, che ha reso la spesa al supermarket e il pieno di benzina pesanti, un aumento del costo delle case, affitti e mutui, che penalizza l’acquisto ai giovani, il debito per le spese sanitarie e universitarie, in America salato, il sogno di una pensione tranquilla, che si allontana, dopo la generazione Baby Boom 1946-1964, per gli X, nati dal 1965 al 1980, i Millennials 81-96 e appare un miraggio per gli Z, 1997-2012.

Harris promette riforme per ceto medio e lavoratori e conferma il discorso di Chicago: niente confini aperti sull’emigrazione, sostegno all’Ucraina e in Medio Oriente alleanza storica con Israele, ma attenzione alla sofferenza palestinese a Gaza e strenuo sforzo per una tregua. La sinistra la pressa sulla guerra dopo il pogrom 7 ottobre, la destra sulle armi all’Ucraina, lei tiene ferma le intese con gli alleati.

Walz, governatore del Minnesota, ha fatto da comparsa bonaria, parlando del figlio che si è commosso alla nomination in diretta, ammettendo l’errore sulle presunte imprese militari, “la mia grammatica a volte stenta”, il suo ruolo è il buon gregario e lo terrà.

Conclude, via X, E.J. Dionne, storico commentatore del quotidiano Washington Post: dalla politica estera, a interni ed economia, Harris se l’è cavata, senza però uno scatto in avanti. A nostro parere, inoltre, spesso la vicepresidente ha tenuto gli occhi in basso sul tavolo dello studio, non fissando la conduttrice Bash o la telecamera, dando una sensazione di timidezza o imbarazzo che potrebbe nuocerle con indipendenti e centristi, errore da non ripetere.

Gli ultimi sondaggi nazionali vedono Harris avanti 49% a 46% su Trump, un pareggio virtuale, mentre negli stati chiave, la democratica è in vantaggio in Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, il repubblicano in Arizona e Georgia, Nevada e North Carolina disputate dagli statistici, ma al di là dei numeri la corsa è troppo confusa, in soli 66 giorni di campagna. Prossimo derby il 10 settembre e lo commenteremo insieme.

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