ROMA — Si vede persino dallo spazio quanto è grave la situazione in Sudan. I satelliti stanno fotografando pile di cadaveri nei cimiteri improvvisati vicino ai campi di battaglia, hanno individuato decine di fosse comuni a El Fasher nel Darfur, ne hanno inquadrate altre al confine con il Sud Sudan. Si vede tutto da lassù, eppure non vediamo niente da quaggiù. Della peggiore crisi umanitaria mondiale si parla a malapena, non smuove gli animi e non porta gente in piazza.
Non se ne parla eppure dovremmo, perché nel campo profughi di Zam Zam muore un bambino ogni due ore, perché nel Darfur si è allungato di nuovo lo spettro del genocidio dei gruppi etnici non arabi, perché il Paese sta scivolando in una carestia che ricorda quella terrificante della Cina fine anni Cinquanta. E perché il Sudan al collasso dopo 17 mesi di guerra, stupri di massa e massacri, è un problema umanitario che riguarda tutti,…
ROMA — Si vede persino dallo spazio quanto è grave la situazione in Sudan. I satelliti stanno fotografando pile di cadaveri nei cimiteri improvvisati vicino ai campi di battaglia, hanno individuato decine di fosse comuni a El Fasher nel Darfur, ne hanno inquadrate altre al confine con il Sud Sudan. Si vede tutto da lassù, eppure non vediamo niente da quaggiù. Della peggiore crisi umanitaria mondiale si parla a malapena, non smuove gli animi e non porta gente in piazza.
Non se ne parla eppure dovremmo, perché nel campo profughi di Zam Zam muore un bambino ogni due ore, perché nel Darfur si è allungato di nuovo lo spettro del genocidio dei gruppi etnici non arabi, perché il Paese sta scivolando in una carestia che ricorda quella terrificante della Cina fine anni Cinquanta. E perché il Sudan al collasso dopo 17 mesi di guerra, stupri di massa e massacri, è un problema umanitario che riguarda tutti, oltre che un dilemma geopolitico che tocca tre continenti e sul quale Russia, Emirati arabi, Iran, Turchia e altri stanno giocando la più sporca delle partite.
I numeri sono impressionanti quanto quei cumuli umani sulla terra riarsa. Li ha messi in fila il settimanale britannico Economist, che ha dedicato al Sudan la copertina: almeno 150 mila morti registrati nel conflitto tra l’esercito governativo Saf (Sudanese armed forces) e i paramilitari del Rfs (Rapid support forces), scoppiato nell’aprile 2023 nella capitale Khartoum; 10 milioni di sfollati, un quinto dell’intera popolazione, di cui 8 milioni rimasti in Sudan e 2 milioni fuggiti nei campi profughi in Ciad, Sud Sudan, Libia e Repubblica Centrafricana; 245 villaggi bruciati; 15 milioni di persone escluse da qualsiasi assistenza medica; 25 milioni con difficoltà di accesso al cibo. I combattenti di entrambe le fazioni sono accusati di sparare sui civili e di bloccare gli aiuti umanitari che finiscono nelle regioni controllate dalla parte nemica. Le donne sono costrette a partorire da sole in casa. I bambini muoiono, nell’indifferenza dell’Occidente.
«È una crisi dimenticata», dice a Repubblica Esperanza Santos, capa missione di Medici senza frontiere. Risponde da Port Sudan, città controllata dall’esercito regolare dove si sono trasferite le istituzioni e l’amministrazione sudanesi. «L’80 per cento degli ospedali è fuori uso, e il volume degli aiuti che si riesce a far entrare è insufficiente». Lo staff di Msf è presente in 8 stati e 14 strutture mediche. Hanno fatto uno screening di massa a 63 mila minorenni e donne incinte o in allattamento: è venuto fuori che il 30 per cento dei bambini sotto i 5 anni e il 30 per cento delle donne soffrono di malnutrizione acuta. Come se non bastasse, la stagione delle alluvioni ha provocato l’esplosione di un’epidemia di colera negli stati di Kassala, Gedaref e Jazirah (112 casi riportati dall’Unhcr tra i rifugiati a Kessala) e ha aumentato i casi di malaria e diarrea provocati dall’acqua inquinata.
Le previsioni del think tank olandese Clingendael Institute fanno tremare i polsi: 2 milioni di morti per fame e malattie entro l’anno, 6 milioni entro il 2027. Quest’ultimo è «lo scenario ottimistico», calcolato sull’eventualità di un armistizio nel 2024. Ipotesi dell’irrealtà se si considera che i recenti colloqui di pace in Svizzera sono stati disertati dagli eserciti belligeranti, dunque utili quanto un pugno di sabbia nel deserto.
«Non è solo dimenticata, questa crisi», aggiunge Andrea Dominici, direttore ufficio regionale per le emergenze di Intersos, un’altra delle (poche) organizzazioni umanitarie presenti, in particolare negli stati del Darfur, Kassala e River Nile. «In termini di cifre è anche la più ampia e disastrosa». Peggiora giorno dopo giorno, essendo i potenti apparentemente interessati solo a Ucraina e Medio Oriente. «Con i nostri progetti contiamo di assistere 80 mila persone entro la fine dell’anno in Sudan, ma è ancora troppo poco».
Vent’anni fa era il Darfur, oggi l’intero Sudan, l’immenso Stato arabo confinante con sette Paesi che insieme fanno 280 milioni di africani e che si affaccia per 800 chilometri sul Mar Rosso, dove transita un settimo del commercio mondiale e volano i missili degli Huthi. Terra di interessi non detti e negati, eppure reali e strategici. Gli Emirati arabi sostengono, finanziano e armano i miliziani del Rsf del generale Mohamed Hamdan Dagalo, che in passato ha inviato i suoi uomini in Yemen per conto degli Emirati e dei sauditi e in Libia a dare una mano al generale Haftar. Iran, Turchia, Egitto e Qatar stanno con i governativi. La Russia con quel che rimane della Brigata Wagner inizialmente sosteneva i paramilitari, ora pare si sia avvicinata all’esercito regolare che ha ventilato la possibilità per i russi di aprire un avamposto a Port Sudan. Non proprio una base militare, comunque un affaccio sul Mar Rosso che avvantaggia il Cremlino. E un campanello d’allarme per l’Occidente, distratto da altro, non interessato al sangue dei civili africani che scorre silente da un anno e mezzo.