LONDRA — «Una decisione vergognosa, che rafforzerà Hamas», dice Benjamin Netanyahu della sospensione delle forniture di armi britanniche a Israele annunciata questa settimana dal Regno Unito. Una sospensione parziale: copre soltanto 30 dei circa 300 tipi di armamenti venduti a Gerusalemme. E il totale delle forniture britanniche a Israele rappresenta meno dell’1% delle importazioni militari israeliane. Perciò il ministro della Difesa britannico John Healey difende il provvedimento, negando che indebolisca lo Stato ebraico, al quale manifesta «l’incrollabile sostegno». Ma simbolicamente è un passo di rilievo.
La Gran Bretagna si distingue come il primo, stretto alleato di Israele che taglia l’assistenza militare a Gerusalemme a causa della guerra di Gaza. Anche l’America, del resto, continua ad alzare il livello delle critiche a Netanyahu: lunedì il presidente Biden ha affermato che il premier israeliano «non sta facendo abbastanza per arrivare al cessate il fuoco» nel conflitto;…
LONDRA — «Una decisione vergognosa, che rafforzerà Hamas», dice Benjamin Netanyahu della sospensione delle forniture di armi britanniche a Israele annunciata questa settimana dal Regno Unito. Una sospensione parziale: copre soltanto 30 dei circa 300 tipi di armamenti venduti a Gerusalemme. E il totale delle forniture britanniche a Israele rappresenta meno dell’1% delle importazioni militari israeliane. Perciò il ministro della Difesa britannico John Healey difende il provvedimento, negando che indebolisca lo Stato ebraico, al quale manifesta «l’incrollabile sostegno». Ma simbolicamente è un passo di rilievo.
La Gran Bretagna si distingue come il primo, stretto alleato di Israele che taglia l’assistenza militare a Gerusalemme a causa della guerra di Gaza. Anche l’America, del resto, continua ad alzare il livello delle critiche a Netanyahu: lunedì il presidente Biden ha affermato che il premier israeliano «non sta facendo abbastanza per arrivare al cessate il fuoco» nel conflitto; ieri la Cnn ha citato fonti della Casa Bianca secondo cui Netanyahu, insistendo per mantenere il controllo sul “corridoio Philadelphi”, la striscia di terra al confine tra Gaza e l’Egitto da dove sono sempre passate le infiltrazioni di armi ad Hamas, rischia di «ammazzare il negoziato» di cui Washington è il mediatore principale. John Kirby, il portavoce del presidente, ha smentito le voci di una «proposta ultimatum» americana a Israele e Hamas, ma ha ribadito che gli Usa stanno lavorando a un accordo che «rimane possibile».
Ufficialmente, il governo laburista britannico ha deciso la parziale sospensione delle armi perché gli ordigni in questione «potrebbero essere usati a Gaza in violazione delle leggi internazionali sui diritti umani». Dietro la decisione, tuttavia, per il primo ministro Keir Starmer ci sono pure esigenze politiche interne: la necessità di riconquistare i consensi perduti dal Labour alle elezioni di luglio, nella comunità di 2 milioni di musulmani britannici e fra l’elettorato più giovane e progressista. Non a caso l’ex-leader laburista Jeremy Corbyn ha appena formato un nuovo gruppo parlamentare insieme a quattro deputati musulmani apertamente pro-Gaza, nucleo di un probabile futuro partito da collocare a sinistra del Labour. Il problema di Starmer è simile a quello che spinge Biden e Harris a distanziarsi da Netanyahu, nel tentativo di recuperare i voti della comunità musulmana Usa in vista della sfida contro Trump.
«Un primo passo significativo», commenta soddisfatto Husam Zomlot, rappresentante dell’Autorità Palestinese a Londra. Ma nel Regno Unito non tutti la pensano così. «È incredibile che il nostro governo annunci una sospensione delle forniture militari mentre Israele combatte una guerra su più fronti per la propria sopravvivenza», dichiara Ephraim Mirvis, rabbino capo britannico. Al contrario, Amnesty International e Human Rights Watch definiscono la sospensione insufficiente.
Finora né le sanzioni britanniche sulle armi, né le critiche internazionali, né lo sciopero generale e le manifestazioni di protesta in patria, hanno convinto Netanyahu a cedere: anche perché, se accettasse il cessate il fuoco, perderebbe l’appoggio dei partiti di estrema destra e la sua coalizione di governo cadrebbe. Solo se le tensioni interne provocassero il collasso del governo, azzarda Nadav Strauchler, un suo ex-consigliere, forse il premier sarebbe disposto a chiudere la guerra con un colpo di teatro da esibire a Israele in caso di elezioni anticipate, riportando a casa gli ostaggi.