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Operazione Zaluzhny, con un libro il Generale sfida la popolarità di Zelensky

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Esce la biografia dell’ex comandante delle forze armate di Kiev che ha fermato l’invasione russa ma è stato destituito dopo la rottura con il presidente ucraino
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Il Generale si prepara a tornare sulla scena politica ucraina? Stiamo parlando dell’unica figura in grado di sfidare la popolarità di Volodimyr Zelensky: Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate che ha fermato l’invasione russa ed è stato rimosso a febbraio dopo uno scontro con il presidente. All’alto ufficiale sono stati tributati onori da eroe e mandato come ambasciatore a Londra, dove ha tenuto un unico discorso pubblico a fine luglio sul significato della guerra moderna. Poi si è nuovamente chiuso nel silenzio, alimentando sospetti sulle sue condizioni di salute o addirittura sulla sua libertà di movimento. Ma da due giorni è stata pubblicata una biografia, che molti a Kiev come a Mosca interpretano come un rullo di tamburi.

Il titolo è agiografico: “Il generale di ferro. Lezioni di umanità”. Ed è stata scritta da Lyudmila Dolgonovskaya, che fino a marzo 2023 è stata la sua portavoce militare: una testimone diretta delle attività e delle tensioni nell’alto comando. S…

Il Generale si prepara a tornare sulla scena politica ucraina? Stiamo parlando dell’unica figura in grado di sfidare la popolarità di Volodimyr Zelensky: Valery Zaluzhny, il comandante delle forze armate che ha fermato l’invasione russa ed è stato rimosso a febbraio dopo uno scontro con il presidente. All’alto ufficiale sono stati tributati onori da eroe e mandato come ambasciatore a Londra, dove ha tenuto un unico discorso pubblico a fine luglio sul significato della guerra moderna. Poi si è nuovamente chiuso nel silenzio, alimentando sospetti sulle sue condizioni di salute o addirittura sulla sua libertà di movimento. Ma da due giorni è stata pubblicata una biografia, che molti a Kiev come a Mosca interpretano come un rullo di tamburi.

Il titolo è agiografico: “Il generale di ferro. Lezioni di umanità”. Ed è stata scritta da Lyudmila Dolgonovskaya, che fino a marzo 2023 è stata la sua portavoce militare: una testimone diretta delle attività e delle tensioni nell’alto comando. Si ferma a quella data, che costituisce pure l’apice dei successi di Zaluzhny con la riconquista di Kherson e la liberazione completa della regione di Kharkiv: non copre la fallita controffensiva estiva e la rottura con Zelensky che ha portato alla destituzione.

Finora è disponibile soltanto in ucraino e in versione cartacea, ma sui social cominciano a circolarne alcuni stralci, rilanciati pure dai canali della propaganda filorussa. La maggioranza delle pagine è dedicata a raccontare la vita di Zaluzhny e risaltarne gli aspetti positivi: il canone classico della magnanimità del condottiero. Ovviamente però tutti stanno esaminando il libro per mettere in luce i contrasti con il Presidente, che sembrano cominciati addirittura prima dell’attacco di Mosca. Viene citata ad esempio la richiesta di un comunicato “politicizzato, emotivo ed insultante” che andava firmato dal Generale nel 2021 contro lo speaker del Parlamento Razumkov, impegnato in quel periodo in un braccio di ferro con la presidenza. Ovviamente, il capo delle forze armate si è rifiutato per non travalicare il suo ruolo istituzionale. Beghe di palazzo, che assumono un peso differente quando il volume affronta la fase immediatamente precedente l’invasione.

Di fronte allo schieramento dell’armata di Putin sui confini, Zaluzhny avrebbe insistito per introdurre la mobilitazione e la legge marziale, ma la presidenza si è opposta “per non provocare il panico”. Zelensky infatti ha sempre presentato una situazione tranquillizzante, con discorsi pubblici in cui invitava la popolazione a prepararsi ai tradizionali barbecue di maggio. “Le decisioni politiche giuste non sono state prese fino a febbraio 2022. E questa è una delle ragioni che ha permesso ai russi di occupare parte del territorio”.

Si tratta di una questione molto controversa. Il Presidente era convinto che Putin non avrebbe scatenato l’attacco e aveva ridicolizzato l’allarme statunitense: “La nostra intelligence conosce i russi meglio di loro”. Questo ha fatto sì che le brigate di Mosca avanzassero indisturbate ovunque, salvo che nel Donbass, assediando le metropoli principali. Poi però più volte fonti vicine agli uffici di Zelensky hanno fatto trapelare la voce che la caduta del fronte meridionale fosse stata agevolata da ufficiali incapaci o addirittura sleali, tutti fedelissimi di Zaluzhny.

Da marzo 2022, dopo la sconfitta russa alle porte di Kiev, lo staff di Zelensky avrebbe cominciato a oscurare la visibilità del comandante e interferire nelle scelte militari. I contrasti maggiori sarebbe avvenuti durante la riconquista di Kherson che Zaluzhny considerava “un successo parziale”: le truppe russe hanno potuto ripiegare e attraversare il fiume Dnipro senza perdite. Circola da mesi l’ipotesi che questo sia avvenuto per le pressioni della Casa Bianca, timorosa che un’altra disfatta potesse spingere Cremlino a usare le armi nucleari tattiche: alle forze di Mosca venne garantita una ritirata senza danni.

L’altro dissidio è quello noto sulla difesa di Bakhmut, che il Generale voleva interrompere per evitare perdite inutili: la città non aveva valore militare, ma solo politico. Anche abbandonandola, le linee ucraine non sarebbero state indebolite. Zelensky, supportato dall’allora capo dell’esercito Syrsky, ha ordinato la resistenza ad oltranza e sacrificato alcuni dei reparti migliori. Un anno dopo la caduta di Bakhmut, i russi sono ancora fermi davanti al successivo caposaldo.

I contenuti, stando al poco che è trapelato, non sono sconvolgenti. Ma rimarcano l’antagonismo tra il Generale e il Presidente. E lo fanno con una tempistica particolarmente suggestiva, perché la scorsa settimana tra il calo dell’entusiamo per la campagna di Kursk e la pioggia di missili sulle città, a Kiev sono riprese a circolare le voci sulla discesa in campo di Zaluzhny.

Nei primi due anni di guerra il Generale – scrive Lyudmila Dolgonovskaya - non ha concesso interviste “a causa della gelosia dell’entourage del Presidente nei suoi confronti e quindi per evitare un’eccessiva esposizione mediatica che poteva generare tensioni con Zelensky”. Però ha firmato articoli di grandissimo rilievo su Economist e Cnn online che sottolineavano l’urgenza di chiamare alle armi mezzo milione di uomini, restando sulla difensiva per tutto il 2024 in modo da addestrare le reclute e passare all’attacco l’anno dopo. Proprio la mobilitazione è stato il tema della sua rimozione: la Presidenza la reputava impopolare e non necessaria. L’evoluzione del conflitto ha dato ragione al Generale e l’Ucraina è stata obbligata a chiamare alle armi anche i giovani di 25 anni: l’ha fatto però mesi più tardi, senza riuscire a schierare uomini sufficienti per attaccare Kursk e difendersi nel Donbass.

Nell’unico discorso da ambasciatore a Londra, il Generale a fine luglio ha detto: “La preparazione alla guerra dovrebbe essere considerata come un enorme insieme di misure che riguardano

non solo gli aspetti puramente militari, ma anche tutte le sfere dell’attività statale. Forse la componente più difficile e importante è la preparazione della società, basata su una comunicazione onesta e trasparente fra il governo e la popolazione. La società deve accettare di rinunciare temporaneamente a una serie di libertà in nome della sopravvivenza. Le guerre moderne, purtroppo, sono totali. Richiedono gli sforzi non solo dell’esercito, ma anche della società nel suo complesso. I politici possono e devono mobilitare la società”. Ricorda le “lacrime e sangue” promesse da Winston Churchill agli inglesi nel maggio 1940: a molti ucraini sembrano più credibili degli slogan marziali della propaganda.

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