La mossa di von der Leyen per aiutare Meloni: i cinque vicepresidenti scelti non in base ai partiti
dal nostro corrispondente Claudio TitoRaffaele Fitto
(ansa)BRUXELLES — In Italia si chiamerebbe “governo tecnico”. A Palazzo Berlaymont, la “squadra” di Ursula von der Leyen parla di Commissione “depoliticizzata”. Con la conseguente archiviazione della cosiddetta “maggioranza Ursula”. In sostanza si tratta di una “deparlamentarizzazione” dell’esecutivo europeo. Con l’assegnazione degli incarichi e delle vicepresidenze non in base alle famiglie politiche che l’hanno sostenuta a luglio scorso ma in relazione ai Paesi più grandi con qualche eccezione legata all’esperienza decennale come quella del lettone Valdis Dombrovskis. E tra i “vice” ci sarebbe dunque anche l’Italia e il commissario in pectore Raffaele Fitto.
La mossa di von der Leyen, però, sta innervosendo almeno tre dei gruppi parlamentari che hanno votato la sua rielezione 45 giorni fa: Socialisti, Liberali e Verdi. E soprattutto le due Cancellerie più imponenti: quella francese e quella tedesca. Che non accettano, dopo aver lavorato per il bis di Ursula, di essere messi sullo stesso…
BRUXELLES — In Italia si chiamerebbe “governo tecnico”. A Palazzo Berlaymont, la “squadra” di Ursula von der Leyen parla di Commissione “depoliticizzata”. Con la conseguente archiviazione della cosiddetta “maggioranza Ursula”. In sostanza si tratta di una “deparlamentarizzazione” dell’esecutivo europeo. Con l’assegnazione degli incarichi e delle vicepresidenze non in base alle famiglie politiche che l’hanno sostenuta a luglio scorso ma in relazione ai Paesi più grandi con qualche eccezione legata all’esperienza decennale come quella del lettone Valdis Dombrovskis. E tra i “vice” ci sarebbe dunque anche l’Italia e il commissario in pectore Raffaele Fitto.
La mossa di von der Leyen, però, sta innervosendo almeno tre dei gruppi parlamentari che hanno votato la sua rielezione 45 giorni fa: Socialisti, Liberali e Verdi. E soprattutto le due Cancellerie più imponenti: quella francese e quella tedesca. Che non accettano, dopo aver lavorato per il bis di Ursula, di essere messi sullo stesso piano di chi ha votato contro come Fratelli d’Italia, ossia il partito di destra di Giorgia Meloni e dello stesso Fitto. Il braccio di ferro, dunque, è già partito e l’esito è ancora indecifrabile.
Il punto di partenza è però chiaro. La presidente della Commissione ritiene che i singoli governi dell’Unione si trovino in una condizione di estrema debolezza. A cominciare dal suo connazionale Olaf Scholz e anche dal transalpino Emmanuel Macron. Il suo obiettivo, dunque, è invertire la logica seguita sistematicamente nella formazione della Commissione: non più miscelare le richieste dei partiti e dei Paesi ma mettere al centro Palazzo Berlaymont e trasformare l’Istituzione europea nella vera “locomotiva” dell’Unione. Supplire cioè alle debolezze nazionali con la sua supervisione.
Per raggiungere questo obiettivo ha bisogno di compiere alcune mosse che rischiano di trasformare anche il rapporto tra Commissione e Parlamento europeo. Sostanzialmente, infatti, incassata la rielezione a luglio, l’idea di fondo consiste nel non poggiare le scelte sulla centralità dell’Eurocamera e sul ruolo dei partiti. Verrebbe cancellata di fatto la “coalizione politica” composta da Ppe, Pse, Renew e Verdi per sostituirla con una sorta di “larghe intese” centrate sulla presidenza. E nelle quali non ci sarebbe bisogno di distinguere tra chi ha votato a favore a luglio e chi no come i Conservatori dell’Ecr.
In questa direzione, del resto, si sta muovendo un pezzo del Ppe, in particolare la Cdu tedesca da cui proviene von der Leyen e anche il forzista Antonio Tajani. I democristiani tedeschi, anche in seguito al grande successo conseguito domenica in Sassonia e Turingia dai neonazisti di Afd, insistono nel cercare una interlocuzione con l’Ecr per evitare di dover dipendere nelle votazioni in aula dai Socialisti e dai Verdi. Un’esigenza che nasce dalla circostanza che ormai la Germania è entrata in campagna elettorale. Le elezioni politiche si terranno tra un anno e tutti hanno iniziato a dislocare forze e a selezionare obiettivi nella consapevolezza che il pericolo neonazista non scomparirà nei prossimi dodici messi. La Cdu ha dunque la necessità di marcare anche in Europa la distanza dalla sinistra.
La presidente della Commissione, allora, vuole ridurre il numero di vicepresidenti: da otto a cinque. Nominando “vice” i commissari francese, italiano e spagnolo. Il macroniano Breton potrebbe avere l’industria e forse anche la Difesa. Fitto i fondi di coesione e il Pnrr. Qualcuno ha ipotizzato anche gli Affari economici per i quali sembra avere maggiori chance la portoghese Albuquerque. La spagnola Ribera riceverebbe il portafoglio della Transizione ecologica e Dombrovskis l’Allargamento e la ricostruzione in Ucraina.
Ma appunto lo schema di von der Leyen si sta scontrando con la netta contrarietà di Macron e Scholz. E con il deciso dissenso di Socialisti, Liberali e Verdi. Che potrebbe manifestarsi in Parlamento in occasione della cosiddetta “graticola” cui verranno sottoposti i candidati commissari. Se il braccio di ferro andrà avanti nessuno può escludere che alcuni dei nomi presentati dagli Stati membri possano essere bocciati durante l’esame da parte delle commissioni parlamentari. E se il numero delle bocciature dovesse essere elevato, per Ursula si aprirebbe un problema politico e anche di tempi di insediamento del nuovo team. La partita quindi è iniziata e deve ancora finire. L’Eurocamera ha chiesto di ufficializzare le proposte già mercoledì prossimo, ma per chiudere il pacchetto potrebbe servire qualche giorno in più.