Ucraina, i motivi del megarimpasto di governo: dal rafforzamento del “cardinale” Yermak agli insuccessi diplomatici di Kuleba
dal nostro inviato Paolo BreraPOLTAVA - Non è un fulmine a ciel sereno, questa lunga serie di “dimissioni” ai vertici della politica e dell’amministrazione ucraina culminate con la conferma che se ne va persino il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. L’ondata di dimissioni – che in realtà è un modo “gentile” di definire licenziamenti e riposizionamenti decisi dall’alto - ha già coinvolto sei ministri e figure chiave del governo, e proseguirà nei prossimi giorni. Ma dovrà anche passare per il voto di conferma parlamentare e non è un passaggio scontato. Un inciampo, avverte un economista ucraino molto noto, Oleksiy Kushch, porterebbe a una crisi di governo estremamente delicata in un contesto di guerra e di proroga di un governo e di un parlamento già oltre la loro durata naturale.
Il rimpasto è il risultato di una combinazione di fattori interni ed esterni. Il governo insiste che si tratti di cambiamenti pianificati da tempo. Il presidente Volodymyr Zelensky ha presentato le dimissioni come parte di un rinnova…
POLTAVA - Non è un fulmine a ciel sereno, questa lunga serie di “dimissioni” ai vertici della politica e dell’amministrazione ucraina culminate con la conferma che se ne va persino il ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba. L’ondata di dimissioni – che in realtà è un modo “gentile” di definire licenziamenti e riposizionamenti decisi dall’alto - ha già coinvolto sei ministri e figure chiave del governo, e proseguirà nei prossimi giorni. Ma dovrà anche passare per il voto di conferma parlamentare e non è un passaggio scontato. Un inciampo, avverte un economista ucraino molto noto, Oleksiy Kushch, porterebbe a una crisi di governo estremamente delicata in un contesto di guerra e di proroga di un governo e di un parlamento già oltre la loro durata naturale.
Il rimpasto è il risultato di una combinazione di fattori interni ed esterni. Il governo insiste che si tratti di cambiamenti pianificati da tempo. Il presidente Volodymyr Zelensky ha presentato le dimissioni come parte di un rinnovamento necessario per affrontare meglio le sfide che il Paese deve fronteggiare, soprattutto in un contesto di guerra e di grave crisi economica. Tuttavia, fonti vicine al governo e analisti politici suggeriscono che la realtà sia più complessa.
Le dimissioni sembrano essere state in parte “suggerite” dall’Occidente, e sono un tentativo di mostrare ai partner occidentali che l’Ucraina sta prendendo sul serio le richieste di trasparenza e riforme, ed è pronta a rinsaldare i ranghi in vista di una stagione complessa verso il possibile avvio di un negoziato. Non a caso l’ondata di rinnovamento forzato è iniziata con il licenziamento del capo di Ukrenergo, Volodymyr Kudrytsky, accusato di corruzione e di non aver difeso adeguatamente un asset cruciale come la rete elettrica ucraina, devastata dagli attacchi russi.
Gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno espresso più volte la necessità di affrontare la corruzione come condizione per il continuo supporto finanziario. Il deficit del bilancio statale ucraino raggiungerà i 12 miliardi di dollari entro la fine dell’anno, e il supporto esterno è vitale per evitare un tracollo economico. Secondo il direttore dell’Istituto di Politica di Kiev, Ruslan Bortnik, nei giorni scorsi il capo dell'ufficio del presidente, Andriy Yermak, ha discusso proprio di questo nella sua visita a Washington, concludendo accordi che prevedono nuovi finanziamenti in cambio di un adeguato “rimpasto” del governo.
La posizione di Yermak ne esce ulteriormente rafforzata, perché gli consente di piazzare persone di sua fiducia in ruoli chiave. Il “Cardinale Grigio” della politica ucraina esercita un'influenza decisiva e non priva di controversie sulle decisioni strategiche del governo: lo guardano con sospetto tanto l’opposizione interna quanto i partner occidentali, che temono un accentramento eccessivo del potere nelle mani di un uomo non eletto, e quindi non direttamente responsabile verso l'elettorato.
Secondo Kushch, contattato stamattina da Repubblica, questo rimpasto è il risultato di una combinazione di influenze occidentali e fattori interni. Le dimissioni potrebbero fungere da “parafulmine” per il malcontento sociale previsto per l’autunno con l'aumento dell’imposizione fiscale, ma potranno essere definite come una vera e propria manovra di Yermak solo nel caso di dimissioni del primo ministro Denys Shmyhal, cosa che finora non è avvenuta sebbene sia nel mirino dal marzo del 2021, un anno prima dell’invasione.
Le dimissioni del ministro degli Esteri, Dmytro Kuleba, hanno invece altre matrici: per Kushch sono probabilmente legate alla delusione per le aspettative disattese. Gli viene imputato “l’ordine del giorno debole sull’Ucraina al vertice della Nato, il rifiuto della Cina di partecipare al vertice per la pace e un ordine del giorno ridotto al minimo al vertice stesso”. Ma secondo Peter Zalmayev, politologo e direttore di Eurasia democracy initiative, un fattore da considerare è semplicemente quello della stanchezza: “L’elemento umano non va dimenticato, è un incarico difficilissimo da portare avanti per lungo tempo in queste condizioni. In ogni caso non cambierà molto, semplicemente perché il fulcro degli affari esteri su tutti i principali dossier di Stato e di guerra è nelle dirette competenza dell’ufficio di Yermak, l’Eminenza grigia dell’Ucraina”.
Per Bortnik, infine, le sue dimissioni sono il combinato disposto di tre fattori: “La volontà di Yermak di rafforzare il suo controllo sul ministero in cui ha già diversi candidati pronti; il fallimento che gli viene imputato nel tentativo cruciale di coinvolgere il Sud Globale nell’iniziativa di pace ucraina, e infine l’ambizione dello stesso Kuleba di ritagliarsi un ruolo prestigioso nella diplomazia, come quello di ambasciatore negli Stati Uniti”.