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Algeria, vince l’astensione: Tebboune verso la riconferma ma senza incoronazione popolare

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L’anziano presidente voleva riportare alle urne almeno una parte dei cittadini scesi in piazza con il movimento di protesta dell’Hirak per rafforzare un sistema screditato. Ma i giovani si sono tenuti alla larga dalle urne
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ALGERI – L’astensionismo si conferma il primo partito in Algeria. I risultati non sono ancora disponibili e il presidente in carica, Abdelmadjid Tebboune, è dato arcifavorito (dei quindici candidati che si erano fatti avanti, a parte lui, solo due sono stati autorizzati, poco conosciuti e debolissimi). Per Tebboune, in realtà, la vera sfida era attirare il numero più alto possibile di algerini alle urne: voleva essere eletto, ma con una confortevole partecipazione, che lo potesse rendere credibile. Non sarà così: le autorità hanno fornito nella notte “una cifra preliminare del 48%” di votanti, con tre ore di ritardo, una confusione globale e post al vetriolo dei cittadini sui social (ancora non è disponibile il numero dei votanti in termini assoluti).

Quel 48% sarebbe, comunque, più del già magro 40% delle elezioni del dicembre 2019, l’anno dell’hirak, il movimento di protesta contro il regime, con i giovani in piazza: allora Tebboune aveva vinto con il 58% dei suffragi

(era la sua p…

ALGERI – L’astensionismo si conferma il primo partito in Algeria. I risultati non sono ancora disponibili e il presidente in carica, Abdelmadjid Tebboune, è dato arcifavorito (dei quindici candidati che si erano fatti avanti, a parte lui, solo due sono stati autorizzati, poco conosciuti e debolissimi). Per Tebboune, in realtà, la vera sfida era attirare il numero più alto possibile di algerini alle urne: voleva essere eletto, ma con una confortevole partecipazione, che lo potesse rendere credibile. Non sarà così: le autorità hanno fornito nella notte “una cifra preliminare del 48%” di votanti, con tre ore di ritardo, una confusione globale e post al vetriolo dei cittadini sui social (ancora non è disponibile il numero dei votanti in termini assoluti).

Quel 48% sarebbe, comunque, più del già magro 40% delle elezioni del dicembre 2019, l’anno dell’hirak, il movimento di protesta contro il regime, con i giovani in piazza: allora Tebboune aveva vinto con il 58% dei suffragi

(era la sua prima volta). Vedremo cosa farà stavolta. E dire che il presidente ce l’aveva messa tutta per coinvolgere i suoi connazionali in queste elezioni, con una serie di grandi meeting in tutto il Paese, esaltando la “nuova Algeria”, che sta creando, e promettendo più case popolari (al di là dei cantieri numerosissimi che già ha promosso negli ultimi cinque anni) e aumenti di stipendi e sussidi vari, resi possibili dalle entrate del gas e del petrolio, cresciute a dismisura a partire dalla guerra in Ucraina.

Negli ultimi tempi ha anche intensificato i toni populisti del suo discorso e della sua immagine. Gli algerini lo chiamano “zio Tebboune” (aammi Tebboune), con un misto di benevolenza e ironia. “Pur essendo laureato alla prestigiosa Ecole national d’administration di Algeri e malgrado abbia

alle spalle una lunga carriera di alto funzionario, interrotta per svolgere diversi incarichi ministeriali – ricorda Hasni Abidi, politologo al Cermam di Ginevra -, Tebboune ama una certa prossimità con la gente. Quando parla alla tv o anche nelle campagne elettorali, non utilizza un arabo scelto, prezioso, come faceva il suo predecessore Abdelaziz Bouteflika o Houari Boumédiène (ndr, presidente dal 1965 al ’78). Parla un arabo popolare, comprensibile, con frasi brevi e d’effetto. Questo piace a certi algerini”.

Tebboune, 78 anni, paffuto, dai modi gioviali, gioca molto a “fare lo zio”… e in questo lo aiutano le origini semplici. Viene da una cittadina sperduta, vicina al confine con il Marocco. Il padre era militare (ma anche alim, dotto religioso) e la madre contadina. Tebboune, comunque, frutto della meritocrazia del dopo indipendenza, è anche un amministratore con molta esperienza. “Non è dogmatico – continua Abidi -, non segue un’ideologia, né ha convinzioni politiche profonde, ma ha sempre mostrato un certo pragmatismo”. Subito dopo essere stato eletto nel 2019, parlava dell’“hirak benedetto”, dando l’impressione di voler condividere con i giovani scesi in piazza le aspirazioni di libertà.

Molto rapidamente, poi, dell’hirak non ha parlato più e ha effettuato una stretta al livello dei diritti, spinto in questo senso dal suo vero garante, l’esercito, la spina dorsale del potere algerino dal 1962, l’anno dell’indipendenza dalla Francia. Pragmatico, appunto, ha puntato sull’economia, sfruttando la manna del gas, e gonfiando lo Stato assistenziale: ha comprato la “pace sociale” con gli idrocarburi. Quello stesso pragmatismo, lo applica anche rispetto all’islam.

“Si oppone a quello politico, all’islamismo – continua Abidi -, ma sa che la società algerina è fondamentalmente conservatrice: la religione è importante. Poi, c’è stato il decennio nero, gli anni Novanta, la guerra civile scatenata dagli islamisti in Algeria, che ha aperto la strada a un’islamizzazione della società. Questa continua e Tebboune la cavalca, anche perché aderisce sinceramente a un certo conservatorismo religioso”.

Riguardo all’astensionismo, probabilmente l’attuale deficit democratico (per non palare di repressione e Stato di polizia) ha giocato, soprattutto tra i giovani, quelli dell’hirak del 2019, che più numerosi delle altre classi d’età avrebbero disertato le urne e utilizzato il voto mancato come strumento di protesta. Forse non ce l’hanno troppo con lo “zio Tebboune”, ma sanno che dietro di lui, a decidere, c’è l’esercito, che ha reagito con il pugno duro alle proteste di cinque anni fa. D’altra parte, in ogni spostamento di Tebboune e a ogni sua apparizione pubblica, poco lontano c’è sempre Said Chengriha, capo di stato maggiore: una presenza fisica e simbolica, che significa tanto.

A fine giugno, subito prima della candidatura di Tebboune, il presidente aveva firmato un decreto, che ha permesso al personale militare di essere distaccato presso le amministrazioni civili, senza perdere il proprio ruolo nell’esercito. Così diversi generali sono finiti ai vertici di gruppi pubblici, senza alcuna remora o vergogna. Anche l’algerino medio sa che se vota Tebboune, vota pure l’esercito. Probabilmente l’ansia del presidente ad accrescere la partecipazione alle elezioni era dovuta pure alla volontà di mostrare ai militari di disporre di un appoggio popolare, che lo poteva rafforzare ai loro occhi, nella speranza di esserne meno succube. Ora si aspettano i risultati. Ma in termini assoluti lui non ha ricevuto la valanga di voti sperata.

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