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La svolta di Dick Cheney, il Darth Vader dei repubblicani scarica Trump per Harris: “Donald è la minaccia più grande per il Paese”

(reuters)

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L’ex vicepresidente ai tempi di Bush, idolo dei repubblicani e architetto delle guerre in Iraq e Afghanistan, annuncia che voterà per la candidata democratica
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New York — Una ventina di anni fa, quando i soldati americani cercavano di esportare la democrazia in Iraq e nel resto del Medio Oriente, Dick Cheney era l’idolo dei repubblicani. Il presidente ombra, che insieme ai suoi alleati neocon aveva orchestrato la risposta agli attentati di al Qaeda dell’11 settembre 2001, convincendo Bush figlio a seguire la sua leadership. Durante la Convention repubblicana del 2004 a New York, il suo amico Michael Novak ci invitò ad incontrarlo nella suite vicepresidenziale al Madison Square Garden, dove c’era la fila degli adulanti. Con numeri, statistiche e briefing sulla strategia del collegio elettorale, ci spiegarono come avrebbero distrutto la candidatura di John Kerry. E così andò a finire.

Cheney per i democratici era il nemico assoluto, una specie di Darth Vader della politica americana. Eppure ha annunciato che il 5 novembre voterà Kamala Harris, invitando tutti a seguirlo: «Nei 248 anni di storia della nostra nazione, non c’è mai stato un indiv…

New York — Una ventina di anni fa, quando i soldati americani cercavano di esportare la democrazia in Iraq e nel resto del Medio Oriente, Dick Cheney era l’idolo dei repubblicani. Il presidente ombra, che insieme ai suoi alleati neocon aveva orchestrato la risposta agli attentati di al Qaeda dell’11 settembre 2001, convincendo Bush figlio a seguire la sua leadership. Durante la Convention repubblicana del 2004 a New York, il suo amico Michael Novak ci invitò ad incontrarlo nella suite vicepresidenziale al Madison Square Garden, dove c’era la fila degli adulanti. Con numeri, statistiche e briefing sulla strategia del collegio elettorale, ci spiegarono come avrebbero distrutto la candidatura di John Kerry. E così andò a finire.

Cheney per i democratici era il nemico assoluto, una specie di Darth Vader della politica americana. Eppure ha annunciato che il 5 novembre voterà Kamala Harris, invitando tutti a seguirlo: «Nei 248 anni di storia della nostra nazione, non c’è mai stato un individuo che abbia rappresentato una minaccia più grande per la repubblica di Donald Trump. Ha cercato di rubare le ultime elezioni, usando menzogne e violenza per restare al potere, dopo che gli elettori lo avevano respinto. Non possiamo mai più affidargli il potere. Come cittadini, ognuno ha il dovere di mettere il Paese al di sopra della faziosità per difendere la Costituzione. Ecco perché io voterò per la vicepresidente Kamala Harris».

La manager della campagna democratica, Jen O’Malley Dillon, lo ha ringraziato con orgoglio, scrivendo che la candidata «rispetta profondamente il suo coraggio di mettere il Paese davanti al Partito». Trump, livido, lo ha bollato come «irrilevante RINO», ossia repubblicano solo di nome. Quindi dagli insulti alla scomunica politica: «Cheney è il re delle guerre infinite e senza senso, che spreca vite e trilioni di dollari, proprio come la compagna Harris. Io sono il presidente della pace, solo io posso fermare la Terza Guerra Mondiale».

Dick, come sua figlia Liz, incarna l’establishment repubblicano. Nato in Nebraska, è stato nell’ordine capo di gabinetto nella Casa Bianca di Gerald Ford, deputato del Wyoming per 10 anni e numero due del Gop alla Camera. Durante la Guerra del Golfo era capo del Pentagono, braccio destro del presidente Bush padre per cacciare Saddam dal Kuwait. Negli anni di Clinton aveva fatto il ceo della Halliburton, legandosi a doppio filo con le multinazionali di petrolio, gas ed energia fossile. Quando nel 2000 Bush figlio aveva ottenuto la nomination repubblicana, gli aveva chiesto di guidare la ricerca del vice. Dopo lunghe consultazioni e valutazioni, Cheney era giunto alla conclusione di essere la soluzione migliore.

George W. aveva concordato, consegnandogli le chiavi della Casa Bianca, per la vera gestione dell’amministrazione dietro le quinte. Se allora qualcuno avesse previsto che un giorno Dick avrebbe votato per la candidata democratica alla Casa Bianca, lo avrebbero rinchiuso in manicomio.

Dietro a questa scelta c’è più del risentimento personale per come Trump ha distrutto la carriera della figlia Liz. È un profondo dissenso con chi gli ha rubato e stravolto il partito a cui ha dedicato la vita. Cheney è l’anima tradizionale del Gop, globalista e convinto che gli Usa abbiano il dovere di agire da potenza mondiale, per garantire i propri interessi, ma anche difendere la democrazia e l’ordine globale basato su regole condivise, emerso dalla vittoria nella Seconda Guerra Mondiale. L’esatto opposto di Trump, che ha sfruttato proprio il risentimento contro questa visione per cavalcare il populismo che lo ha portato alla presidenza. Cheney sa che non sposterà molti voti, ma spera di scuotere le coscienze di altri repubblicani, a partire magari da Bush. Basterebbe convincere poche migliaia di elettori che negli stati chiave avevano votato Nikki Haley, durante le primarie, per sbarrare a Trump la per la Casa Bianca.

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